In occasione della sua visita a Torino per ricevere il prestigioso riconoscimento della Stella della Mole da parte del Museo Nazionale del Cinema, ho intervistato il maestro del cinema sudcoreano Bong Joon-ho. Autore capace di coniugare come pochi la critica sociale e politica con la spettacolarità del cinema di genere Bong Joon-ho si conferma uno straordinario e ironico osservatore delle fragilità umane e delle contraddizioni contemporanee.
L’approccio alla scrittura di Bong Joon-ho
Nei suoi film c’è da sempre un intreccio profondo tra elemento politico ed elemento sociale. Le è mai capitato, durante la stesura di una sceneggiatura, che uno di questi due aspetti prendesse il sopravvento sull’altro? E se succede, come gestisce questo equilibrio?
Bong Joon-ho: Quando inizio a scrivere non parto mai da una teoria politica o da un concetto sociale astratto, ma dalle persone singole, dai personaggi e dagli individui che mi circondano. Tuttavia, la società e la storia della Corea del Sud sono state plasmate da fortissimi sconvolgimenti sociali e politici, dai quali i singoli individui non possono isolarsi. Il fatto che prevalga l’aspetto politico o quello sociale non è mai il frutto di un calcolo: avviene in maniera del tutto naturale, dettata dal contesto e dalla storia personale del personaggio.
Il mostro come specchio della paura
Da The Host a Okja, passando per l’immaginario di Parasite, lei è sempre stato affascinato dalla figura del “mostro” o della minaccia immensa. Cosa rappresenta per lei questo elemento?
Bong Joon-ho: Il mostro o la situazione estrema servono a far emergere la paura nell’essere umano. È proprio attraverso il terrore che i personaggi si spogliano da ogni sovrastruttura e diventano sinceramente se stessi, lasciando emergere la vera natura dell’uomo. Rispetto ad altri registi che preferiscono raccontare le emozioni attraverso l’amore o la pace, io trovo più efficace esplorarle attraverso la paura. Oggi i nuovi “mostri” che stiamo affrontando e che potrebbero generare nuove trame sono le derive della tecnologia, come l’IA, o le figure politiche che compiono prevaricazioni nel mondo.

L’amore per il neorealismo italiano e la passione per i dvd
Qual è il suo rapporto con il cinema italiano e come nasce la sua passione per la settima arte?
Bong Joon-ho: Durante la giovinezza ho vissuto in diverse città, trovandomi spesso in contesti a metà strada tra ricchezza e povertà. Pur provenendo da una famiglia benestante, frequentavo amici di differenti contesti sociali, assistendo a situazioni comiche o drammatiche. La Corea ha vissuto una rapidissima evoluzione economica che ha portato aspetti sia positivi che negativi nella società.Quando ero piccolo in Corea non potevamo scegliere cosa guardare in TV; vedevamo i film che trasmettevano, tutti doppiati in coreano. All’età di 8 o 9 anni vidi Ladri di biciclette. All’epoca non sapevo chi fosse Vittorio De Sica né cosa fosse il Neorealismo. Poco tempo prima mi avevano rubato la bicicletta mentre ero in libreria — una cosa che succede anche in Corea! — quindi immedesimarmi nel protagonista fu inevitabile e ricordai di aver pianto a dirotto. Più tardi, frequentando i cineclub universitari, ho approfondito il cinema italiano, giapponese e americano. Sono un collezionista maniacale di vinili e film (infatti sto cercando un buon negozio di DVD qui a Torino!). Il cinema italiano mi ha sempre ispirato profondamente.
Il fenomeno dei k-drama e la cultura del lavoro in Corea del Sud
Il cinema e le serie tv della Corea del Sud sono diventati un fenomeno globale. Come si spiega questo successo travolgente e qual è il contesto reale nel vostro Paese?
Bong Joon-ho: È impressionante vedere l’impatto dei K-drama e del cinema coreano nel mondo. In Corea ci sono pro e contro: la chiave è che si lavora tantissimo. I ritmi di lavoro, i turni extra anche di notte profonda, sorprenderebbero colleghi italiani o spagnoli. La Corea è un Paese cresciuto e digitalizzatosi a una velocità incredibile; i giovani hanno assorbito e rielaborato la cultura occidentale. Già i miei genitori ascoltavano le opere e le canzoni italiane. C’è un legame culturale molto forte e dinamico.
Ritiene che l’Intelligenza Artificiale possa ampliare le disuguaglianze sociali o stravolgere la creazione cinematografica?
Bong Joon-ho: Da un lato, l’IA potrebbe aiutare i giovani registi indipendenti che non hanno risorse economiche a realizzare progetti complessi e ad alto budget, come film di fantascienza, sviluppando la propria creatività. Dall’altro, ci sono pericoli enormi. Mancano regole e leggi che tutelino il diritto d’autore: le immagini generate dall’IA attingono a database contenenti il lavoro e la creatività di altri artisti e registi, mescolandoli senza criterio di protezione. Ma il problema fondamentale resta l’impatto sul lavoro umano e sul rimpiazzo delle persone. Ironizzando, a livello intellettuale rischiamo che l’IA ci guardi e pensi: “Guardate questi polli che starnazzano tra loro!”
L’architettura del cinema tra parasite e Snowpiercer
Vorrei parlare dell’architettura dei suoi film, in particolare Parasite e Snowpiercer. Nel primo è la verticalità della casa che definisce il ceto sociale, mentre nel secondo è l’orizzontalità del treno che divide le classi. Vorrei sapere come nasce il design di questi spazi e quanto il background dei suoi studi influisce su queste scelte stilistiche.
Ti ringrazio molto per questa domanda e per aver colto questo aspetto, è una riflessione fondamentale. Oltre agli attori e ai personaggi, l’esplorazione dello spazio e della geografia visiva è ciò che mi entusiasma di più nel fare cinema. Nel caso di Snowpiercer, lo sviluppo è strettamente orizzontale perché è la natura stessa del treno in corsa a imporre una progressione narrativa e una divisione delle classi lungo i vagoni. In Parasite, la verticalità è l’asse portante. In Corea del Sud le case seminterrate (banjiha) nacquero originariamente negli anni ’70 come bunker e rifugi antiaerei durante il periodo di forte tensione con la Corea del Nord. Soltanto in un secondo momento il governo ha permesso che venissero affittate come abitazioni economiche. La pendenza delle strade, le scalinate infinite e i seminterrati rappresentano la stratificazione sociale in modo fisico e spaziale.
Proprio ieri sono stato al Museo del Cinema di Torino. Parlando con il direttore notavo come, mentre di solito gli schermi sono orizzontali, lì si cercasse di sviluppare la fruizione in verticale, osservando le guglie e le altezze. Lo spazio urbano e la tensione tra orizzontale e verticale stimolano continuamente la mia immaginazione visiva.
Il ritorno a Torino per la Stella della Mole
Lei era già stato premiato in passato a Torino quando ha presentato Memories of Murder . Che ricordi ha di quell’esperienza e cosa prova oggi nel ricevere la Stella della Mole?
Bong Joon-ho: La mia prima volta a Torino fu molti anni fa, a novembre, quando vinsi il Premio del Pubblico al Torino Film Festival. Ricevere un riconoscimento scelto direttamente dagli spettatori fu un’emozione fantastica e unica. Ricordo un freddo gelido, ma anche il calore delle luci natalizie già accese per le strade e la visita alla Fabbrica del Lingotto. Essere qui a settembre, con questo clima perfetto, e poter passeggiare lungo il Po con la mia famiglia rende questo ritorno davvero speciale


