Categoria: Cinema

  • ‘The Last Viking’: un viaggio alla riscoperta di sé

    ‘The Last Viking’: un viaggio alla riscoperta di sé

    Esistono ancora i vichinghi nella società moderna? Anker (Nikolaj Lie Kaas) e Manfred (Mads Mikkelsen) sono i protagonisti di The Last Viking (Den sidste viking). Il regista danese Anders Thomas Jensen dirige un buddy movie che tra ironia tagliente e violenza fa riflettere sui legami familiari. Dopo un’accoglienza positiva ricevuta durante l’82 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, The Last Viking è disponibile al cinema, distribuito da Plaion Pictures

    Anker torna a casa dopo aver scontato quindici anni di carcere per rapina. Impulsivo, rabbioso e incapace di riappacificarsi col passato, la sua figura è in netto contrasto con il fratello Manfred, sereno e pacifico. Quest’ultimo nel corso degli anni ha tenuto segreto il nascondiglio del bottino, tuttavia ha sviluppato anche un disturbo dissociativo della realtà che gli fa credere di essere John Lennon. A fare da paciere tra i due, invano, è la sorella Freja: è stata lei a prendersi cura di Manfred quando Anker era in prigione e cerca sempre di portare equilibrio e buonsenso tra i litigi dei fratelli, portando sulle sue spalle la responsabilità di tenere unita la famiglia. Quello che doveva essere una semplice “missione” di recupero di refurtiva si trasforma in un viaggio interiore alla riscoperta di sè, che va ben oltre i beni materiali. 

    The Last Viking: affrontare il passato

    The Last Viking si interroga su cosa sia il concetto di identità. Siamo noi a scegliere chi siamo o siamo il frutto delle circostanze che ci plasmano? Il regista danese affronta con intelligenza e ironia tagliente la questione, facendo sì che la ricerca del bottino sia un mezzo per scavare nella psiche dei protagonisti lì dove tutto è iniziato: nell’antica magione di famiglia. Le risposte si celano infatti tra i fantasmi del passato: un’infanzia segnata da infelicità, bullismo e un padre violento.

    Photo Credit Rolf Konow

    The Last Viking fa riflettere sulle modalità con cui i due fratelli affrontano il trauma: Manfred ha deciso di frammentare la sua psiche immedesimandosi nei vichinghi della sua fantasia, guerrieri imponenti e coraggiosi, capaci di affrontare qualsiasi sfida. Anker invece ha “semplicemente” rimosso la sua infanzia, perché troppo pesante da sopportare. Nel corso della sua permanenza nella magione di famiglia le epifanie gli ricordano la scomoda verità che ha scelto di dimenticare  portandolo ad affrontare il passato. 

    The Last Viking è un film coinvolgente, affascinate e ironico, che induce ad una riflessione profonda sul tema dell’idendità, personale e percepita. Il vero tesoro è la possibilità di ricostruire un legame spezzato e ridefinire sè stessi. L’apertura e la chiusura del film sono narrate attraverso una descrizione ideale di una società vichinga, in cui i problemi del singolo diventano i problemi di tutti: un’ulteriore spunto di riflessione sulla crudeltà della società moderna.

  • ‘L’ultima missione: Project Hail Mary’ l’odissea spaziale di Ryan Gosling

    ‘L’ultima missione: Project Hail Mary’ l’odissea spaziale di Ryan Gosling

    Siete pronti per un viaggio nello spazio? Il dottor Grace, protagonista de L’ultima missione: Project Hail Mary, sicuramente no. Prodotto da Amazon MGM Studios e distribuito da Sony Pictures, il film è disponibile al cinema. 

    Ryland Grace, interpretato da un bravissimo Ryan Gosling, si sveglia in un’astronave, smarrito e senza avere memoria del motivo della sua presenza  in quel luogo. I suoi due compagni di viaggio sono morti per cause sconosciute e una verità ben peggiore incombe su di lui: è solo. Tra momenti di euforia e disperazione, il protagonista inizia a ricordare la sua vita attraverso dei flashback. Un tranquillo insegnante di una scuola media con un dottorato in biologia molecolare si trova improvvisamente catapultato in una disperata missione per cercare di salvare la vita sulla terra. La scoperta della linea Petrova e degli esseri che la abitano, in seguito chiamati astrofagi, porta ad una sconvolgente rivelazione: il sole è in pericolo e con esso la speranza di sopravvivenza sulla Terra. 

    Project Hail Mary: il valore dell’amicizia

    Strappato alla sua monotona routine quotidiana, il dottor Grace si sente fuori posto: non crede in sé stesso e soprattutto non pensa di essere un uomo coraggioso, adatto ad una missione di questo genere. Tuttavia il destino, o l’universo in questo caso, ha altri piani per lui; quando tutto sembra essere perduto, il protagonista trova un aiuto insperato in Rocky, un alieno eridiano con cui riesce a stringere un’amicizia. Il protagonista scoprirà così che gli astrofagi non minacciano solo la vita sulla Terra ma anche quella di altri pianeti. 

    Ryan Gosling stars as Ryland Grace in PROJECT HAIL MARY, from Amazon MGM Studios.

    Photo credit: Jonathan Olley

    I registi Phil Lord e Christopher Miller ricreano perfettamente le atmosfere spaziali e il disperato viaggio verso l’unico pianeta non minacciato dagli astrofagi. Paura, ansia, speranza e risate si alternano costantemente per tutta la durata del film: Ryan Gosling riesce a reggere con la sua interpretazione il “peso” del film e a rendere unico il suo personaggio. Grace è una figura con cui si riesce ad empatizzare e a cui si vorrebbe dare una mano per riuscire a svolgere un compito all’apparenza impossibile. Per chi saresti disposto a morire è l’unica domanda a cui il protagonista non riesce a trovare una risposta. Senza parenti e amici, trova la sua dimensione quando pensa che tutto sia perduto.Servirà la compagnia di un tenero alieno a ricordargli i valori che gli esseri umani dovrebbero incarnare.

    L’ultima missione: Project Hail Mary è un film che fa riflettere, emoziona e diverte al tempo stesso. È uno specchio della società moderna, immersa nella solitudine, e ci ricorda di quanto siano fondamentali la comunicazione e l’ amicizia. Qualsiasi problema, per quanto sembri insormontabile, si può risolvere insieme. 

  • La mattina scrivo- à pied d’œuvre

    La mattina scrivo- à pied d’œuvre

    Quante rinunce facciamo per inseguire i nostri sogni? È la stessa domanda che si pone Paul, il protagonista di La mattina scrivo, l’ultimo film di Valérie Donzelli distribuito in Italia da Teodora Film

    Dopo aver lasciato una promettente carriera nella fotografia per inseguire il sogno di diventare scrittore, Paul, interpretato da Bastien Bouillon, si trova ad un punto fermo. Tre libri pubblicati ma nonostante gli elogi ricevuti dalla critica il successo non arriva. 

    Le richieste dell’editor si fanno più pressanti: il quarto libro dev’essere quello della svolta. Il protagonista si trova così a dover prendere decisioni drastiche nella sua vita. Separato dalla moglie e dai figli, che decidono di lasciare Parigi, Paul lascia la casa lussuosa per trasferirsi in un monolocale. Immerso in questo microcosmo osserva le vite dei passanti e accetta di svolgere lavori umili che trova su una piattaforma online per poter arrivare a fine mese, non potendo contare su solide entrate garantite dai diritti d’autore. Tuttavia l’ispirazione per il libro sembra essere sempre sfuggente. Nel corso della nuova direzione che ha preso la sua vita, Paul si trova a contatto con diversi contesti sociali a lui sconosciuti e che gli aprono gli occhi su spaccati della società che ignorava.

    La mattina scrivo: lo specchio della società

    Il protagonista vive ed è allo stesso tempo voyeur di queste situazioni, tuttavia il suo garbo e il suo essere posato gli permettono di gestire anche le recensioni negative che abbassano il suo punteggio. È in questi contesti che emerge la crisi dell’artista, quando circondato dalla solitudine del suo micro appartamento si chiede quanto ancora dovrà sacrificare “per farcela” o quando potrà nuovamente guadagnare i soldi necessari per poter andare a trovare la sua famiglia. Paul deve anche confrontarsi con i rigidi giudizi dei suoi genitori, che non si capacitano di come abbia potuto abbandonare la stabilità e le generose entrate garantite dal suo precedente impiego per vivere di lavori saltuari e sottopagati. 

    La mattina scrivo è un film intenso e riflessivo, nel quale la regista Valèrie Donzelli mette a nudo le difficoltà di essere uno scrittore nella società odierna. La complessità del mondo dell’editoria, le app per trovare lavoro e i rapporti familiari e i confronti con amici e conoscenti che “ce l’hanno fatta” si amalgamano fluidamente come a formare un quadro in cui rispecchiarsi. La mattina scrivo è un film dolce amaro, che porta ad interrogarsi se effettivamente tutte le rinunce che facciamo siano veramente utili o semplicemente fini a se stesse per appagare l’ambizione personale. Il film è un riflesso intimo e realistico della società ma anche un inno alla resilienza e alla speranza. 

  • Rental Family

    Rental Family

    Distribuito da Searchlight Pictures, il film della regista giapponese Hikari esplora il controverso fenomeno della Rental Family. Un’ agenzia di attori professionisti con sede a Tokyo. Quest’ultimi vengono assunti dalle persone come amici, fratelli, sposi o amanti per simulare situazioni di vita quotidiana o come scappatoia da situazioni scomode. Un fenomeno in voga per superare le barriere e i rigidi pregiudizi che la società giapponese impone ai cittadini. 

    Protagonista della storia è Phillip Vanderploeug, interpretato da un bravissimo Brendan Fraser, un attore americano che vive in Giappone da sette anni. La sua non è la vita che aveva immaginato. Sempre di corsa tra un provino e l’altro, le sue giornate culminano a volte in uno dei bar locali, dove circondato da birra e solitudine pondera la sua esistenza. La svolta nella sua carriera avviene con un ruolo inaspettato: un americano triste per un funerale. Da quel momento entra nella dimensione della Rental Family. Una realtà dove la finzione è messa al servizio del prossimo. 

    Inizialmente riluttante nell’accettare questo lavoro, Phillip scopre un mondo a lui del tutto nuovo: aspetti della società che ignorava, avere uno scopo nelle sue giornate, migliorare la vita delle persone che lo ingaggiano. Presto diventa ben più di una semplice mansione, ma una vocazione. Tuttavia, il confine tra ruolo e realtà si fa sempre più sottile: il suo datore di lavoro impone il distacco emotivo, ma Phillip, con la sua indole gentile, non riesce a non affezionarsi alle persone che aiuta. Il film evidenzia così il conflitto etico tra il dovere professionale e la natura empatica dell’essere umano.

    Rental Family si sofferma sulle contraddizioni della società giapponese, mettendone in mostra pregi e difetti: il rispetto e le buone maniere, tra le persone e negli ambienti di lavoro sono contrapposti alla solitudine, la vera protagonista del film. Quando Phillip rientrando a casa chiude la porta, si ritrova solo. Diventa voyeur nel guardare le vite degli altri condomini, con i loro riti, usanze e abitudini familiari. La sua abitazione rispecchia il cambiamento interiore: si arricchisce di oggetti che gli vengono donati durante i suoi ingaggi, portando ventate di bei ricordi e nostalgia per il suo aiuto, frammenti di vite che ha vissuto. 

    Il protagonista trova così la sua strada, non inseguendo la fama televisiva sperata, ma portando la sua presenza autentica nella vita degli altri. Va contro le direttive aziendali e decide di usare i sentimenti per poter dare un aiuto concreto e non solo di facciata. 

    Rental Family è un film dolce e poetico, che diverte e al contempo fa riflettere sullo stato delle relazioni ai nostri giorni. Una commedia “umana” che ricorda l’importanza dei legami e della fiducia reciproca in una società sempre più immersa nella solitudine. 

  • Il mago del Cremlino

    Il mago del Cremlino

    Il mago del Cremlino è un film di Olivier Assayas che racconta la vita dello spin Doctor personale di Vladimir Putin, Vadim Baranov. Tratto dall’omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, il film è distribuito da 01 Distribution.

    Ambientato nei primi anni novanta, poco dopo la caduta dell’URSS, il film segue la storia di Vadim Baranov, un giovane brillante e ambizioso, che cerca la sua via in un paese dominato dal caos. Da artista d’avanguardia a produttore di reality show, il protagonista riuscirà a diventare lo spin doctor di un ex agente del KGB deciso a cambiare il destino del proprio paese: Vladimir Putin. Muovendosi invisibile nel cuore del sistema, Vadim plasma la storia politica della Russia, confondendo i confini tra realtà e menzogna, tra convinzione e propaganda. Solo una persona riesce a sfuggire alle maglie del controllo: Ksenia, la donna di cui è follemente innamorato. 

    Il regista francese Assayas ricrea la storia di Baranov dividendo il film in capitoli, ognuno dei quali è legato ad un momento cruciale della vita del protagonista e del Paese. Il tutto avviene attraverso una conversazione con un professore di Yale che si trova in Russia per il suo anno sabbatico. La narrazione alterna scene di finzione a filmati d’archivio, dalla guerra di Crimea alle dinamiche interne del Cremlino, fondendo passato e presente in modo naturale e avvincente. 

    Sia Paul Dano che Jude Law interpretano magnificamente i loro rispettivi ruoli: Vadim Baranov il primo, Vladimir Putin il secondo. Il protagonista è magnetico, uno stratega silenzioso che muove magistralmente i fili dietro le quinte. Scrive i discorsi, recluta gli alleati e pianifica le apparizioni pubbliche, plasmando l’immagine del futuro leader. La sua capacità di anticipare i tempi e capire il potere dei media lo rende un ingranaggio essenziale della scalata al potere di Putin. 

    Jude Law d’altro canto appare freddo, calcolatore e determinato. I vari ostacoli che si presentano sulla sua strada vengono pian piano rimossi e anche gli oligarchi, da sempre i “veri” detentori del potere, si devono presto abituare ai nuovi equilibri, in cui il denaro non garantisce più l’incolumità come un tempo. I valori di libertà e democrazia sembrano essere incarnati dal solo personaggio di Ksenia, interpretata da Alicia Vikander. La sua figura rappresenta un faro che guida il protagonista lontano dal mondo costruito sulla manipolazione e sul controllo che si va creando. 

    Il mago del Cremlino è un film in cui passato e presente si fondono, esattamente come accade con realtà e finzione. Si crea così una narrazione intrigante e intensa, che illumina i retroscena della politica ed evidenzia la sottile linea tra verità e inganno. Il regista francese Olivier Assayas  riesce a raccontare un complesso periodo storico in maniera interessante e disinvolta , coinvolgendo lo spettatore in un viaggio nel tempo. 

  • Wake up dead man: Knives out

    Wake up dead man: Knives out

    Disponibile in streaming su Netflix, Wake up dead man è il terzo capitolo della serie cinematografica Knives Out che ha come protagonista Benoit Blanc. 

    Daniel Craig torna ad impersonare il famoso detective, questa volta alle prese con un delitto impossibile: un omicidio in una stanza chiusa. Ambientato in una comunità religiosa che richiama le sette, Padre Jud Duplenticy viene riassegnato in una parrocchia di provincia dopo aver picchiato un diacono. Nella sede di Nostra Signora della Forza d’Animo Perpetua deve fare i conti con l’ingombrante figura di Monsignor Jefferson Wicks, famoso per le sue prediche cariche d’ira. In principio relegato alla figura di assistente, padre Jud si trova presto in disaccordo sulla via scelta dal Monsignore per guidare la Chiesa, inadatta a suo dire a diffondere i messaggi universali del Cristianesimo. 

    In un crescendo di tensioni e isolamento il protagonista sembra cedere alla disperazione nel momento in cui viene accusato di omicidio, quando in suo aiuto accorre Benoit Blanc con un’apparizione quasi divina, desideroso di risolvere l’intricato caso e dimostrare la sua bravura nel “gioco”. Così come accade nei precedenti film, il detective conduce lo spettatore alla ricerca della verità in un intricato labirinto dove nulla è come sembra e dove le mezze verità si fondono abilmente con l’inganno. 

    Wake up dead man è senza dubbio un film thriller riuscito, in cui la suspence tra rivelazioni inaspettate e colpi di scena mantiene alta l’attenzione. Nella comunità rurale la Chiesa e la figura del Monsignore occupano una posizione privilegiata nel cuore e nella vita delle famiglie che partecipano alla messa, tanto che il sentimento religioso trascende nella devozione totale per Jefferson Wicks; infatti senza la sua approvazione nulla si muove e tutti pendono dalle sue labbra anche quando devono prendere importanti decisioni riguardo la loro vita privata. 

    Wake up dead man è anche un film dalle sfumature con tratti politici, nel quale la figura della Chiesa impersonata dal Monsignore ha la gestione totale del territorio e dei suoi fedeli. Wicks infatti prende i connotati del signorotto locale che vede il suo operato e il suo feudo minacciati dal nuovo arrivato. Fede e potere sono a lungo andati a braccetto, tuttavia la nuova visione di padre Jud giunge come l’illuminazione sulla via di Damasco a squarciare il velo di ottusità e pregiudizio che permea sui fedeli di Wicks, persi più nelle sue parole di falso messia che nei valori della vera fede. 

  • No Other Choice

    No Other Choice

    Il regista coreano Park Chan-wook firma un remake eccezionale del film Le Couperet di Costa-Gravas, anch’esso tratto dal romanzo The ax di Donald E. Westlake. Prodotto da Moho Film e KG Productions, No Other Choice sarà distribuito in Italia da Lucky Red. No Other Choice affronta il tema della disoccupazione da un punto di vista drammatico e ilare al tempo stesso. Man-su è un esperto della produzione della carta : venticinque anni di mestiere sulle spalle e una vita che, fino a ieri, poteva riassumere senza esitazioni in due parole disarmanti: “Ho tutto”. Una casa conquistata con fatica, una moglie amata, due figli, due cani. Un equilibrio quotidiano che sembra inattaccabile, finché una comunicazione aziendale, fredda e definitiva, non lo spazza via: è licenziato.

    È un colpo netto, come un’ascia calata sul collo. Man-su promette a sé stesso e alla sua famiglia che sarà solo una parentesi: tre mesi, non di più, e tutto tornerà al suo posto. Ma la realtà si incarica di smentirlo. I colloqui si susseguono, le porte si chiudono, il tempo si dilata fino a superare l’anno. L’uomo che era un pilastro del suo settore si ritrova dietro il bancone di un negozio al dettaglio, mentre la casa per cui ha lavorato una vita comincia a vacillare sotto il peso dei debiti. Quando la disperazione lo spinge a presentarsi senza appuntamento alla Moon Paper, con il curriculum in mano, non trova redenzione ma umiliazione. Sun-chul, il responsabile di linea, lo liquida senza riguardi.

    È lì, nel momento più basso, che Man-su prende coscienza della propria rabbia e del proprio valore. Sa di essere il migliore per quel lavoro. E allora la scelta diventa inevitabile, quasi radicale: se non esiste un posto per lui, dovrà crearlo. L’attore Lee Byung-hun dà vita a Man-su, un uomo che la società ha deciso di scartare.

    Nonostante qualifiche impeccabili e venticinque anni di esperienza, il protagonista di No Other Choice si ritrova tagliato fuori dal mondo del lavoro, trascinato in una spirale di frustrazione e impotenza. Con toni di dark comedy, il film esplora un tema tanto universale quanto cruciale – il valore del lavoro nella società contemporanea, e in particolare in Corea del Sud, dove la posizione sociale è spesso intrecciata all’occupazione. Per Man-su, l’assenza del lavoro significa perdere non solo lo stipendio, ma anche la propria identità. La sua vita domestica si incrina: il rapporto con la moglie Miri diventa difficile, e gli svaghi che un tempo scandivano le sue giornate – tennis, corsi di ballo, momenti di piacere quotidiano – svaniscono uno dopo l’altro. La povertà improvvisa e il senso di disonore di non poter più sostenere la famiglia spingono il protagonista verso scelte sempre più estreme, fino a un piano drammaticamente radicale: eliminare la concorrenza.

    Il film oscilla tra momenti di ironia nera e tensione crescente, dipingendo una realtà spietata in cui la dignità e la sopravvivenza si intrecciano in maniera inesorabile No Other Choice non si limita a raccontare la caduta di un uomo, ma offre uno spaccato potente sulle famiglie dei disoccupati e sulle tensioni che questa condizione può generare. Da un lato c’è chi sceglie di sostenere il protagonista, come la moglie di Man-su, pronta a svolgere lavori umili pur di alleviare il peso che grava sul marito. Dall’altro, il film non risparmia le dinamiche più oscure: famiglie che si rifugiano nell’alcol, rapporti di coppia logorati da accuse reciproche, legami che si disintegrano sotto la pressione economica e sociale.

    In questo contesto, Man-su lotta con tutto se stesso per salvare la propria relazione, mentendo e accettando compromessi pur di portare avanti il suo piano estremo. Il film inserisce anche una riflessione contemporanea sul lavoro: i colleghi di Man-su affrontano situazioni analoghe, mentre il settore della carta – già in difficoltà – viene presentato come uno dei primi a risentire dell’avanzata dell’intelligenza artificiale, offrendo uno scenario credibile e inquietante. No Other Choice diverte e inquieta allo stesso tempo. È una dark comedy che fa riflettere sulle condizioni della società moderna, interrogandosi sulla deriva del mondo del lavoro e, più in generale, sull’umanità: fino a che punto si è disposti a spingersi pur di mantenere un impiego? Tra tensione, ironia nera e critica sociale, il film ci costringe a guardare in faccia una realtà che spesso ignoriamo, senza risparmiare nessuno.

  • The new year that never came

    The new year that never came

    The new year that never came è un film del 2024 diretto da Bogdan Mureșanu. Durante il periodo natalizio del 1989, le vite di sei ignari cittadini convergono verso i moti rivoluzionari contro la dittatura del governatore Nicolae Ceaușescu. Il senso di ribellione e la voglia di evasione dei giovani sono affiancati alle vite ponderate degli adulti, pacati e sospettosi nei confronti di chiunque.

    Ogni protagonista affronta la propria quotidianità insofferente nei confronti del regime, che opprime e sfianca le persone, inconsapevoli del fatto che da lì a breve la storia sarebbe cambiata per sempre. Nella Romania del regime comunista l’aria è densa di oppressione, non diversa da quella che avvolgeva gli altri paesi dell’Est sotto il medesimo controllo ideologico. Il malcontento serpeggia silenzioso, soffocato da una domanda costante e angosciante: cosa si può dire, e soprattutto a chi? La diffidenza diventa una forma di sopravvivenza quotidiana, in un contesto in cui i collaboratori del potere sono ovunque, invisibili ma vigili, pronti a trasformare ogni parola di troppo in una colpa. Mureșanu riesce a ricostruire con precisione questa atmosfera di tensione e incertezza, evocando la presenza costante di un “nemico” che non si mostra mai apertamente, ma che si avverte in ogni gesto e in ogni silenzio.

    I personaggi protagonisti permettono di capire come la dittatura comunista abbia influenzato le varie fasce della popolazione. Dalla classe operaia fino alle classi considerate privilegiate, nessuno riesce davvero a sottrarsi a una forza che invade ogni aspetto della vita quotidiana. Manifestazioni di facciata, discorsi da recitare a memoria davanti alle telecamere della televisione di Stato: sono solo alcune delle maschere dietro cui i cittadini sono costretti a nascondersi loro malgrado, compromessi reiterati nel tempo fino a diventare routine. Eppure, dietro una normalità costruita e artificiale, è nell’intimità che i personaggi tornano a esistere davvero, dando voce a un malessere profondo e a un desiderio di cambiamento che sembra tanto necessario quanto irraggiungibile.

    Mureșanu sceglie il registro tragicomico per raccontare uno dei capitoli più oscuri della storia rumena, una decisione narrativa tanto audace quanto efficace. Il sorriso non attenua la drammaticità del contesto, ma anzi amplifica la riflessione, dimostrando come anche nelle situazioni più disperate l’ironia possa diventare uno strumento di resistenza. The New Year That Never Came si inserisce così nel solco del cinema storico europeo. Il film rievoca un periodo di profondo tumulto, restituendo la diffusione capillare di sentimenti come la paura e l’incertezza, e ricordando come i grandi cambiamenti abbiano spesso origine dalle persone più umili.

    Come nel Bolero di Ravel, la tensione cresce progressivamente, fino a lasciare spazio a una speranza che torna a germogliare nei cuori delle persone, accompagnando lo spettatore in un crescendo emotivo facendo presagire un futuro migliore per il nuovo anno.

  • Eternity

    Eternity

    Eternity è il nuovo film della casa di produzione e distribuzione A24, diretto da David Freyne e distribuito in Italia da I Wonder Pictures. Nel cast Miles Teller, Elizabeth Olsen e Callum Turner.

    Dopo una vita trascorsa fianco a fianco, Joan (Olsen) e Larry (Teller) si spengono a distanza di una sola settimana. Un intervallo minimo, quasi simbolico, che permette loro di ritrovarsi rapidamente in un aldilà concepito come spazio di transizione, dove ogni anima dispone di sette giorni per scegliere con chi condividere l’eternità. Per i due coniugi la decisione sembra scontata, frutto di decenni di amore e complicità. L’equilibrio si incrina con l’arrivo di Luke (Turner), il primo marito di Joan, caduto nella guerra di Corea e rimasto per sessantasette anni in attesa di poter riabbracciare il suo grande amore. A Joan si apre così un dilemma tanto intimo quanto universale: lasciarsi sedurre dal richiamo della passione giovanile o restare fedele a un legame costruito nel tempo, solido e profondo, che ha resistito agli anni e alla vita stessa.

    Eternity si interroga sulla natura dell’amore, ponendo una domanda destinata a riecheggiare per tutta la durata del film. Un interrogativo che si arricchisce progressivamente nelle molteplici sfaccettature che definiscono le relazioni umane: dall’attrazione alla competizione, dalla gelosia all’altruismo, fino alle loro più sottili ambiguità. Al centro del racconto c’è Joan, interpretata con notevole sensibilità da Elizabeth Olsen, chiamata a confrontarsi con una scelta impossibile: decidere con quale dei suoi amori condividere la sua eternità. A rendere il dilemma ancora più lacerante interviene il fattore tempo. In questa dimensione di passaggio tra la vita e l’eternità, alle anime sono concessi solo sette giorni per determinare il proprio destino. Una scelta irrevocabile, che non ammette ripensamenti: sbagliare significa precipitare nel vuoto, uno spazio sospeso e senza coordinate, dominato da un’oscurità perenne che diventa la materializzazione della paura di restare soli per sempre.

    I due pretendenti non potrebbero essere più lontani l’uno dall’altro, quasi incarnazioni opposte di un’idea d’amore. Luke (Callum Turner) è affascinante, atletico, impetuoso: un amore interrotto brutalmente dalla morte durante la guerra di Corea ha cristallizzato la sua relazione con Joan in un eterno presente. Il suo carisma esercita un richiamo potente, reso ancora più irresistibile dalle regole dell’aldilà, dove le anime assumono l’aspetto e l’età del momento in cui hanno conosciuto la massima felicità in vita. Un dettaglio che rende la tentazione difficile da ignorare.

    All’estremo opposto si colloca Larry (Miles Teller), incarnazione di una tenerezza discreta e quotidiana. Pacato, leale e profondamente devoto, è stato il compagno con cui Joan ha condiviso oltre sessant’anni di matrimonio, costruendo un legame fondato sulla complicità e sulla cura reciproca. Sul piano puramente estetico non può competere con Luke — una mancanza che gli è stata spesso rinfacciata — ma è proprio la sua capacità di mettere la felicità di Joan al di sopra di tutto ad aver reso il loro amore autentico e duraturo. Questa dicotomia si riflette anche nelle rispettive visioni dell’eternità: Luke immagina un aldilà montano, verticale e impetuoso come il suo carattere, mentre Larry predilige l’orizzonte aperto e rassicurante del mare. Due spazi simbolici, due modi opposti di intendere l’amore e la vita — o ciò che ne resta oltre la morte.

    Eternity è un film intelligente ed elegante, capace di affrontare temi complessi come l’amore, il trapasso e la competitività insita nelle relazioni affettive con uno sguardo brillante e mai appesantito. Sostenuto da un cast di grande livello, in cui spiccano in modo simpatico anche le figure dei Consulenti dell’Aldilà, il film riesce a muoversi con naturalezza tra profondità emotiva e leggerezza narrativa. David Freyne sceglie la satira come chiave espressiva per esplorare la natura sfaccettata dei legami amorosi, utilizzandola non come semplice espediente comico, ma come strumento di riflessione. Al centro del racconto resta una domanda tanto semplice quanto profonda: è possibile far convivere amore e felicità per l’eternità, senza che uno finisca per soffocare l’altra? Un interrogativo che Eternity lascia aperto, accompagnando lo spettatore ben oltre i titoli di coda.