The new year that never came

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I personaggi protagonisti permettono di capire come la dittatura comunista abbia influenzato le varie fasce della popolazione. Dalla classe operaia fino alle classi considerate privilegiate, nessuno riesce davvero a sottrarsi a una forza che invade ogni aspetto della vita quotidiana. Manifestazioni di facciata, discorsi da recitare a memoria davanti alle telecamere della televisione di Stato: sono solo alcune delle maschere dietro cui i cittadini sono costretti a nascondersi loro malgrado, compromessi reiterati nel tempo fino a diventare routine. Eppure, dietro una normalità costruita e artificiale, è nell’intimità che i personaggi tornano a esistere davvero, dando voce a un malessere profondo e a un desiderio di cambiamento che sembra tanto necessario quanto irraggiungibile. Mureșanu sceglie il registro tragicomico per raccontare uno dei capitoli più oscuri della storia rumena, una decisione narrativa tanto audace quanto efficace. Il sorriso non attenua la drammaticità del contesto, ma anzi amplifica la riflessione, dimostrando come anche nelle situazioni più disperate l’ironia possa diventare uno strumento di resistenza. The New Year That Never Came si inserisce così nel solco del cinema storico europeo. Il film rievoca un periodo di profondo tumulto, restituendo la diffusione capillare di sentimenti come la paura e l’incertezza, e ricordando come i grandi cambiamenti abbiano spesso origine dalle persone più umili.

Come nel Bolero di Ravel, la tensione cresce progressivamente, fino a lasciare spazio a una speranza che torna a germogliare nei cuori delle persone, accompagnando lo spettatore in un crescendo emotivo facendo presagire un futuro migliore per il nuovo anno.

Presentato ufficialmente durante l’81 edizione della Mostra Internazionale del Cinema di Venezia nella sezione Orizzonti, The new year that never came è un film del 2024 diretto da Bogdan Mureșanu. Durante il periodo natalizio del 1989, le vite di sei ignari cittadini convergono verso i moti rivoluzionari contro la dittatura del governatore Nicolae Ceaușescu. Il senso di ribellione e la voglia di evasione dei giovani sono affiancati alle vite ponderate degli adulti, pacati e sospettosi nei confronti di chiunque. Ogni protagonista affronta la propria quotidianità insofferente nei confronti del regime, che opprime e sfianca le persone, inconsapevoli del fatto che da lì a breve la storia sarebbe cambiata per sempre. Nella Romania del regime comunista l’aria è densa di oppressione, non diversa da quella che avvolgeva gli altri paesi dell’Est sotto il medesimo controllo ideologico. Il malcontento serpeggia silenzioso, soffocato da una domanda costante e angosciante: cosa si può dire, e soprattutto a chi? La diffidenza diventa una forma di sopravvivenza quotidiana, in un contesto in cui i collaboratori del potere sono ovunque, invisibili ma vigili, pronti a trasformare ogni parola di troppo in una colpa. Mureșanu riesce a ricostruire con precisione questa atmosfera di tensione e incertezza, evocando la presenza costante di un “nemico” che non si mostra mai apertamente, ma che si avverte in ogni gesto e in ogni silenzio.

I personaggi protagonisti permettono di capire come la dittatura comunista abbia influenzato le varie fasce della popolazione. Dalla classe operaia fino alle classi considerate privilegiate, nessuno riesce davvero a sottrarsi a una forza che invade ogni aspetto della vita quotidiana. Manifestazioni di facciata, discorsi da recitare a memoria davanti alle telecamere della televisione di Stato: sono solo alcune delle maschere dietro cui i cittadini sono costretti a nascondersi loro malgrado, compromessi reiterati nel tempo fino a diventare routine. Eppure, dietro una normalità costruita e artificiale, è nell’intimità che i personaggi tornano a esistere davvero, dando voce a un malessere profondo e a un desiderio di cambiamento che sembra tanto necessario quanto irraggiungibile. Mureșanu sceglie il registro tragicomico per raccontare uno dei capitoli più oscuri della storia rumena, una decisione narrativa tanto audace quanto efficace. Il sorriso non attenua la drammaticità del contesto, ma anzi amplifica la riflessione, dimostrando come anche nelle situazioni più disperate l’ironia possa diventare uno strumento di resistenza. The New Year That Never Came si inserisce così nel solco del cinema storico europeo. Il film rievoca un periodo di profondo tumulto, restituendo la diffusione capillare di sentimenti come la paura e l’incertezza, e ricordando come i grandi cambiamenti abbiano spesso origine dalle persone più umili.

Come nel Bolero di Ravel, la tensione cresce progressivamente, fino a lasciare spazio a una speranza che torna a germogliare nei cuori delle persone, accompagnando lo spettatore in un crescendo emotivo facendo presagire un futuro migliore per il nuovo anno.

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