Venezia 83: il trauma e il Western femminista nell’intervista su Un détour par Diane

I registi Ann Sirot e Raphaëlle Balboni presentano il film Un détour par Diane al Lido per Venezia 83

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Durante l’83 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, i registi Ann Sirot e Raphaëlle Balboni raccontano come trasformare un segreto di famiglia in una storia di rinascita, tra un metodo di scrittura immersivo e la sovversione dei cliché del dramma d’autore. Un detour par Diane ha vinto il premio Miglior Film Premio Orizzonti.

Il metodo creativo

Ho amato molto il film. Mi piacerebbe capire come avete diviso il processo creativo, come avete costruito il personaggio di Diane e da dove è nata l’esigenza di raccontare questa storia.

Il nostro è un processo di scrittura molto particolare. Scegliamo gli interpreti nelle fasi iniziali, prima ancora di aver terminato la sceneggiatura. Individuiamo subito alcune scene chiave e iniziamo a provarle con gli attori: li osserviamo, studiamo il modo in cui interagiscono e reagiscono tra loro, e usiamo queste informazioni per scrivere il resto del film. Per Un détour par Diane abbiamo iniziato le prime prove nel 2020 prima di girare. È un andirivieni continuo tra scrittura, prove, riprese di test e montaggio: in questo modo creiamo una bozza visiva del film prima ancora di battete il primo ciak ufficiale. Ci permette di riadattare la storia alla realtà delle persone e dei luoghi con cui lavoriamo, rendendo tutto biologico e organico.

Il racconto del trauma

Il trauma subito dalla madre di Diane avviene tre anni prima della sua nascita. Quanto era importante per voi raccontare come un segreto del genere si rifletta sul rapporto madre-figlia e sul comportamento di chi non era ancora nato?

È il cuore del film: mostrare come qualcosa di invisibile e segreto possa essere estremamente presente. Un trauma taciuto modella il modo di comportarsi delle persone, condiziona le relazioni e plasma persino la personalità di chi all’epoca non era ancora al mondo. È come versare del colorante blu in una sorgente sotterranea: l’acqua che uscirà in superficie sarà inevitabilmente tinta. Volevamo mostrare che ciò che viene nascosto sotto il tappeto spesso esercita un potere ancora più forte sulla vita rispetto a ciò che viene detto ad alta voce.

Nel film non c’è giudizio: la madre vuole mantenere il segreto, la figlia vuole urlarlo al mondo. Secondo voi, abbiamo il diritto di rivelare il segreto di qualcun altro?

È il grande dilemma morale di questa storia. Ci si trova divisi tra due responsabilità: proteggere la persona che è stata ferita e, allo stesso tempo, evitare che chi ha commesso la violenza continui a proteggersi dietro quel silenzio. Il segreto è una catena condivisa tra la vittima e lo stupratore. Rispettare il silenzio della vittima finisce purtroppo per tutelare anche il colpevole. È questo il conflitto che dilania Diane dall’interno.

Un retour par Diane intervista: il dilemma morale

Questo conflitto si riflette anche sul corpo di Diane e sulla sua sessualità: desidera gli uomini, ma contemporaneamente li respinge.

È una relazione profondamente conflittuale. Diane è eterosessuale, cerca l’amore e l’intimità fisica con gli uomini, ma al tempo stesso percepisce un senso di oppressione e di repulsione inconscia legato a quello che è successo a sua madre. Il film racconta anche questa spaccatura emotiva che riguarda l’intimo di moltissime donne.

Perché avete scelto il genere Western per inscenare questa storia?

Solitamente racconti di questo tipo prendono la forma del dramma da camera, con un’atmosfera ovattata, intima, fatta di sussurri e silenzi attorno al tema dello stupro. Volevamo rompere questa convenzione. Il Western è storicamente un genere maschile e virile: trasformarlo in un “Western femminista” significa trattare la guarigione e la resa dei conti come una grande avventura, una lotta in campo aperto. Nei Western c’è sempre un passato irrisolto da affrontare per fare giustizia; noi abbiamo preso quella struttura e l’abbiamo applicata alla risposta contro la violenza.

La frase finale del film parla di una “dolce vendetta”, legata alla gentilezza. Pensate che il perdono sia possibile?

No, non credo che il perdono sia possibile in questi casi. Ma crediamo fermamente che ci sia un modo per andare avanti. La “dolce vendetta” di Diane non è il perdono, ma la capacità di costruire qualcosa di buono ed umano anche all’interno di un contesto atroce. È un invito a ripartire. Il film si chiude con un treno che parte verso un nuovo inizio, verso un mondo migliore dove anche gli uomini sono invitati a salire a bordo.

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