Un peu avant minuit: intervista a Chiara Mastroianni e Nicolas Pariser

Chiara Mastroianni in una scena del film

Avatar Andrea Dall'Armi

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Tempo di lettura: 8 min

Presentato nella sezione ufficiale di Venezia 83, Un peu avant minuit esplora temi che intrecciano intimità, attualità e riflessione sociale. Tra l’analisi delle dinamiche di coppia nell’era del #MeToo, la necessità di ampliare il dibattito alle molestie morali e il racconto della soglia simbolica dei cinquant’anni, Chiara Mastroianni e Nicolas Pariser raccontano alcuni retroscena del film.

#Metoo e relazioni umane

Il film riflette anche sugli uomini, e su un uomo che ripensa alla sua precedente vita sentimentale in un certo modo. Ci porta a pensare a come le donne hanno vissuto le nostre storie, e questa è una cosa molto nuova da vedere al cinema. Pensi che rifletta gli uomini reali che incontriamo tutti i giorni?

Chiara Mastroianni: “Beh, riflette alcuni dei miei amici, per esempio, che forse non hanno avuto la possibilità di rivedere quelle donne, ma che si sono messi in discussione. Sì, molti uomini che conosco si sono chiesti: ‘C’è forse qualcosa, un segnale che ho frainteso?’, e io… non mi spingerei a parlare di veri e propri crimini, sapete, se stupri qualcuno, sai che è uno stupro. Intendo dire, parlo solo di piccole cose. Ma io sono circondata da uomini molto intelligenti, quindi non saprei dire… però questo dovrebbe valere anche per le donne, perché, attenzione, parliamo sempre del #MeToo attraverso la lente sessuale, ma parliamo anche di molestie morali.

Succedono in continuazione, anche da parte delle donne, sapete? Quindi penso che il #MeToo sia meraviglioso perché finalmente c’è… speriamo che garantisca un futuro migliore per i più giovani, ma credo che dovrebbe essere anche molto più aperto verso altre forme; le molestie morali, ad esempio, ci sono in continuazione, ancora oggi. Anche se parliamo sempre di #MeToo, questo non impedisce le molestie morali che arrivano dagli uomini, dalle donne… ci sono ancora molte cose da elaborare. Ma sì, conosco uomini che si mettono in discussione, e conosco anche uomini che non lo fanno.”

La scelta dei personaggi

Chiara, ho visto il tuo Marcello Mio, ed è un’interpretazione davvero incredibile. Anche in questo film di Pariser hai un ruolo e battute molto importanti. Qual è la differenza principale tra questi due ruoli?

Chiara Mastroianni: “Penso che la differenza sia che… quello in cui impersono mio padre è un personaggio completamente assorbito in un’illusione. Nel film di Nicolas interpreto un personaggio che è molto radicato nella realtà e che ha appena perso il padre. E rimarrà molto commossa dal suo incontro con questo fratello che non ha mai conosciuto, il fratello nascosto, il figlio segreto. Perché nota subito alcune cose che le ricordano il proprio padre, come quando gli fa notare il modo in cui tiene il bicchiere, e ne è toccata. Quindi penso che siano due personaggi molto diversi. L’altro è davvero un personaggio che fa un giro sulle montagne russe, mentre questo è per certi versi molto più maturo.

Quello che amo del mio personaggio nel film di Nicolas è che sarebbe stato facilissimo per lui scrivere una storia basata sul conflitto… quando c’è di mezzo un testamento le persone litigano, litigheranno anche quando non ci sono soldi. E ho trovato che fosse molto bello e che dimostrasse una grande fiducia negli esseri umani da parte sua lo scrivere un personaggio senza rancore, che accoglie a braccia aperte questo figlio segreto. Non lo vive come un tradimento, lei è al di sopra, capite, a livello spirituale e nell’anima è al di sopra di tutte queste stronzate materialistiche. Ha perso un padre, ma ha trovato un fratello, e credo che sia questo ciò che conta per lei. E ho trovato che fosse bellissimo, perché sarebbe stato estremamente facile e banale cadere nel cliché ‘sì, litigano, il conflitto, questo e quello’…”

La carriera di Chiara Mastroianni

Quanto è importante in questo momento della tua vita scegliere belle storie e ruoli come questo? Quali sono le migliori lezioni che hai ricevuto dopo molti anni in cui hai fatto scelte non convenzionali, mettendoti anche a rischio?

Chiara Mastroianni: “Sì, è vero che rischio, ed è vero che non ho una carriera da campionessa d’incassi, ma sono riuscita, a essere ancora qui dopo tren’anni. Quindi penso: ok, non ho una grande hit, non ho mai fatto un film a Hollywood… o qualunque sia il simbolo del successo, ma per quanto mi riguarda, ho fatto ciò che volevo fare e sono rimasta fedele a ciò in cui credevo. Non sono cambiata rispetto alle cose che amavo. Sono sempre stata molto legata al fatto che per me le cose che contano di più sono il regista e la sceneggiatura.

Le difficoltà del cinema d’autore

Chiara:Non ho mai guardato a un progetto solo dal mio punto di vista… Per me è un lavoro corale, un film è un film, non è un solo attore in un film. E penso di essere anche piuttosto fortunata, perché la fortuna fa parte di questo lavoro, ed è ciò che lo rende estremamente ingiusto.

Ma sono fortunata a essere ancora in circolazione senza Instagram, senza un grande successo ai botteghini… e a fare film che oggigiorno, devo essere onesta, non verrebbero mai realizzati. Oggi si sente dire ‘oh, Raoul Ruiz’, ma la verità è che oggi Raoul Ruiz non troverebbe mai i soldi per fare un film, perché le cose sono cambiate tantissimo. Quindi mi considero una sopravvissuta all’era del cinema d’autore… Per me l’importante è poter continuare a lavorare. E ricordo che mio padre non diceva mai nulla, ma il suo unico consiglio è stato: ‘sii paziente e rimani fedele a te stessa’. E penso: ok, beh, non avrò avuto grandissimi successi, ma sono ancora qui dopo 30 o 40 anni.”

i cambiamenti nelle relazioni

Nicolas, mentre realizzava questo film si è chiesto se sia ancora possibile scrivere una storia d’amore innocente. Ma nel rispondere a questa domanda, invece di guardare al presente, ha fatto in modo che il protagonista guardasse al suo passato e ai fantasmi della sua storia. Perché?

Nicolas Pariser: “Quello che volevo dire è che nei miei primi tre film, e persino nei miei cortometraggi… si tratta di film che secondo me sono molto cerebrali, affrontano temi diversi e dove c’è, a mio avviso, forse non abbastanza cuore. Erano film un po’ trattenuti. E man mano che acquisivo più sicurezza nei miei mezzi, ho avuto voglia di fare un film basato sui sentimenti, un film che fosse commovente, che parlasse del cuore. E quindi, ovviamente, dal momento in cui volevo fare un film che parlasse del cuore, ho voluto scrivere una storia d’amore.

Oggi, sarebbe davvero credibile fare un film con due cinquantenni che hanno già vissuto una loro vita, che si incontrano e si dicono ‘poiché ci siamo innamorati, la nostra vita cambierà, saremo finalmente noi stessi’? Mi sono detto che sarebbe stato difficile da mandare giù, che non sarebbe stato molto realistico. Quindi, ho cercato di capire quali potessero essere i conflitti tra queste persone…”

La paura dei cinquant’anni

A proposito di questo, come mai ha scelto che il protagonista avesse esattamente 49 anni?

Nicolas Pariser: “Quando ho scritto la sceneggiatura avevo 49 anni. Ah, e lì mi sono detto, non è male perché, quando girerò il film, ne avrò probabilmente 50 o 51, così resterò giovane ancora per un po’. [Ride] Ho rischiato di non fare cinema. Nella mia vita, il fatto di aver girato dei film… sono stato fortunato… e spesso mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se non avessi fatto film. Così ho avuto voglia di essere gentile con quella versione di me che non avrebbe fatto film e che probabilmente non avrebbe fatto nient’altro, perché ero molto pigro. Provo un po’ di compassione per la persona che sarei stato.”

La ricerca dell’identità

Una delle scene più divertenti del film è quella in cui ha scelto di assegnare a se stesso il ruolo dell’uomo diventato religioso. È una metafora sugli uomini che cambiano?

Nicolas Pariser: “In realtà, volevo fare un film che avesse una componente autobiografica, ma volevo che ci fosse uno scarto. E credo che volessi dare dignità alla persona che sarei stato se non avessi fatto film. Poi mi sono detto che sarebbe stato divertente se questo personaggio avesse incontrato un’altra potenzialità, un altro me stesso, ovvero chi sarei se fossi diventato un ebreo ortodosso. Un’opzione molto meno rilevante rispetto al non fare cinema, ma che è stata una possibilità come un’altra, perché ho avuto amici religiosi e amici che lo sono diventati. Quindi è qualcosa che in un certo momento della mia vita mi ha… non ci ho pensato seriamente, ma è stata comunque una strada che ho intravisto. E mi sono detto: beh, vediamo… interpreterò questo me che avrei eventualmente potuto essere.

È per questo che l’ho interpretato io stesso, perché in fondo era piuttosto facile da recitare. E mi piaceva l’idea che queste due persone si incontrassero, che queste mie due versioni, provenienti da altre dimensioni, si incrociassero. D’altra parte, mi interessava anche indagare quali fossero le radici ebraiche del mio amore per il cinema, ovvero la diffidenza verso l’idolatria. In pratica, nei confronti dell’iconografia cristiana… l’ebraismo ha per forza di cose una certa reticenza nei confronti dell’immagine, e come si può fare cinema, un cinema profondo, partendo da questo presupposto?”

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