Intervista a Michelle Zhou: Il coraggio di Little Big Things a Venezia 83

La madre e la protagonista in una scena del film Little Big Things

Avatar Andrea Dall'Armi

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Presentato nella sezione Orizzonti all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Little Big Things è un’opera intima autobiografica. In questa intervista esclusiva, la regista Michelle Zhou svela i retroscena del film, dalle pressioni del Capodanno Lunare nella gelida Harbin fino all’accettazione del proprio coming out.

L’ispirazione autobiografica

Complimenti per il film, mi è piaciuto davvero molto. Il titolo mi ha incuriosito fin da subito: quali sono stati gli spunti e le motivazioni che ti hanno spinta a realizzare quest’opera?

Grazie! L’ispirazione nasce direttamente da eventi reali della mia vita. Sono cresciuta nel nord-est della Cina, ad Harbin, vicino ai confini con la Russia e la Corea del Nord, in una terra dove l’inverno è lunghissimo e rigido. Nella nostra cultura l’amore e le aspettative familiari sono due elementi praticamente inseparabili: quando nascono dei problemi, la tendenza naturale è rimanere in silenzio per preservare l’armonia della casa.

Quando si è presentata la mia personale situazione di coming out con la mia compagna — che è anche la mia socia in affari — eravamo terrorizzate all’idea di affrontare i miei genitori. Da un lato c’era la voglia di condividere la propria felicità, dall’altro il terrore di perdere l’affetto della famiglia. Alla fine abbiamo iniziato con una bugia e sono tornata a casa con lei. Ma quando la verità è emersa, l’intera famiglia è crollata: è stata una notte di isteria collettiva in cui io non ero solo una spettatrice, ma parte attiva del dramma. Da quel caos mi è sorta una domanda spontanea: perché mentiamo proprio alle persone che amiamo pur di restare loro vicini? Da lì è nata la spinta per scrivere il film: volevo catturare quel momento preciso in cui, pur non essendo d’accordo su nulla, si cerca comunque un modo per andare avanti.

Lo scontro generazionale nella Cina di oggi

Nel film si percepisce fortemente quanto i genitori pretendano che i figli vivano la vita che loro hanno programmato. Quanto c’è di reale in questa rappresentazione?

È esattamente così, rispecchia la realtà al cento per cento. I nostri genitori appartengono alla generazione degli anni ’60: hanno lavorato duro, messo da parte soldi e ci hanno mandato a studiare all’estero, negli Stati Uniti o in Europa. Tuttavia, quando siamo tornati a casa, si aspettavano che fossimo gli stessi figli su cui avevano “investito”, mentre noi eravamo inevitabilmente cambiati. C’è una radice culturale profonda legata al Confucianesimo che spinge i genitori asiatici a voler decidere il percorso dei figli. Oggi però ci troviamo di fronte allo scontro tra due ideologie opposte: l’esperienza di chi ha vissuto in Occidente e la mentalità tradizionale di chi è rimasto. È uno shock culturale enorme, ed è per questo che il vecchio modello familiare oggi non funziona più.

Una figura paterna inedita e l’uso del cantonese

Uno degli elementi più interessanti è la figura del padre. Spesso nel cinema si vede la madre più accomodante e il padre assente o rigido, mentre qui i ruoli sembrano quasi invertiti. Come hai costruito questo personaggio e l’intesa con la protagonista?

Non volevo il classico padre assente da copione. Volevo un padre presente, che non avesse altra scelta se non quella di restare e affrontare la situazione. Nel film tra lui e la figlia c’è una complicità speciale: entrambi sono cresciuti a Guangzhou, per cui parlano tra loro in cantonese, mentre con la madre si parla in mandarino. Questo crea uno strato di intimità linguistica molto particolare. La figlia gli confida dei segreti anche senza bisogno di troppe parole. Quando la madre va fuori di testa e rifiuta completamente la realtà, è proprio il padre a dover fare da ponte e da mediatore tra la figlia e il resto della famiglia.

un approccio da documentario per raccontare Harbin

Anche gli ambienti giocano un ruolo fondamentale: a volte le case sembrano un rifugio sicuro, altre volte una vera e propria prigione. Come avete lavorato con il direttore della fotografia per dare forma a questo contrasto?

Regista: Il mio direttore della fotografia viene dal sud della Cina e non era mai stato al nord, mentre io mancavo da Harbin da tantissimo tempo. In un certo senso eravamo entrambi due “stranieri” alle prese con la scoperta della città. Non volevo mostrare Harbin come la solita metropoli desolata e grigia dei vecchi film di genere; volevo restituire l’immagine di una città moderna, viva, colorata, ma con un’anima vintage. Abbiamo scelto di girare quasi tutto il film con la macchina a mano, tranne un paio di scene, per adottare un approccio quasi documentaristico. È stato un lavoro immenso, abbiamo accumulato circa 70 ore di girato.

Il film lavora molto anche sui momenti di silenzio, che a volte pesano più delle parole…

Ti ringrazio per aver notato questo aspetto. Se ci fai caso, all’inizio ad Harbin tutti sono estremamente socievoli e chiacchieroni nel quartiere. Poi, a mano a mano che la tensione sale, cala il silenzio. Nella nostra cultura, quando il conflitto diventa viscerale, la reazione immediata è smettere di parlare. Il silenzio può diventare una forma di violenza o un muro protettivo. Il film è anche un’esplorazione di questa dinamica: mostrare perché continuiamo a comportarci così invece di esprimere ciò che proviamo.

Le pressioni del capodanno cinese

Nel complesso, il tema della famiglia emerge sia come protezione che come ostacolo. Come si posizionano i vari personaggi rispetto a questo “rifugio”?

La famiglia è il collante che tiene insieme la protagonista, ma gli altri personaggi attorno a lei vivono realtà diverse. La sua compagna, ad esempio, non ha una casa a cui tornare ed è per questo che è sempre emotivamente sulla difensiva e fatica a comunicare. Il ragazzo, d’altra parte, vive isolato mentre la madre si è ritirata in un tempio a meditare. La protagonista vive quasi “immersa nel miele” di una struttura familiare protettiva senza rendersene conto, finché non rischia di perderla e finché non si confronta con le solitudini altrui. Spesso non ci rendiamo conto di quello che abbiamo finché non lo stiamo per perdere.

Il finale lascia un senso di speranza. Pensi che la protagonista e la sua famiglia possano mai fare davvero pace?

Quella finale è una tregua temporanea. In un lasso di tempo così breve è impossibile superare del tutto un trauma del genere: guarire una ferita familiare richiede tempo e la riconciliazione non avviene dall’oggi al domani. Il padre fa un piccolo passo avanti verso la comprensione, la figlia fa un passo per affermare la propria identità. Ma la cosa più importante è la presenza della compagna che la aspetta alla fine: che si tratti di un ragazzo, di una ragazza o di una persona transgender, la vera speranza sta nel sapere che là fuori c’è qualcuno ad aspettarti e ad accoglierti.

Un’ultima domanda: perché scegliere proprio il Capodanno Lunare come momento cruciale per la cena in famiglia?

Perché il Capodanno Lunare è il momento culminante della tradizione cinese, ma è anche il momento in cui saltano tutti i confini personali! Durante questa festività, parenti e familiari si sentono legittimati a farti le domande più intime e invadenti: “Quando ti sposi?”, “Quando fai un figlio?”, “Quanto guadagni?”. In qualsiasi altro giorno dell’anno eviteresti persino di rispondere al telefono, ma durante il Capodanno tutti si sentono in diritto di farlo.

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