Nel corso della 83 Mostra del Cinema di Venezia abbiamo intervistato il regista Halkawt Mustafa che ci ha raccontato la nascita del progetto e la scelta di girare nei luoghi reali del conflitto. Ci sono voluti nove anni di lavoro ed un coraggio produttivo fuori dal comune per portare sul grande schermo No Paradise If You Are Killed by a Woman.
L’origine del progetto
Come è nata l’idea di realizzare questo film?
Nel 2014, all’inizio del conflitto contro l’ISIS, lavoravo come fotoreporter di guerra. A settembre sono arrivato in prima linea ed è stata la prima volta in vita mia in cui mi sono trovato davanti a un fronte interamente presidiato da combattenti donne Peshmerga. Due giorni dopo ho conosciuto una cecchina di nome Viyan. Il film nasce proprio da quell’incontro fondamentale, ma nel corso del tempo ha finito per raccogliere le testimonianze di tutte le combattenti con cui ho avuto modo di parlare nei vari fronti durante quattro anni di ricerche.
Il film ha richiesto ben nove anni tra sviluppo e realizzazione. Qual è stata la visione alla base di un percorso così lungo?
Io sono arrivato in Norvegia da ragazzo lasciando il Kurdistan; per questo film ho cercato di unire uno sguardo cinematografico norvegese a un cuore profondamente curdo, con l’obiettivo di trovare un nuovo linguaggio visivo. La produzione è stata estremamente complessa anche perché molti addetti ai lavori mi chiedevano di girare in totale sicurezza in Paesi come il Marocco o la Giordania. Io però ho rifiutato: volevo a tutti i costi le location reali.
Girare direttamente nelle zone del conflitto in Iraq ha comportato enormi rischi. Come siete riusciti a gestire la sicurezza della troupe?
È stato un compito difficilissimo garantire l’incolumità di una troupe composta da professionisti provenienti da 10 nazionalità diverse. Abbiamo risolto il problema logistico ricostruendo e vivendo direttamente sul posto: abbiamo isolato l’area delle riprese in modo da poterci muovere a piedi a soli cinque minuti dal set. Per strutturare tutta questa macchina organizzativa ci sono voluti due anni dedicati esclusivamente alla pre-produzione e alla pianificazione della sicurezza.
Com’era la situazione sul campo a Mosul durante le riprese? C’erano ancora pericoli reali nelle vicinanze?
La situazione era quella del dopo-ISIS, quindi a tutti gli effetti quasi una zona di guerra. La maggior parte degli edifici non era ancora stata bonificata da ordigni inesplosi e munizioni. È così ancora oggi: Mosul è una città enorme di milioni di abitanti e noi abbiamo girato solo in una piccola porzione. Ho voluto girare a Mosul a tutti i costi perché avevo bisogno di credere fino in fondo alla storia e di renderla autentica. Ero stato anche in Marocco per valutare le location, ma non faceva per me.
Lei è stato un fotoreporter di guerra prima di dedicarsi al cinema. È stato naturale passare da un ambito all’altro?
In realtà sono diventato regista di fiction prima ancora di fare il fotografo. Poi ho portato avanti le due cose insieme lavorando da freelance. Questa dimensione mi garantiva grande libertà: se mi proponevano una missione di una settimana a Gaza, potevo decidere se accettare o meno. Il lavoro sul campo mi ha insegnato moltissimo. Vedere famiglie appena fuggite dall’ISIS cercare un po’ d’ombra e poi tornare nella perfezione della vita in Norvegia ti mostra il contrasto stridente dell’esistenza. È un’esperienza che ti segna emotivamente.
È un’opera dedicata in particolar modo alle donne?
Sì, è un film dedicato in generale alle donne. Nella mia vita ho conosciuto molte donne straordinarie e forti. Ho cercato di ritrarre una donna curda attraverso la mia prospettiva internazionale e norvegese, mettendo a nudo il mio cuore. All’inizio l’idea era quella di realizzare una produzione internazionale con una superstar: sono stato persino in Romania per i casting, ma non ci credevo fino in fondo. Ho capito che dovevamo girare nella lingua originale per preservare l’autenticità del racconto.
Cast e produzione: la ricerca di autenticità
Il film unisce la cruda realtà del conflitto con gli elementi tipici del genere action/thriller. Era un obiettivo preciso fin dall’inizio?
Molti si chiedono se si tratti di un action o di un thriller, ma per me è soprattutto un dramma umano. Ho cercato un linguaggio cinematografico preciso per questa narrazione, così come ho fatto nei miei lavori precedenti. Ci sono voluti 9 anni per completare il film proprio per questo: la vera sfida è stata trovare la forma giusta e il giusto linguaggio visivo per la storia. Alla fine, non conta quale macchina da presa usi, ma quali volti incontri.
La scena iniziale nella chiesa distrutta con i manichini è davvero inquietante. Come l’avete realizzata?
Quei manichini venivano usati dai militanti dell’ISIS come bersagli per l’addestramento. Ci siamo basati su filmati reali di quella chiesa e l’abbiamo ricostruita quasi identica sul set. Quando le persone del posto che avevano vissuto la guerra sono venute a vederla, si sono messe a piangere.
Che dimensioni aveva la squadra di produzione sul set?
È stata una produzione molto complessa. Avevamo tra le 50 e le 200 persone impiegate solo per il reparto scenografia, oltre a un team di 20-25 persone dedicate esclusivamente alla logistica e ai trasporti. Anche per i mezzi militari non volevamo finzioni: in produzioni come American Sniper usano finti Humvee, mentre noi in Iraq abbiamo impiegato veri veicoli militari che avevano combattuto sul campo per quattro anni. Inoltre, abbiamo girato con vere armi e persino proiettili reali. Questo ha richiesto quasi sei mesi solo per ottenere le autorizzazioni militari e burocratiche.
Essendo una produzione a maggioranza norvegese ambientata all’estero, è stato difficile ottenere i finanziamenti?
In Norvegia il film non è stato sostenuto dal Norwegian Film Institute (NFI). Abbiamo riscontrato molti problemi con le istituzioni locali: hanno rifiutato il sostegno prima delle riprese e si sono rifiutati di aiutarci persino in fase di post-produzione, sostenendo che avessimo iniziato a girare prima dell’approvazione formale. Ho inviato una lettera aperta al Ministro della Cultura norvegese: c’è un problema di discriminazione nel sistema di assegnazione dei fondi che va affrontato.
Un messaggio d’amore
Nel film emerge un forte contrasto tra la lotta sul campo e la rigidità burocratica scandinava…
È la fotografia della realtà. In Norvegia, per legge, non è consentito ad alcun cittadino andare a combattere all’estero, nemmeno se si tratta di combattere dalla parte “giusta” contro i terroristi dell’ISIS. Ho voluto mostrare questo stridente contrasto tra il caos del fronte e il silenzio rigido delle istituzioni occidentali.
L’ attrice Avan Jamal offre una prova straordinaria. Come l’ha scelta per il ruolo?
Se non avessi trovato Avan, non avrei mai realizzato questo film. Avevo la possibilità di lavorare con quattro grandi superstar internazionali, ma con un volto troppo famoso il progetto avrebbe perso la sua vulnerabilità e identità. Il mio line producer mi ha segnalato Avan dopo averla vista in un piccolo ruolo. Quando l’ho incontrata le ho spiegato subito quanto sarebbe stato duro il percorso, sia fisicamente che emotivamente. Abbiamo fatto test e provini per quasi un anno — dall’addestramento con le armi alla tenuta psicologica — prima di affidarle la parte. È stata la scelta migliore che potessi fare.
Qual è il messaggio principale che spera di trasmettere al pubblico?
In fin dei conti è un film che parla d’amore. Amore per le persone che ci circondano, per i propri cari, per i luoghi che viviamo. Oggi la guerra non è mai stata così vicina a noi. L’unica cosa che spero davvero è che questo film spinga le persone a essere più gentili con chi hanno accanto. Un piccolo gesto di gentilezza quotidiano può cambiare il mondo.



