Presentato come film di chiusura della SIC durante la Mostra del Cinema di Venezia, Rider unisce la musica al cinema d’autore. In quest’intervista i registi Roan Johnson e Davide Pavanello ci raccontano i retroscena della loro opera.
La musica come motore narrativo
C’è qualcosa che lei avrebbe voluto realizzare e che invece effettivamente poi hai spiegato non si poteva fare?
Roan In realtà no. Siamo riusciti a fare anzi di più di quello che ci aspettavamo. La musica è una cosa seria, chi la vede da fuori sembra che sia una cosa così, ma è un attimo che… A me la musica fatta male imbarazza proprio, mi sento fisicamente male quando la sento. Ed era un rischio molto grave. Infatti abbiamo parlato e approfondito, siamo stati tantissimo insieme, abbiamo scritto un sacco di cose, siamo partiti dal punto più difficile. Una delle canzoni parte da dialoghi in rima, il suono di un frigo diventa un metronomo, poi arriva la musica, c’è la voce narrante, poi diventa un pre-ritornello e poi esplode il ritornello. Tutto in due minuti e mezzo. Se riusciamo a fare questo…
Dal rumore del frigo che è un rumore diegetico, ma che poi diventa il beat… arriva la cassa… Insomma, quella canzone ci ha fatto capire che questa storia si poteva raccontare anche con la musica. E poi siamo tornati indietro, abbiamo cominciato a scrivere, ne abbiamo scritte sette o otto e poi abbiamo scritto la sceneggiatura.
Rider: i paradossi sociali
Riguardo le tematiche, riferito anche prima agli attori, qui abbiamo delle forti dicotomie: un giovane che vive un disagio quotidiano e invece una ragazza che ha comunque un futuro più incanalato. Come avete unito questa dicotomia, questi due mondi?
Roan Intanto da un punto di vista narrativo abbiamo creato una sorta di incidente iniziale, che è questo strano risucchio… Intanto siamo in una notte molto particolare, siamo nell’ultima notte dell’anno dove appunto succedono spesso cose particolari e il protagonista viene risucchiato in un ambiente che normalmente non è il suo. E poi c’è questo incontro-scontro con questa ragazza, perché poi il film è anche effettivamente una storia d’amore. Ci sembrava interessante, come noi abbiamo unito questi due mondi della musica e del cinema, unire dei mondi che apparentemente sono distanti; non abbiamo mai voluto dare un senso di vittimo né entrare in tematiche sociali.
Comunque ci siamo incontrati appena dopo la pandemia.In quel periodo io invidiavo i rider, perché erano gli unici liberi, erano gli unici che stavano fuori, che andavano in giro mentre noi eravamo chiusi nelle case. Volevamo fare un film e un album che parla di contraddizioni e paradossi: il primo paradosso è nel titolo. “Rider” nell’immaginario è una cosa molto umile, ma è una parola che significa “il cavaliere”, ed è per questo motivo che abbiamo voluto renderlo anche visivamente con il cavallo bianco.
Volevo approfondire l’idea che avete accennato al tema della violenza, è volutamente lasciato sospeso senza approfondire?
Roan L’abbiamo lasciato sospeso perché sono cose che succedono, succedono molto più spesso di quanto pensiamo. Non abbiamo voluto indagare troppo quella questione, anzi in realtà è proprio il centro della fine del nostro film, no? Quando Sami fa i conti, prima di entrare in carcere, le persone che gli vogliono bene: il suo amico Amir, Mia, i suoi genitori, si scusa per aver fatto quello che in realtà non voleva fare. È stato un errore, una scelta fatta d’istinto che l’ha portato in una strada molto brutta e pericolosa. L’amarezza di fondo per me racchiudeva tante sensazioni di questo film.
Davide Sì, anche perché c’è una contraddizione. Intanto è una questione che ogni tanto balza agli onori di cronaca, ma quante volte non viene fuori invece una cosa del genere? Ed è una delle contraddizioni e dei paradossi del nostro tempo: una società che si è molto modernizzata, ma su certi comportamenti invece rimane ancora ancorata a istinti primitivi di prevaricazione. Allo stesso tempo, in qualche modo, Sami è un eroe, ma diventa allo stesso tempo carnefice. Ed è una cosa che spesso succede nella realtà: non si è tutti bianchi e neri, spesso si è grigi, spesso si è bianchi e neri insieme.
Anche la scelta cromatica che avete fatto di mettere insieme tutti i personaggi vestiti di nero e il cavallo bianco è molto bella.
Roan È legata molto alla prima canzone, c’è stata questa intuizione di chiamarla Tutte Noir, quindi tutto è nero come la notte, ma sono anche le tute noir, le tute nere dei rider. Quando abbiamo pensato a quest’idea, la canzone poi è scaturita da sè e l’abbiamo seguita anche nei titoli di coda: se guardi c’è un bianco e nero, bianco e nero. Il film è di Rowan e Dade, l’album è di Dade e Rowan, c’è sempre questo binomio che ritorna.
La scelta del cast
È stato un cast molto complicato da gestire?
Davide Sì, molto! [ride] Cioè no, da gestire no. Da gestire no perché tutta gente fantastica. Lorenzo, Kaze, Margherita che già conoscevamo ovviamente, ma anche per esempio Johnny Marsiglia… Da gestire zero. Da comporre, è stato complicato, perché poi tutti gli attori venivano sottoposti poveracci a due provini: uno con me per la recitazione e uno con lui per il canto! Spesso anche insieme, perché dovevamo decidere insieme. Però tutti si sono veramente divertiti.
Avremmo potuto fare delle scelte molto più modaiole, andare sul ragazzino di vent’anni con un nome forte della musica attuale, o arrivare a personalità molto più pop. La verità è che quando abbiamo scritto i personaggi, erano loro. Quando scrivevamo io ho detto: ” Il tassista è Ensi, punto. Non ce n’è un altro che può fare questa cosa bene come lui”. Stessa cosa per Claudio. E poi in quella canzone Ensi e Claudia Levante sono entrambi cresciuti a Torino come me, ma sono tutti e due siciliani, tutti e due si sono trasferiti a Milano e hanno fatto una famiglia a Milano. Quindi quella canzone andava raccontata in quel modo tuttavia comporla è stato un po’ macchinoso.
Roan Quando abbiamo avuto gli attori sul set non riuscivamo a immaginarne altri. È stato veramente bello. Poi abbiamo trovato comunque dei talenti;
Davide Quando ho visto Lorenzo, l’ho messo subito sotto torchio perché davanti al microfono è diverso che davanti alla camera, c’è proprio un’emissione diversa, una presenza diversa… Quando l’ho visto ho detto: “Ferma tutto, sei tu. Fine.” E’ un grande appassionato di rap e di musica, ha una voce pazzesca tra l’altro, che abbiamo sfruttato molto poco, un po’ mi dispiace perché melodicamente ha estensioni gigantesche. Però la storia ci ha fatto scrivere queste canzoni, quando l’ho visto nel provino musicale non ho avuto dubbi.
Il punto di rottura è l’incontro con questo dissoluto viveur come l’avete sviluppato? Lo volevate proprio così ?
Roan No, non volevamo indugiare troppo in questo. Non volevamo entrare dentro quel gorgo iniziare a trattare una tematica difficilissima e paradossale perchè i punti più importanti arrivano più in là. Ci piaceva che ci fosse, perché era importante, ma anche perché è l’attualità. La cosa che ci sembrava interessante è che era un personaggio che irretisce il nostro protagonista in maniera non lineare: gli dà una mancia generosa che però allo stesso tempo è in qualche modo manipolatoria. Perché se offri una mancia di venti euro è tanto, ma se ne offriuna da cento è come se mi aspettassi qualcosa da te. Poi lo invita a rimanere alla festa… Abbiamo tentato anche lì di costruire un personaggio spennellandolo, ma con tutte delle contraddizioni e dei paradossi che mostrasssero la verità di quel tipo.
Le sfide produttive
Quanto è durato questo lavoro?
Davide È durato tanto. Ieri in un momento di malinconia ho preso la nostra chat e sono andato a scorrere fino all’inizio. Me lo ricordo, era il 30 maggio del 2021 quando ci siamo detti: “Facciamo questa pazzia? Dai, facciamola”. Da lì poi abbiamo ovviamente ragionato.
Roan “Proviamo a vedere se si può per caso fare”, non ci credevamo neanche un po’ all’inizio! All’inizio lui (Davide) mi ha messo tutti questi paletti sulla musica, perché diceva “meglio non farla che fare una roba cringe, mezza brutta, mezza così”. Quindi ho detto “vabbè, non c’è niente da fare”. Poi io sono tornato da lui tipo dopo un anno…
All’inizio grandi pause, poi c’è stata un’accelerata. Ma devo dire che ci sono stati due elementi secondo me che ci hanno fatto arrivare a fare il film, anzi un terzo che non abbiamo mai detto ed è un peccato: il primo è che lui ha avuto una persistenza nei momenti in cui andavamo dai produttori e gli spiegavamo cosa volevamo fare e loro: “Ma che cosa volete fare? Cos’è sta roba?”. Lui ha detto: “Dobbiamo fare un teaser a Torino, ora ci penso io”.
E abbiamo girato un teaser! E a quel punto andavamo dai produttori e dicevano: “Ah, figghissimo! Fatelo subito, però noi i soldi non li mettiamo!”. E il secondo è che eravamo veramente con le percentuali al 2-3% di riuscire a fare tutto questo, ma noi ci divertivamo talmente tanto a farlo… Sono quei progetti artistici dove non pensi dove arriverai, ma lo fai perché è talmente ganzo farlo che lo fai. Se non ci fossimo riusciti avremmo fatto uscire un album!
Il terzo, che non abbiamo mai detto, è che abbiamo trovato dei produttori — Movimento, Red Joint e I Motion — che non solo hanno capito…
Davide Due mesi prima, con la data già fissata dello shooting, cambiamo tutti i dialoghi e facciamoli tutti in rima!
Roan Ho pensato “I produttori diranno: ‘Raga, questo no!’”. Perché poi ogni volta… ad esempio alla ragazza dobbiamo farla un po’ veloci, leggeri, una sola macchina, io non so più girare con una macchina sola, quindi inizio a dire: “Allora piano sequenza, piano sequenza”. E loro: “Vabbè”. E io: “Poi mi hanno detto che va bene!”. Poi dialoghi in rima: “Vabbè”. Anche lì perché devo dire che i dialoghi in rima non sarebbero mai passati se Johnny Marsiglia non avesse letto i dialoghi in rima. Mandavamo i vocali con Johnny che leggeva e hanno detto: “Vabbè, ci sta”. Lì veramente si può dire giovani, inconsci e trasandati!
Il ruolo di Film Commission Torino Piemonte
Il ruolo di Film Commission Torino Piemonte quanto è stato importante?
Davide Molto! Molto, perché ci ha messo a disposizione grandissime risorse, hanno capito subito il progetto,gli sono molto grato. Ci hanno dato una troupe bellissima, ci siamo trovati super bene: scenografa torinese, costumi torinesi… tutto fatto quasi interamente a Torino, tranne un paio di giorni a Milano. È stata veramente fondamentale.
Roan Spezziamo un’altra lancia sulla Film Commission: io sono venuto a farci I primi della lista, il mio primo lungometraggio. La Torino Film Commission ha dato l’esempio a tutto il resto d’Italia. Se ora abbiamo tutte queste Film Commission, è perché la primissima ha lavorato veramente bene. Girare a Torino è stato un bonus incredibile, si gira benissimo.



