Venezia 83: intervista al regista de La Maison du Vent

La protagonista del film La maison du vent in una scena del film

Avatar MariaLuisa Dall'Armi

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Nel corso della 83 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia abbiamo intervistato il regista del film La Maison du Vent Auguste Bernard Kouemo Yanghu, un dialogo intimo sul nuovo progetto ambientato in Camerun, tra radici e reti di solidarietà femminile. Il film ha vinto il premio speciale della giuria Orizzonti.

La maison du vent: un viaggio tra la diaspora e il richiamo delle radici

Innanzitutto complimenti per il film. Le immagini di apertura sono stupende, sembrano quasi dei quadri. La storia è molto intensa: riesce a concentrare tutta la vita dei personaggi in un’unica narrazione. Ci sono la madre anziana, i figli partiti dal Camerun per cercare lavoro e la giovane Sarah, che entra nella vita della donna portando una ventata di energia. Inizialmente c’è diffidenza, poi accoglienza. Come ha sviluppato questa struttura narrativa e visiva?

Dal punto di vista estetico, l’idea centrale era raccontare il passaggio dalla morte alla vita. All’inizio il tempo sembra quasi congelato, sospeso. Ho lavorato molto anche sul piano sonoro: nella prima parte la madre è trattata quasi come uno spirito, percepiamo i suoni dell’ambiente ma non quelli del suo corpo. Man mano che la storia procede, le do “carne” e sostanza, facendo emergere i suoi rumori corporei.

Visivamente c’è una sequenza chiave al balcone, in controluce tra fili e cavi: la donna ha la testa tra le stelle, la mente altrove, rivolta ai figli lontani. Tutto il percorso del film consiste nel riportarla sulla terra, alla realtà e alla relazione con il vicino di casa. Spesso il vicino è la prima vera forma di famiglia che abbiamo vicino a noi. Nel film, la protagonista bussa alla sua porta solo quando si sente in pericolo o quando Sarah sta male: è la prima volta che esce dal proprio isolamento e va verso l’altro.

Qual è il significato della scelta di far costruire una nuova casa nel Paese d’origine? È un modo per riaffondare le radici per il figlio che vive lontano?

Ci sono due ragioni principali. La prima è una motivazione inespressa da parte dei figli che vivono all’estero: tenere occupata la madre, darle uno scopo e degli obiettivi quotidiani. Mia madre un tempo mi raccontò che alle tre del pomeriggio, quando la collaboratrice domestica andava via, si metteva a dormire perché non aveva più nulla da fare. Questa rivelazione mi fece sentire molto in colpa e mi rese triste.

La seconda ragione è che la casa rappresenta qualcosa che fissa e trattiene in un luogo: costruire in Camerun significa piantare di nuovo le radici lì, legare la famiglia alla propria terra.

La maison du vent: la poesia delle tende al vento

C’è un’immagine molto poetica nel film: quella delle tende che muovono al vento all’interno delle abitazioni. Che valore simbolico hanno?

Le tende sono fondamentali nell’economia visiva del film. Se ci fate caso, nella casa della madre cambiano colore durante la storia: passano dall’azzurro al rosso, rispecchiando esattamente l’evoluzione degli abiti della protagonista. All’inizio sono tirate e chiuse.

Ho concepito il movimento delle tende come quello delle onde del mare: si aprono verso un orizzonte e poi si richiudono. Rappresentano la componente poetica e la dolcezza del racconto, ma al tempo stesso evocano l’idea del confinamento e della chiusura. Scandiscono la temporalità della vita quotidiana e il passare del tempo.

Nel film affronta anche il tema della violenza contro le donne, ad esempio quando Sarah racconta di aver lasciato il marito che le chiedeva indietro la dote, o quando la madre le lava la schiena e nota i segni delle percosse. Quanto era importante per lei inserire questo spaccato?

È un argomento estremamente duro e doloroso per me. Solo di recente, in Camerun, ci sono stati periodi in cui si è registrata la morte di una donna al giorno per violenza di genere, e dall’inizio dell’anno i femminicidi sono stati più di 140.

Si fanno molti dibattiti e celebrazioni per l’8 marzo, ma ciò che deve davvero cambiare è la legge. La Costituzione del Camerun attribuisce ancora all’uomo una forma di possesso sulla donna; in certi contesti la legge riconosce persino al marito il diritto di gestire il salario della moglie. A questo si aggiunge la questione della dote: se fosse un semplice gesto simbolico e tradizionale andrebbe bene, ma oggi vengono pretese cifre enormi. È diventata una vera e propria compravendita della donna. Quando sorgono violenze o problemi, la donna spesso non può tornare dalla propria famiglia d’origine proprio perché i parenti non sarebbero in grado di restituire quella dote. È una realtà che va affrontata e cambiata alla radice.

IL Mutuo Soccorso femminile

Un’altra scena molto viva è quella del “club delle donne”, in cui le protagoniste si riuniscono e si prestano denaro a vicenda. È una pratica reale?

Sì, sono le tradizionali ‘tontine‘, riunioni periodiche tra gruppi di donne o nuclei familiari. Lì l’accesso alle banche ordinarie è limitato, quindi queste riunioni funzionano come una forma di microcredito tradizionale, ma soprattutto come una rete di mutuo soccorso.

In passato queste riunioni non servivano solo a parlare di denaro, ma a scambiarsi supporto umano e solidarietà. Nel film volevo mostrare proprio questa dimensione di alleanza e sostegno reciproco tra donne.

Il film riesce a intrecciare temi complessi come la solitudine, il distacco, la violenza, l’amore e la morte in un ciclo narrativo di grande dolcezza.

 È esattamente questo l’intento: creare un movimento fluido e umano, proprio come quello delle tende al vento. Una poesia che racconta la vita in tutte le sue sfaccettature.

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