Categoria: Intervista

  • Venezia 83: intervista al regista di oasis

    Venezia 83: intervista al regista di oasis

    A Venezia 83 ho avuto la possibilità di intervistare Jannis Lenz regista del film Oasis, presentato nella sezione Orizzonti. L’assenza di dialogo tra adulti e giovani nell’era delle chat room.

    Dalla realtà allo schermo: l’ispirazione dietro Oasis

    Il film racconta in modo nuovo il divario tra generazioni: da una parte le figure adulte in questo caso insegnanti e genitori, dall’altra i giovani. Com’è nata questa idea?

    Principalmente dall’osservazione. I miei ultimi lavori erano documentari, quindi c’è un approccio realistico. Questo film unisce i miei ricordi adolescenziali a ciò che osservo oggi da adulto. C’è un’enorme mancanza di comunicazione tra generazioni, amplificata dal mondo digitale: i genitori spesso non hanno idea di cosa facciano i figli nelle chat room, e i giovani non comunicano con i genitori. È una situazione molto complessa.

    Le location sembrano molto autentiche. Avete girato interamente in Germania? 

    Sì, in diverse zone. In gran parte nel sud della Germania, molto vicino a dove sono cresciuto. Per dire, le scene del coro sono state girate nella mia ex scuola elementare! Altre riprese sono state fatte vicino a Stoccarda, dove ci sono delle famose caserme americane. Non abbiamo inventato nulla, è un contesto specifico di quell’area. In totale abbiamo girato 24 giorni: 19 a Stoccarda e 5 nei boschi vicino al confine belga.

    È stato difficile trovare i giovani attori protagonisti? 

    Il casting è durato tantissimo, circa un anno. Abbiamo provato con moltissimi ragazzi in diversi contesti per trovare la giusta chimica. Abbiamo iniziato semplicemente parlando con loro per capire se fossero in grado di gestire i temi del film. Abbiamo anche collaborato con uno psicologo e, durante le prove, con una intimacy coordinator per coreografare certe scene. Era fondamentale creare uno spazio sicuro in cui tutti si fidassero l’uno dell’altro.

    Colori, suoni e lavoro di squadra: la costruzione visiva del film

    Il bosco funziona quasi come un “guscio” per questi ragazzi. Ho apprezzato molto anche l’uso dei colori, come il verde nella foresta o il giallo che trasmettono speranza. 

    Sì, abbiamo lavorato intensamente sui colori, in particolare sul giallo per i fiori, le scarpe e i costumi. Volevamo che ogni dipartimento collaborasse organicamente: il direttore della fotografia è anche co-sceneggiatore e il sound designer era sul set e ha curato anche la musica. L’obiettivo era avere una visione condivisa, superando la logica dei dipartimenti stagni.

    Ha già in mente un prossimo progetto? Esplorerà di nuovo temi legati all’identità o alle questioni di genere? 

    Ci sto lavorando, ma è in una fase embrionale. Ci sono molte registe che oggi fanno film fondamentali sulle questioni femminili, ma credo ci sia spazio anche per esplorare le “zone d’ombra” e le dinamiche intermedie tra i generi. Il mio prossimo lavoro si evolverà sicuramente partendo da queste riflessioni.

  • Venezia 83: intervista al regista de La Maison du Vent

    Venezia 83: intervista al regista de La Maison du Vent

    Nel corso della 83 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia abbiamo intervistato il regista del film La Maison du Vent Auguste Bernard Kouemo Yanghu, un dialogo intimo sul nuovo progetto ambientato in Camerun, tra radici e reti di solidarietà femminile. Il film ha vinto il premio speciale della giuria Orizzonti.

    La maison du vent: un viaggio tra la diaspora e il richiamo delle radici

    Innanzitutto complimenti per il film. Le immagini di apertura sono stupende, sembrano quasi dei quadri. La storia è molto intensa: riesce a concentrare tutta la vita dei personaggi in un’unica narrazione. Ci sono la madre anziana, i figli partiti dal Camerun per cercare lavoro e la giovane Sarah, che entra nella vita della donna portando una ventata di energia. Inizialmente c’è diffidenza, poi accoglienza. Come ha sviluppato questa struttura narrativa e visiva?

    Dal punto di vista estetico, l’idea centrale era raccontare il passaggio dalla morte alla vita. All’inizio il tempo sembra quasi congelato, sospeso. Ho lavorato molto anche sul piano sonoro: nella prima parte la madre è trattata quasi come uno spirito, percepiamo i suoni dell’ambiente ma non quelli del suo corpo. Man mano che la storia procede, le do “carne” e sostanza, facendo emergere i suoi rumori corporei.

    Visivamente c’è una sequenza chiave al balcone, in controluce tra fili e cavi: la donna ha la testa tra le stelle, la mente altrove, rivolta ai figli lontani. Tutto il percorso del film consiste nel riportarla sulla terra, alla realtà e alla relazione con il vicino di casa. Spesso il vicino è la prima vera forma di famiglia che abbiamo vicino a noi. Nel film, la protagonista bussa alla sua porta solo quando si sente in pericolo o quando Sarah sta male: è la prima volta che esce dal proprio isolamento e va verso l’altro.

    Qual è il significato della scelta di far costruire una nuova casa nel Paese d’origine? È un modo per riaffondare le radici per il figlio che vive lontano?

    Ci sono due ragioni principali. La prima è una motivazione inespressa da parte dei figli che vivono all’estero: tenere occupata la madre, darle uno scopo e degli obiettivi quotidiani. Mia madre un tempo mi raccontò che alle tre del pomeriggio, quando la collaboratrice domestica andava via, si metteva a dormire perché non aveva più nulla da fare. Questa rivelazione mi fece sentire molto in colpa e mi rese triste.

    La seconda ragione è che la casa rappresenta qualcosa che fissa e trattiene in un luogo: costruire in Camerun significa piantare di nuovo le radici lì, legare la famiglia alla propria terra.

    La maison du vent: la poesia delle tende al vento

    C’è un’immagine molto poetica nel film: quella delle tende che muovono al vento all’interno delle abitazioni. Che valore simbolico hanno?

    Le tende sono fondamentali nell’economia visiva del film. Se ci fate caso, nella casa della madre cambiano colore durante la storia: passano dall’azzurro al rosso, rispecchiando esattamente l’evoluzione degli abiti della protagonista. All’inizio sono tirate e chiuse.

    Ho concepito il movimento delle tende come quello delle onde del mare: si aprono verso un orizzonte e poi si richiudono. Rappresentano la componente poetica e la dolcezza del racconto, ma al tempo stesso evocano l’idea del confinamento e della chiusura. Scandiscono la temporalità della vita quotidiana e il passare del tempo.

    Nel film affronta anche il tema della violenza contro le donne, ad esempio quando Sarah racconta di aver lasciato il marito che le chiedeva indietro la dote, o quando la madre le lava la schiena e nota i segni delle percosse. Quanto era importante per lei inserire questo spaccato?

    È un argomento estremamente duro e doloroso per me. Solo di recente, in Camerun, ci sono stati periodi in cui si è registrata la morte di una donna al giorno per violenza di genere, e dall’inizio dell’anno i femminicidi sono stati più di 140.

    Si fanno molti dibattiti e celebrazioni per l’8 marzo, ma ciò che deve davvero cambiare è la legge. La Costituzione del Camerun attribuisce ancora all’uomo una forma di possesso sulla donna; in certi contesti la legge riconosce persino al marito il diritto di gestire il salario della moglie. A questo si aggiunge la questione della dote: se fosse un semplice gesto simbolico e tradizionale andrebbe bene, ma oggi vengono pretese cifre enormi. È diventata una vera e propria compravendita della donna. Quando sorgono violenze o problemi, la donna spesso non può tornare dalla propria famiglia d’origine proprio perché i parenti non sarebbero in grado di restituire quella dote. È una realtà che va affrontata e cambiata alla radice.

    IL Mutuo Soccorso femminile

    Un’altra scena molto viva è quella del “club delle donne”, in cui le protagoniste si riuniscono e si prestano denaro a vicenda. È una pratica reale?

    Sì, sono le tradizionali ‘tontine‘, riunioni periodiche tra gruppi di donne o nuclei familiari. Lì l’accesso alle banche ordinarie è limitato, quindi queste riunioni funzionano come una forma di microcredito tradizionale, ma soprattutto come una rete di mutuo soccorso.

    In passato queste riunioni non servivano solo a parlare di denaro, ma a scambiarsi supporto umano e solidarietà. Nel film volevo mostrare proprio questa dimensione di alleanza e sostegno reciproco tra donne.

    Il film riesce a intrecciare temi complessi come la solitudine, il distacco, la violenza, l’amore e la morte in un ciclo narrativo di grande dolcezza.

     È esattamente questo l’intento: creare un movimento fluido e umano, proprio come quello delle tende al vento. Una poesia che racconta la vita in tutte le sue sfaccettature.

  • Venezia 83: il trauma e il Western femminista nell’intervista su Un détour par Diane

    Venezia 83: il trauma e il Western femminista nell’intervista su Un détour par Diane

    Durante l’83 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, i registi Ann Sirot e Raphaëlle Balboni raccontano come trasformare un segreto di famiglia in una storia di rinascita, tra un metodo di scrittura immersivo e la sovversione dei cliché del dramma d’autore. Un detour par Diane ha vinto il premio Miglior Film Premio Orizzonti.

    Il metodo creativo

    Ho amato molto il film. Mi piacerebbe capire come avete diviso il processo creativo, come avete costruito il personaggio di Diane e da dove è nata l’esigenza di raccontare questa storia.

    Il nostro è un processo di scrittura molto particolare. Scegliamo gli interpreti nelle fasi iniziali, prima ancora di aver terminato la sceneggiatura. Individuiamo subito alcune scene chiave e iniziamo a provarle con gli attori: li osserviamo, studiamo il modo in cui interagiscono e reagiscono tra loro, e usiamo queste informazioni per scrivere il resto del film. Per Un détour par Diane abbiamo iniziato le prime prove nel 2020 prima di girare. È un andirivieni continuo tra scrittura, prove, riprese di test e montaggio: in questo modo creiamo una bozza visiva del film prima ancora di battete il primo ciak ufficiale. Ci permette di riadattare la storia alla realtà delle persone e dei luoghi con cui lavoriamo, rendendo tutto biologico e organico.

    Il racconto del trauma

    Il trauma subito dalla madre di Diane avviene tre anni prima della sua nascita. Quanto era importante per voi raccontare come un segreto del genere si rifletta sul rapporto madre-figlia e sul comportamento di chi non era ancora nato?

    È il cuore del film: mostrare come qualcosa di invisibile e segreto possa essere estremamente presente. Un trauma taciuto modella il modo di comportarsi delle persone, condiziona le relazioni e plasma persino la personalità di chi all’epoca non era ancora al mondo. È come versare del colorante blu in una sorgente sotterranea: l’acqua che uscirà in superficie sarà inevitabilmente tinta. Volevamo mostrare che ciò che viene nascosto sotto il tappeto spesso esercita un potere ancora più forte sulla vita rispetto a ciò che viene detto ad alta voce.

    Nel film non c’è giudizio: la madre vuole mantenere il segreto, la figlia vuole urlarlo al mondo. Secondo voi, abbiamo il diritto di rivelare il segreto di qualcun altro?

    È il grande dilemma morale di questa storia. Ci si trova divisi tra due responsabilità: proteggere la persona che è stata ferita e, allo stesso tempo, evitare che chi ha commesso la violenza continui a proteggersi dietro quel silenzio. Il segreto è una catena condivisa tra la vittima e lo stupratore. Rispettare il silenzio della vittima finisce purtroppo per tutelare anche il colpevole. È questo il conflitto che dilania Diane dall’interno.

    Un retour par Diane intervista: il dilemma morale

    Questo conflitto si riflette anche sul corpo di Diane e sulla sua sessualità: desidera gli uomini, ma contemporaneamente li respinge.

    È una relazione profondamente conflittuale. Diane è eterosessuale, cerca l’amore e l’intimità fisica con gli uomini, ma al tempo stesso percepisce un senso di oppressione e di repulsione inconscia legato a quello che è successo a sua madre. Il film racconta anche questa spaccatura emotiva che riguarda l’intimo di moltissime donne.

    Perché avete scelto il genere Western per inscenare questa storia?

    Solitamente racconti di questo tipo prendono la forma del dramma da camera, con un’atmosfera ovattata, intima, fatta di sussurri e silenzi attorno al tema dello stupro. Volevamo rompere questa convenzione. Il Western è storicamente un genere maschile e virile: trasformarlo in un “Western femminista” significa trattare la guarigione e la resa dei conti come una grande avventura, una lotta in campo aperto. Nei Western c’è sempre un passato irrisolto da affrontare per fare giustizia; noi abbiamo preso quella struttura e l’abbiamo applicata alla risposta contro la violenza.

    La frase finale del film parla di una “dolce vendetta”, legata alla gentilezza. Pensate che il perdono sia possibile?

    No, non credo che il perdono sia possibile in questi casi. Ma crediamo fermamente che ci sia un modo per andare avanti. La “dolce vendetta” di Diane non è il perdono, ma la capacità di costruire qualcosa di buono ed umano anche all’interno di un contesto atroce. È un invito a ripartire. Il film si chiude con un treno che parte verso un nuovo inizio, verso un mondo migliore dove anche gli uomini sono invitati a salire a bordo.