Categoria: Recensioni

  • The Dinosaurs: un documentario affascinante

    The Dinosaurs: un documentario affascinante

    Siete pronti ad intraprendere un viaggio nel tempo in una delle epoche storiche più famose di tutti i tempi? The Dinosaurs è disponibile in streaming su Netflix. Prodotta da Steven Spielberg e narrata da Morgan Freeman, la serie tv è un’opera affascinate e magnetica che racconta l’ascesa e la caduta dei dinosauri. 

    The Dinosaurs è composta da quattro episodi (Ascesa, Conquista, Impero e Caduta) ciascuno dei quali affronta un determinato periodo storico ed evolutivo che ha caratterizzato la storia dei dinosauri. Un viaggio nella storia che dura milioni di anni e che ancora oggi è in grado di stupire, coinvolgere e affascinare. Morgan Freeman conduce con la sua voce questa “gita” nella preistoria, intrattenendo gli spettatori con dettagli e curiosità, descrivendo quanto avviene a schermo. 

    The Dinosaurs: un viaggio nella preistoria

    Il documentario, frutto della collaborazione di Amblin Documentaries e Silverback Films, ricostruisce le varie epoche storiche con accurata straordinaria: il Mesozoico, il Giurassico e il Cretaceo non sono mai sembrati così veri. L’evoluzione dei dinosauri, sopravvissuti al regno dei rettili, non è solo genetica ma anche l’adattabilità ha svolto un ruolo essenziale per permettergli di sopravvivere ad un ambiente in perenne trasformazione. La terra della preistoria era infatti in tumulto: tra spostamento della crosta terrestre, vulcani in eruzione, piogge durate migliaia di anni e improvvisi cambiamenti climatici hanno richiesto mutamenti evolutivi drastici. È incredibile come la vita sia stata comunque in grado di prosperare nonostante queste avversità. 

    The Dinosaurs. Cr. Courtesy of Netflix © 2026

    The Dinosaurs è un’esperienza visiva incredibile: la CGI usata, unita a riprese dal vivo, dà vita ad un mondo pulsante. Le varie creature rappresentate a schermo sono magnifiche e curate fin nei minimi dettagli. Rettili, carnivori ed erbivori si contendono l’egemonia del pianeta ed evolvono insieme ad esso in un eterno ciclo di caccia e sopravvivenza, dove l’equilibrio della natura trova il suo culmine nel leggendario tirannosauro, il predatore definitivo. Le varie epoche storiche determinano anche l’ambientazione degli episodi: si spazia da foreste lussureggianti a catene montuose, da deserti sabbiosi a lande ghiacciate fino al mare. I cambiamenti atmosferici e ambientali determinano di pari passo l’evoluzione di dinosauri e piante. 

    The Dinosaurs è uno splendido documentario, capace di attrarre sia gli appassionati del genere che gli spettatori occasionali. La resa viva mozzafiato, il montaggio e la voce narrante di Morgan Freeman creano un’alchimia da cui è difficile staccarsi. L’unico rimpianto alla fine dei quattro episodi è forse la brevità degli stessi: cinquanta minuti circa ad episodio lasciano il desiderio di vedere di più e di continuare questo viaggio. Un tributo eccezionale alla storia dei dinosauri. 

  • La mattina scrivo- à pied d’œuvre

    La mattina scrivo- à pied d’œuvre

    Quante rinunce facciamo per inseguire i nostri sogni? È la stessa domanda che si pone Paul, il protagonista di La mattina scrivo, l’ultimo film di Valérie Donzelli distribuito in Italia da Teodora Film

    Dopo aver lasciato una promettente carriera nella fotografia per inseguire il sogno di diventare scrittore, Paul, interpretato da Bastien Bouillon, si trova ad un punto fermo. Tre libri pubblicati ma nonostante gli elogi ricevuti dalla critica il successo non arriva. 

    Le richieste dell’editor si fanno più pressanti: il quarto libro dev’essere quello della svolta. Il protagonista si trova così a dover prendere decisioni drastiche nella sua vita. Separato dalla moglie e dai figli, che decidono di lasciare Parigi, Paul lascia la casa lussuosa per trasferirsi in un monolocale. Immerso in questo microcosmo osserva le vite dei passanti e accetta di svolgere lavori umili che trova su una piattaforma online per poter arrivare a fine mese, non potendo contare su solide entrate garantite dai diritti d’autore. Tuttavia l’ispirazione per il libro sembra essere sempre sfuggente. Nel corso della nuova direzione che ha preso la sua vita, Paul si trova a contatto con diversi contesti sociali a lui sconosciuti e che gli aprono gli occhi su spaccati della società che ignorava.

    La mattina scrivo: lo specchio della società

    Il protagonista vive ed è allo stesso tempo voyeur di queste situazioni, tuttavia il suo garbo e il suo essere posato gli permettono di gestire anche le recensioni negative che abbassano il suo punteggio. È in questi contesti che emerge la crisi dell’artista, quando circondato dalla solitudine del suo micro appartamento si chiede quanto ancora dovrà sacrificare “per farcela” o quando potrà nuovamente guadagnare i soldi necessari per poter andare a trovare la sua famiglia. Paul deve anche confrontarsi con i rigidi giudizi dei suoi genitori, che non si capacitano di come abbia potuto abbandonare la stabilità e le generose entrate garantite dal suo precedente impiego per vivere di lavori saltuari e sottopagati. 

    La mattina scrivo è un film intenso e riflessivo, nel quale la regista Valèrie Donzelli mette a nudo le difficoltà di essere uno scrittore nella società odierna. La complessità del mondo dell’editoria, le app per trovare lavoro e i rapporti familiari e i confronti con amici e conoscenti che “ce l’hanno fatta” si amalgamano fluidamente come a formare un quadro in cui rispecchiarsi. La mattina scrivo è un film dolce amaro, che porta ad interrogarsi se effettivamente tutte le rinunce che facciamo siano veramente utili o semplicemente fini a se stesse per appagare l’ambizione personale. Il film è un riflesso intimo e realistico della società ma anche un inno alla resilienza e alla speranza. 

  • Rental Family

    Rental Family

    Distribuito da Searchlight Pictures, il film della regista giapponese Hikari esplora il controverso fenomeno della Rental Family. Un’ agenzia di attori professionisti con sede a Tokyo. Quest’ultimi vengono assunti dalle persone come amici, fratelli, sposi o amanti per simulare situazioni di vita quotidiana o come scappatoia da situazioni scomode. Un fenomeno in voga per superare le barriere e i rigidi pregiudizi che la società giapponese impone ai cittadini. 

    Protagonista della storia è Phillip Vanderploeug, interpretato da un bravissimo Brendan Fraser, un attore americano che vive in Giappone da sette anni. La sua non è la vita che aveva immaginato. Sempre di corsa tra un provino e l’altro, le sue giornate culminano a volte in uno dei bar locali, dove circondato da birra e solitudine pondera la sua esistenza. La svolta nella sua carriera avviene con un ruolo inaspettato: un americano triste per un funerale. Da quel momento entra nella dimensione della Rental Family. Una realtà dove la finzione è messa al servizio del prossimo. 

    Inizialmente riluttante nell’accettare questo lavoro, Phillip scopre un mondo a lui del tutto nuovo: aspetti della società che ignorava, avere uno scopo nelle sue giornate, migliorare la vita delle persone che lo ingaggiano. Presto diventa ben più di una semplice mansione, ma una vocazione. Tuttavia, il confine tra ruolo e realtà si fa sempre più sottile: il suo datore di lavoro impone il distacco emotivo, ma Phillip, con la sua indole gentile, non riesce a non affezionarsi alle persone che aiuta. Il film evidenzia così il conflitto etico tra il dovere professionale e la natura empatica dell’essere umano.

    Rental Family si sofferma sulle contraddizioni della società giapponese, mettendone in mostra pregi e difetti: il rispetto e le buone maniere, tra le persone e negli ambienti di lavoro sono contrapposti alla solitudine, la vera protagonista del film. Quando Phillip rientrando a casa chiude la porta, si ritrova solo. Diventa voyeur nel guardare le vite degli altri condomini, con i loro riti, usanze e abitudini familiari. La sua abitazione rispecchia il cambiamento interiore: si arricchisce di oggetti che gli vengono donati durante i suoi ingaggi, portando ventate di bei ricordi e nostalgia per il suo aiuto, frammenti di vite che ha vissuto. 

    Il protagonista trova così la sua strada, non inseguendo la fama televisiva sperata, ma portando la sua presenza autentica nella vita degli altri. Va contro le direttive aziendali e decide di usare i sentimenti per poter dare un aiuto concreto e non solo di facciata. 

    Rental Family è un film dolce e poetico, che diverte e al contempo fa riflettere sullo stato delle relazioni ai nostri giorni. Una commedia “umana” che ricorda l’importanza dei legami e della fiducia reciproca in una società sempre più immersa nella solitudine. 

  • Il mago del Cremlino

    Il mago del Cremlino

    Il mago del Cremlino è un film di Olivier Assayas che racconta la vita dello spin Doctor personale di Vladimir Putin, Vadim Baranov. Tratto dall’omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, il film è distribuito da 01 Distribution.

    Ambientato nei primi anni novanta, poco dopo la caduta dell’URSS, il film segue la storia di Vadim Baranov, un giovane brillante e ambizioso, che cerca la sua via in un paese dominato dal caos. Da artista d’avanguardia a produttore di reality show, il protagonista riuscirà a diventare lo spin doctor di un ex agente del KGB deciso a cambiare il destino del proprio paese: Vladimir Putin. Muovendosi invisibile nel cuore del sistema, Vadim plasma la storia politica della Russia, confondendo i confini tra realtà e menzogna, tra convinzione e propaganda. Solo una persona riesce a sfuggire alle maglie del controllo: Ksenia, la donna di cui è follemente innamorato. 

    Il regista francese Assayas ricrea la storia di Baranov dividendo il film in capitoli, ognuno dei quali è legato ad un momento cruciale della vita del protagonista e del Paese. Il tutto avviene attraverso una conversazione con un professore di Yale che si trova in Russia per il suo anno sabbatico. La narrazione alterna scene di finzione a filmati d’archivio, dalla guerra di Crimea alle dinamiche interne del Cremlino, fondendo passato e presente in modo naturale e avvincente. 

    Sia Paul Dano che Jude Law interpretano magnificamente i loro rispettivi ruoli: Vadim Baranov il primo, Vladimir Putin il secondo. Il protagonista è magnetico, uno stratega silenzioso che muove magistralmente i fili dietro le quinte. Scrive i discorsi, recluta gli alleati e pianifica le apparizioni pubbliche, plasmando l’immagine del futuro leader. La sua capacità di anticipare i tempi e capire il potere dei media lo rende un ingranaggio essenziale della scalata al potere di Putin. 

    Jude Law d’altro canto appare freddo, calcolatore e determinato. I vari ostacoli che si presentano sulla sua strada vengono pian piano rimossi e anche gli oligarchi, da sempre i “veri” detentori del potere, si devono presto abituare ai nuovi equilibri, in cui il denaro non garantisce più l’incolumità come un tempo. I valori di libertà e democrazia sembrano essere incarnati dal solo personaggio di Ksenia, interpretata da Alicia Vikander. La sua figura rappresenta un faro che guida il protagonista lontano dal mondo costruito sulla manipolazione e sul controllo che si va creando. 

    Il mago del Cremlino è un film in cui passato e presente si fondono, esattamente come accade con realtà e finzione. Si crea così una narrazione intrigante e intensa, che illumina i retroscena della politica ed evidenzia la sottile linea tra verità e inganno. Il regista francese Olivier Assayas  riesce a raccontare un complesso periodo storico in maniera interessante e disinvolta , coinvolgendo lo spettatore in un viaggio nel tempo. 

  • First Light: intervista al regista James j. Robinson

    First Light: intervista al regista James j. Robinson

    All’International Film Festival Rotterdam ho avuto l’opportunità di intervistare James J. Robinson, regista di First Light.


    Andrea: Complimenti per il film James. Ho notato come tu abbia messo in relazione fiducia, ricchezza e moralità. Avevi in mente una critica sociale specifica oppure volevi raccontare qualcosa di più universale?

    James: Non volevo essere troppo esplicito o forzare un’intenzione precisa. Spesso è una trappola in cui cadono i giovani registi: spiegare tutto in modo troppo evidente. Per me sarebbe stato il modo sbagliato di raccontare questa storia.
    Quello che volevo fare era dipingere un ritratto onesto di una comunità nelle Filippine. Molti dei personaggi sono ispirati a persone reali che conosco: figure che, in un certo senso, sono degli archetipi. Esistono in tante storie diverse, in epoche e luoghi differenti: persone che tradiscono la fiducia, altre che mantengono la grazia, giovani che si pongono domande.

    Questo mondo, pur essendo profondamente filippino, credo sia traducibile ovunque. Il mio valore, forse, sta proprio nel mio essere sia australiano sia filippino: vivere tra due culture mi permette di vedere non tanto le differenze, ma i punti di contatto. Le dinamiche tra ricchi e poveri, tra fiducia e sfiducia, sono universali.

    Andrea: Qual è allora il ruolo della comunità? Nel film appare curiosa, presente, ma anche silenziosa. In certi momenti sembra quasi legittimare ciò che accade.

    James: Quando parliamo di comunità, c’è un concetto fondamentale nella cultura filippina: Kapwa. È un termine indigeno che indica l’idea di relazione profonda con l’altro, di cura e responsabilità reciproca. È un concetto che potrebbe esistere in qualunque religione: nel cattolicesimo, nell’islam, ovunque.Tornare a questo fondamento e rappresentarlo nel film era molto importante per me.

    Riguardo al finale, durante la première europea qualcuno mi ha chiesto perché i personaggi non reagissero con la violenza di fronte a un’ingiustizia così evidente. È una domanda che mi accompagna da sempre. La mia risposta è più vicina al pensiero taoista e buddhista che a qualsiasi altra filosofia.

    Viviamo in un mondo che rende difficile non essere arrabbiati. Anch’io ho vissuto negli Stati Uniti per sette anni e ho provato quella rabbia, il desiderio di reagire. Ma la storia ci insegna che nulla di buono nasce dalla violenza e dal rispondere all’oppressore con gli stessi strumenti.
    Quello che cercavo di suggerire è che la giustizia per Angelo non passa attraverso l’uccisione, la violenza o la strumentalizzazione della religione. La vera domanda è: come si spezza il ciclo della violenza? Non ho una risposta definitiva, ma è una domanda che attraversa migliaia di anni di storia umana e che continuo a esplorare.


    Andrea: Perché hai scelto di raccontare la crisi di Sorella Yolanda come un processo lento e interiore, invece che come un conflitto esplicito?

    James: Avevo la responsabilità di essere fedele ai miei personaggi. Sorella Yolanda è nata con la storia e dovevo onorarla. La sua è una vita vissuta in convento: il suo sguardo sul mondo non può che essere meditativo, lento.
    Questo mi ha permesso di lavorare sul tempo, che per me è una forma di resistenza. Viviamo in un’epoca di attenzione frammentata, e raccontare una storia lenta, graziosa, significa rispettare il pubblico e fidarsi della sua capacità di ascolto.

    Una crisi che mette in discussione un’intera vita non può nascere da un singolo evento improvviso: deve essere graduale.

    Andrea: Quanto la tua vita personale ha influenzato il personaggio di Sorella Yolanda?

    James: Tutto, davvero. I registi scrivono ciò che conoscono. In un certo senso questa è anche la mia storia, raccontata attraverso metafore. Il rapporto di Sorella Yolanda con il cattolicesimo è stato, in parte, anche il mio. Crescere con simboli e testi religiosi imposti porta inevitabilmente a un momento di interrogazione, e farsi domande è una cosa sana. Tutti i personaggi del film provengono da persone che ho incontrato nella mia vita, e l’arco narrativo principale è il mio, tradotto in forme diverse.

    C’è una scena che amo molto, il dialogo tra Sorella Yolanda e la Madre superiora, in cui emerge la paura che le persone siano buone solo in cambio di una promessa di salvezza. Anche dopo tutto ciò che scopre, Yolanda conserva la compassione, ma resta la paura. Ed è proprio questa la sua forza: scegliere la fiducia pur sapendo quanto il mondo possa essere crudele.

    Prima dell’arrivo del cattolicesimo nelle Filippine, esisteva una concezione più naturale della morte e dei cicli della vita. Con la religione coloniale è cambiato anche il significato dell’essere “buoni”, spesso legato a una ricompensa. Questa, per me, è una grande ipocrisia: essere gentili dovrebbe avere valore in sé, non come mezzo per ottenere qualcosa.

    Andrea: Nel tuo film non giudichi i personaggi e non c’è una netta distinzione tra bene e male. È una scelta consapevole?

    James: Sì. Non penso che il mio ruolo sia dire alle persone cosa pensare. Il mio compito è presentare una situazione che le spinga a interrogarsi. Se inizi a dire “questo è giusto” o “questo è sbagliato”, rischi di diventare egocentrico.
    Io posso solo osservare il mondo e cercare di ricrearlo in una forma narrativa. Siamo su questo pianeta per capire chi siamo, non per trovare una verità valida per tutti, ma ciò che è giusto o sbagliato per ciascuno di noi. Con Sorella Yolanda mi interessava capire dove lei traccia quella linea, non dove la traccia l’umanità intera.

    Andrea: Un’ultima domanda: l’immagine del film è straordinaria. La composizione di alcune scene è quasi geometrica. Viene dal tuo background fotografico?

    James: Assolutamente sì. La fotografia mi ha insegnato che si può raccontare una storia in una sola immagine. Registi come Wes Anderson lo fanno benissimo. Amo il fuoco profondo, che permette allo spettatore di vedere tutto il frame e decidere dove guardare.
    Oggi il cinema usa spesso una messa a fuoco molto selettiva, ma io voglio offrire al pubblico un’immagine da osservare e su cui riflettere. Questo è il mio approccio alla cinematografia.

  • First Light

    First Light

    Presentato durante l’edizione 2026 dell’International Film Festival Rotterdam, First Light è l’opera prima del regista James J. Robinson.
    Il film segue la storia di Sorella Yolanda (Ruby Ruiz), una suora che conduce la sua esistenza con profonda dedizione ai propri voti. Durante una delle sue visite assistenziali in ospedale, è chiamata a dare l’ultima benedizione a un ragazzo morente, Angelo, coinvolto in un grave incidente nel cantiere per la costruzione dell’autostrada, considerata fondamentale per lo sviluppo della comunità.

    Da quel momento la protagonista attraversa un periodo di crisi, iniziando a indagare sulla morte del ragazzo. Per farlo si confronta con il sacerdote della chiesa locale e con la ricca moglie del proprietario del cantiere. Nel tentativo di comprendere i meccanismi che regolano il potere, Sorella Yolanda è costretta ad affrontare i molteplici dubbi che attraversano la sua mente, mettendo progressivamente in discussione le proprie credenze.

    First Light ha un ritmo compassato ed esplora, attraverso la quotidianità della protagonista, la vita della comunità. Il film mette in evidenza le difficoltà della vita in convento e la fatica nel reperire i fondi necessari per i lavori di manutenzione, così come il lavoro di cura e il ruolo assistenziale che Sorella Yolanda svolge con passione e devozione.
    Quando il suo microcosmo viene sconvolto, la protagonista non cede alla disperazione, ma si adopera per trovare risposte alle sue domande. Davvero non si poteva fare nulla per salvare il ragazzo?

    Nel suo percorso di ricerca della verità, Sorella Yolanda condivide dubbi e incertezze con il padre di Angelo, distrutto dalla perdita e lasciato solo nel proprio dolore, senza sapere esattamente cosa sia accaduto al figlio. I membri chiave della comunità vengono introdotti gradualmente, man mano che la protagonista si reca da loro per cercare risposte. Tuttavia, le sue domande non ottengono mai ciò che sperava.

    I giochi di potere che emergono scuotono profondamente Sorella Yolanda, al punto da metterla di fronte a una crisi che coinvolge persino la sua fede e la sua vita in convento. James J. Robinson, nel suo esordio alla regia, non emette giudizi espliciti, ma si limita a osservare. In assenza di una netta dicotomia tra giusto e sbagliato, il film si muove nelle zone grigie che caratterizzano la vita quotidiana, dove il confine delle scelte è stabilito più dalla percezione della realtà che da un codice morale assoluto.

    Una menzione particolare va alla fotografia, che offre immagini di paesaggi e dettagli di grande suggestione. La composizione visiva risulta equilibrata e armonica, contribuendo a immergere lo spettatore nelle sensazioni e nelle emozioni del racconto.

  • Wake up dead man: Knives out

    Wake up dead man: Knives out

    Disponibile in streaming su Netflix, Wake up dead man è il terzo capitolo della serie cinematografica Knives Out che ha come protagonista Benoit Blanc. 

    Daniel Craig torna ad impersonare il famoso detective, questa volta alle prese con un delitto impossibile: un omicidio in una stanza chiusa. Ambientato in una comunità religiosa che richiama le sette, Padre Jud Duplenticy viene riassegnato in una parrocchia di provincia dopo aver picchiato un diacono. Nella sede di Nostra Signora della Forza d’Animo Perpetua deve fare i conti con l’ingombrante figura di Monsignor Jefferson Wicks, famoso per le sue prediche cariche d’ira. In principio relegato alla figura di assistente, padre Jud si trova presto in disaccordo sulla via scelta dal Monsignore per guidare la Chiesa, inadatta a suo dire a diffondere i messaggi universali del Cristianesimo. 

    In un crescendo di tensioni e isolamento il protagonista sembra cedere alla disperazione nel momento in cui viene accusato di omicidio, quando in suo aiuto accorre Benoit Blanc con un’apparizione quasi divina, desideroso di risolvere l’intricato caso e dimostrare la sua bravura nel “gioco”. Così come accade nei precedenti film, il detective conduce lo spettatore alla ricerca della verità in un intricato labirinto dove nulla è come sembra e dove le mezze verità si fondono abilmente con l’inganno. 

    Wake up dead man è senza dubbio un film thriller riuscito, in cui la suspence tra rivelazioni inaspettate e colpi di scena mantiene alta l’attenzione. Nella comunità rurale la Chiesa e la figura del Monsignore occupano una posizione privilegiata nel cuore e nella vita delle famiglie che partecipano alla messa, tanto che il sentimento religioso trascende nella devozione totale per Jefferson Wicks; infatti senza la sua approvazione nulla si muove e tutti pendono dalle sue labbra anche quando devono prendere importanti decisioni riguardo la loro vita privata. 

    Wake up dead man è anche un film dalle sfumature con tratti politici, nel quale la figura della Chiesa impersonata dal Monsignore ha la gestione totale del territorio e dei suoi fedeli. Wicks infatti prende i connotati del signorotto locale che vede il suo operato e il suo feudo minacciati dal nuovo arrivato. Fede e potere sono a lungo andati a braccetto, tuttavia la nuova visione di padre Jud giunge come l’illuminazione sulla via di Damasco a squarciare il velo di ottusità e pregiudizio che permea sui fedeli di Wicks, persi più nelle sue parole di falso messia che nei valori della vera fede. 

  • No Other Choice

    No Other Choice

    Il regista coreano Park Chan-wook firma un remake eccezionale del film Le Couperet di Costa-Gravas, anch’esso tratto dal romanzo The ax di Donald E. Westlake. Prodotto da Moho Film e KG Productions, No Other Choice sarà distribuito in Italia da Lucky Red. No Other Choice affronta il tema della disoccupazione da un punto di vista drammatico e ilare al tempo stesso. Man-su è un esperto della produzione della carta : venticinque anni di mestiere sulle spalle e una vita che, fino a ieri, poteva riassumere senza esitazioni in due parole disarmanti: “Ho tutto”. Una casa conquistata con fatica, una moglie amata, due figli, due cani. Un equilibrio quotidiano che sembra inattaccabile, finché una comunicazione aziendale, fredda e definitiva, non lo spazza via: è licenziato.

    È un colpo netto, come un’ascia calata sul collo. Man-su promette a sé stesso e alla sua famiglia che sarà solo una parentesi: tre mesi, non di più, e tutto tornerà al suo posto. Ma la realtà si incarica di smentirlo. I colloqui si susseguono, le porte si chiudono, il tempo si dilata fino a superare l’anno. L’uomo che era un pilastro del suo settore si ritrova dietro il bancone di un negozio al dettaglio, mentre la casa per cui ha lavorato una vita comincia a vacillare sotto il peso dei debiti. Quando la disperazione lo spinge a presentarsi senza appuntamento alla Moon Paper, con il curriculum in mano, non trova redenzione ma umiliazione. Sun-chul, il responsabile di linea, lo liquida senza riguardi.

    È lì, nel momento più basso, che Man-su prende coscienza della propria rabbia e del proprio valore. Sa di essere il migliore per quel lavoro. E allora la scelta diventa inevitabile, quasi radicale: se non esiste un posto per lui, dovrà crearlo. L’attore Lee Byung-hun dà vita a Man-su, un uomo che la società ha deciso di scartare.

    Nonostante qualifiche impeccabili e venticinque anni di esperienza, il protagonista di No Other Choice si ritrova tagliato fuori dal mondo del lavoro, trascinato in una spirale di frustrazione e impotenza. Con toni di dark comedy, il film esplora un tema tanto universale quanto cruciale – il valore del lavoro nella società contemporanea, e in particolare in Corea del Sud, dove la posizione sociale è spesso intrecciata all’occupazione. Per Man-su, l’assenza del lavoro significa perdere non solo lo stipendio, ma anche la propria identità. La sua vita domestica si incrina: il rapporto con la moglie Miri diventa difficile, e gli svaghi che un tempo scandivano le sue giornate – tennis, corsi di ballo, momenti di piacere quotidiano – svaniscono uno dopo l’altro. La povertà improvvisa e il senso di disonore di non poter più sostenere la famiglia spingono il protagonista verso scelte sempre più estreme, fino a un piano drammaticamente radicale: eliminare la concorrenza.

    Il film oscilla tra momenti di ironia nera e tensione crescente, dipingendo una realtà spietata in cui la dignità e la sopravvivenza si intrecciano in maniera inesorabile No Other Choice non si limita a raccontare la caduta di un uomo, ma offre uno spaccato potente sulle famiglie dei disoccupati e sulle tensioni che questa condizione può generare. Da un lato c’è chi sceglie di sostenere il protagonista, come la moglie di Man-su, pronta a svolgere lavori umili pur di alleviare il peso che grava sul marito. Dall’altro, il film non risparmia le dinamiche più oscure: famiglie che si rifugiano nell’alcol, rapporti di coppia logorati da accuse reciproche, legami che si disintegrano sotto la pressione economica e sociale.

    In questo contesto, Man-su lotta con tutto se stesso per salvare la propria relazione, mentendo e accettando compromessi pur di portare avanti il suo piano estremo. Il film inserisce anche una riflessione contemporanea sul lavoro: i colleghi di Man-su affrontano situazioni analoghe, mentre il settore della carta – già in difficoltà – viene presentato come uno dei primi a risentire dell’avanzata dell’intelligenza artificiale, offrendo uno scenario credibile e inquietante. No Other Choice diverte e inquieta allo stesso tempo. È una dark comedy che fa riflettere sulle condizioni della società moderna, interrogandosi sulla deriva del mondo del lavoro e, più in generale, sull’umanità: fino a che punto si è disposti a spingersi pur di mantenere un impiego? Tra tensione, ironia nera e critica sociale, il film ci costringe a guardare in faccia una realtà che spesso ignoriamo, senza risparmiare nessuno.

  • The new year that never came

    The new year that never came

    The new year that never came è un film del 2024 diretto da Bogdan Mureșanu. Durante il periodo natalizio del 1989, le vite di sei ignari cittadini convergono verso i moti rivoluzionari contro la dittatura del governatore Nicolae Ceaușescu. Il senso di ribellione e la voglia di evasione dei giovani sono affiancati alle vite ponderate degli adulti, pacati e sospettosi nei confronti di chiunque.

    Ogni protagonista affronta la propria quotidianità insofferente nei confronti del regime, che opprime e sfianca le persone, inconsapevoli del fatto che da lì a breve la storia sarebbe cambiata per sempre. Nella Romania del regime comunista l’aria è densa di oppressione, non diversa da quella che avvolgeva gli altri paesi dell’Est sotto il medesimo controllo ideologico. Il malcontento serpeggia silenzioso, soffocato da una domanda costante e angosciante: cosa si può dire, e soprattutto a chi? La diffidenza diventa una forma di sopravvivenza quotidiana, in un contesto in cui i collaboratori del potere sono ovunque, invisibili ma vigili, pronti a trasformare ogni parola di troppo in una colpa. Mureșanu riesce a ricostruire con precisione questa atmosfera di tensione e incertezza, evocando la presenza costante di un “nemico” che non si mostra mai apertamente, ma che si avverte in ogni gesto e in ogni silenzio.

    I personaggi protagonisti permettono di capire come la dittatura comunista abbia influenzato le varie fasce della popolazione. Dalla classe operaia fino alle classi considerate privilegiate, nessuno riesce davvero a sottrarsi a una forza che invade ogni aspetto della vita quotidiana. Manifestazioni di facciata, discorsi da recitare a memoria davanti alle telecamere della televisione di Stato: sono solo alcune delle maschere dietro cui i cittadini sono costretti a nascondersi loro malgrado, compromessi reiterati nel tempo fino a diventare routine. Eppure, dietro una normalità costruita e artificiale, è nell’intimità che i personaggi tornano a esistere davvero, dando voce a un malessere profondo e a un desiderio di cambiamento che sembra tanto necessario quanto irraggiungibile.

    Mureșanu sceglie il registro tragicomico per raccontare uno dei capitoli più oscuri della storia rumena, una decisione narrativa tanto audace quanto efficace. Il sorriso non attenua la drammaticità del contesto, ma anzi amplifica la riflessione, dimostrando come anche nelle situazioni più disperate l’ironia possa diventare uno strumento di resistenza. The New Year That Never Came si inserisce così nel solco del cinema storico europeo. Il film rievoca un periodo di profondo tumulto, restituendo la diffusione capillare di sentimenti come la paura e l’incertezza, e ricordando come i grandi cambiamenti abbiano spesso origine dalle persone più umili.

    Come nel Bolero di Ravel, la tensione cresce progressivamente, fino a lasciare spazio a una speranza che torna a germogliare nei cuori delle persone, accompagnando lo spettatore in un crescendo emotivo facendo presagire un futuro migliore per il nuovo anno.

  • Eternity

    Eternity

    Eternity è il nuovo film della casa di produzione e distribuzione A24, diretto da David Freyne e distribuito in Italia da I Wonder Pictures. Nel cast Miles Teller, Elizabeth Olsen e Callum Turner.

    Dopo una vita trascorsa fianco a fianco, Joan (Olsen) e Larry (Teller) si spengono a distanza di una sola settimana. Un intervallo minimo, quasi simbolico, che permette loro di ritrovarsi rapidamente in un aldilà concepito come spazio di transizione, dove ogni anima dispone di sette giorni per scegliere con chi condividere l’eternità. Per i due coniugi la decisione sembra scontata, frutto di decenni di amore e complicità. L’equilibrio si incrina con l’arrivo di Luke (Turner), il primo marito di Joan, caduto nella guerra di Corea e rimasto per sessantasette anni in attesa di poter riabbracciare il suo grande amore. A Joan si apre così un dilemma tanto intimo quanto universale: lasciarsi sedurre dal richiamo della passione giovanile o restare fedele a un legame costruito nel tempo, solido e profondo, che ha resistito agli anni e alla vita stessa.

    Eternity si interroga sulla natura dell’amore, ponendo una domanda destinata a riecheggiare per tutta la durata del film. Un interrogativo che si arricchisce progressivamente nelle molteplici sfaccettature che definiscono le relazioni umane: dall’attrazione alla competizione, dalla gelosia all’altruismo, fino alle loro più sottili ambiguità. Al centro del racconto c’è Joan, interpretata con notevole sensibilità da Elizabeth Olsen, chiamata a confrontarsi con una scelta impossibile: decidere con quale dei suoi amori condividere la sua eternità. A rendere il dilemma ancora più lacerante interviene il fattore tempo. In questa dimensione di passaggio tra la vita e l’eternità, alle anime sono concessi solo sette giorni per determinare il proprio destino. Una scelta irrevocabile, che non ammette ripensamenti: sbagliare significa precipitare nel vuoto, uno spazio sospeso e senza coordinate, dominato da un’oscurità perenne che diventa la materializzazione della paura di restare soli per sempre.

    I due pretendenti non potrebbero essere più lontani l’uno dall’altro, quasi incarnazioni opposte di un’idea d’amore. Luke (Callum Turner) è affascinante, atletico, impetuoso: un amore interrotto brutalmente dalla morte durante la guerra di Corea ha cristallizzato la sua relazione con Joan in un eterno presente. Il suo carisma esercita un richiamo potente, reso ancora più irresistibile dalle regole dell’aldilà, dove le anime assumono l’aspetto e l’età del momento in cui hanno conosciuto la massima felicità in vita. Un dettaglio che rende la tentazione difficile da ignorare.

    All’estremo opposto si colloca Larry (Miles Teller), incarnazione di una tenerezza discreta e quotidiana. Pacato, leale e profondamente devoto, è stato il compagno con cui Joan ha condiviso oltre sessant’anni di matrimonio, costruendo un legame fondato sulla complicità e sulla cura reciproca. Sul piano puramente estetico non può competere con Luke — una mancanza che gli è stata spesso rinfacciata — ma è proprio la sua capacità di mettere la felicità di Joan al di sopra di tutto ad aver reso il loro amore autentico e duraturo. Questa dicotomia si riflette anche nelle rispettive visioni dell’eternità: Luke immagina un aldilà montano, verticale e impetuoso come il suo carattere, mentre Larry predilige l’orizzonte aperto e rassicurante del mare. Due spazi simbolici, due modi opposti di intendere l’amore e la vita — o ciò che ne resta oltre la morte.

    Eternity è un film intelligente ed elegante, capace di affrontare temi complessi come l’amore, il trapasso e la competitività insita nelle relazioni affettive con uno sguardo brillante e mai appesantito. Sostenuto da un cast di grande livello, in cui spiccano in modo simpatico anche le figure dei Consulenti dell’Aldilà, il film riesce a muoversi con naturalezza tra profondità emotiva e leggerezza narrativa. David Freyne sceglie la satira come chiave espressiva per esplorare la natura sfaccettata dei legami amorosi, utilizzandola non come semplice espediente comico, ma come strumento di riflessione. Al centro del racconto resta una domanda tanto semplice quanto profonda: è possibile far convivere amore e felicità per l’eternità, senza che uno finisca per soffocare l’altra? Un interrogativo che Eternity lascia aperto, accompagnando lo spettatore ben oltre i titoli di coda.