First Light: intervista al regista James j. Robinson

First Light

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All’International Film Festival Rotterdam ho avuto l’opportunità di intervistare James J. Robinson, regista di First Light.


Andrea: Complimenti per il film James. Ho notato come tu abbia messo in relazione fiducia, ricchezza e moralità. Avevi in mente una critica sociale specifica oppure volevi raccontare qualcosa di più universale?

James: Non volevo essere troppo esplicito o forzare un’intenzione precisa. Spesso è una trappola in cui cadono i giovani registi: spiegare tutto in modo troppo evidente. Per me sarebbe stato il modo sbagliato di raccontare questa storia.
Quello che volevo fare era dipingere un ritratto onesto di una comunità nelle Filippine. Molti dei personaggi sono ispirati a persone reali che conosco: figure che, in un certo senso, sono degli archetipi. Esistono in tante storie diverse, in epoche e luoghi differenti: persone che tradiscono la fiducia, altre che mantengono la grazia, giovani che si pongono domande.

Questo mondo, pur essendo profondamente filippino, credo sia traducibile ovunque. Il mio valore, forse, sta proprio nel mio essere sia australiano sia filippino: vivere tra due culture mi permette di vedere non tanto le differenze, ma i punti di contatto. Le dinamiche tra ricchi e poveri, tra fiducia e sfiducia, sono universali.

Andrea: Qual è allora il ruolo della comunità? Nel film appare curiosa, presente, ma anche silenziosa. In certi momenti sembra quasi legittimare ciò che accade.

James: Quando parliamo di comunità, c’è un concetto fondamentale nella cultura filippina: Kapwa. È un termine indigeno che indica l’idea di relazione profonda con l’altro, di cura e responsabilità reciproca. È un concetto che potrebbe esistere in qualunque religione: nel cattolicesimo, nell’islam, ovunque.Tornare a questo fondamento e rappresentarlo nel film era molto importante per me.

Riguardo al finale, durante la première europea qualcuno mi ha chiesto perché i personaggi non reagissero con la violenza di fronte a un’ingiustizia così evidente. È una domanda che mi accompagna da sempre. La mia risposta è più vicina al pensiero taoista e buddhista che a qualsiasi altra filosofia.

Viviamo in un mondo che rende difficile non essere arrabbiati. Anch’io ho vissuto negli Stati Uniti per sette anni e ho provato quella rabbia, il desiderio di reagire. Ma la storia ci insegna che nulla di buono nasce dalla violenza e dal rispondere all’oppressore con gli stessi strumenti.
Quello che cercavo di suggerire è che la giustizia per Angelo non passa attraverso l’uccisione, la violenza o la strumentalizzazione della religione. La vera domanda è: come si spezza il ciclo della violenza? Non ho una risposta definitiva, ma è una domanda che attraversa migliaia di anni di storia umana e che continuo a esplorare.


Andrea: Perché hai scelto di raccontare la crisi di Sorella Yolanda come un processo lento e interiore, invece che come un conflitto esplicito?

James: Avevo la responsabilità di essere fedele ai miei personaggi. Sorella Yolanda è nata con la storia e dovevo onorarla. La sua è una vita vissuta in convento: il suo sguardo sul mondo non può che essere meditativo, lento.
Questo mi ha permesso di lavorare sul tempo, che per me è una forma di resistenza. Viviamo in un’epoca di attenzione frammentata, e raccontare una storia lenta, graziosa, significa rispettare il pubblico e fidarsi della sua capacità di ascolto.

Una crisi che mette in discussione un’intera vita non può nascere da un singolo evento improvviso: deve essere graduale.

Andrea: Quanto la tua vita personale ha influenzato il personaggio di Sorella Yolanda?

James: Tutto, davvero. I registi scrivono ciò che conoscono. In un certo senso questa è anche la mia storia, raccontata attraverso metafore. Il rapporto di Sorella Yolanda con il cattolicesimo è stato, in parte, anche il mio. Crescere con simboli e testi religiosi imposti porta inevitabilmente a un momento di interrogazione, e farsi domande è una cosa sana. Tutti i personaggi del film provengono da persone che ho incontrato nella mia vita, e l’arco narrativo principale è il mio, tradotto in forme diverse.

C’è una scena che amo molto, il dialogo tra Sorella Yolanda e la Madre superiora, in cui emerge la paura che le persone siano buone solo in cambio di una promessa di salvezza. Anche dopo tutto ciò che scopre, Yolanda conserva la compassione, ma resta la paura. Ed è proprio questa la sua forza: scegliere la fiducia pur sapendo quanto il mondo possa essere crudele.

Prima dell’arrivo del cattolicesimo nelle Filippine, esisteva una concezione più naturale della morte e dei cicli della vita. Con la religione coloniale è cambiato anche il significato dell’essere “buoni”, spesso legato a una ricompensa. Questa, per me, è una grande ipocrisia: essere gentili dovrebbe avere valore in sé, non come mezzo per ottenere qualcosa.

Andrea: Nel tuo film non giudichi i personaggi e non c’è una netta distinzione tra bene e male. È una scelta consapevole?

James: Sì. Non penso che il mio ruolo sia dire alle persone cosa pensare. Il mio compito è presentare una situazione che le spinga a interrogarsi. Se inizi a dire “questo è giusto” o “questo è sbagliato”, rischi di diventare egocentrico.
Io posso solo osservare il mondo e cercare di ricrearlo in una forma narrativa. Siamo su questo pianeta per capire chi siamo, non per trovare una verità valida per tutti, ma ciò che è giusto o sbagliato per ciascuno di noi. Con Sorella Yolanda mi interessava capire dove lei traccia quella linea, non dove la traccia l’umanità intera.

Andrea: Un’ultima domanda: l’immagine del film è straordinaria. La composizione di alcune scene è quasi geometrica. Viene dal tuo background fotografico?

James: Assolutamente sì. La fotografia mi ha insegnato che si può raccontare una storia in una sola immagine. Registi come Wes Anderson lo fanno benissimo. Amo il fuoco profondo, che permette allo spettatore di vedere tutto il frame e decidere dove guardare.
Oggi il cinema usa spesso una messa a fuoco molto selettiva, ma io voglio offrire al pubblico un’immagine da osservare e su cui riflettere. Questo è il mio approccio alla cinematografia.

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