La visione del regista Premio Oscar Michel Gondry ha incontrato la magia della Scuola Holden di Torino. Tra le figure più originali del cinema contemporaneo, Michel Gondry ha condiviso la propria visione artistica con la Scuola Holden quale laboratorio di narrazioni e creatività, che nell’ultima settimana si è trasformato in un set cinematografico a cielo aperto, ricreando 14 ambientazioni temporanee per offrire a studenti e cittadini la possibilità di partecipare al laboratorio pratico L’Usine de Films Amateurs.
A Torino più di 600 persone provenienti da tutta Italia hanno sperimentato in prima persona la creazione di un film, avendo tre ore per scrivere, girare, montare e proiettare un cortometraggio. Il regista Premio Oscar è stato protagonista di una Masterclass condotta in dialogo con il direttore del Museo del Cinema Carlo Chatrian. In questa straordinaria cornice istituzionale , a Michel Gondry è stato consegnato il prestigioso premio Stella della Mole, un riconoscimento tributatogli dal Museo Nazionale del Cinema per celebrare il suo eccezionale contributo all’arte visiva contemporanea.
L’intervista si è rivelata un viaggio attraverso le opere che hanno plasmato la visione del regista.
LA FRAMMENTAZIONE DELLA MEMORIA IN ‘SE MI LASCI TI CANCELLO’
Nel film Se mi lasci ti cancello la scenografia si fa portatrice degli stati psicologici dei personaggi. Come è riuscito a tradurre visivamente la natura frammentaria dei ricordi e dei sogni senza perdere il filo della narrazione emotiva?
Questa è una domanda davvero interessante, grazie. La verità è che la sfida è stata titanica. L’approccio iniziale suggerito sulla carta da Charlie Kaufman prevedeva che la conclusione di ogni singolo ricordo all’interno della mente del protagonista coincidesse con una sorta di svuotamento totale, una dissolvenza quasi teatrale. Tuttavia, non appena abbiamo iniziato a girare, mi sono reso conto che questo espediente rischiava di spingere gli attori verso una recitazione eccessivamente impostata, artificiosa e fredda.
Io cercavo l’esatto opposto: per me era vitale preservare la massima intensità emotiva. Insieme alla troupe abbiamo quindi architettato degli escamotage visivi e sonori alternativi, capaci di suggerire lo svanire del ricordo in modo molto più intimo e viscerale. In primo luogo, abbiamo usato il design sonoro immersivo: manipolavamo e abbassavamo progressivamente il volume della voce del protagonista fino a farla sfumare nel silenzio assoluto, restituendo lo smarrimento psicologico.
Poi, abbiamo cercato la contaminazione surreale degli spazi: per connettere la realtà fisica con la dimensione psichica del ricordo, abbiamo ricreato l’effetto della pioggia esterna facendola cadere direttamente all’interno della stanza, fondendo i due mondi. Infine, ho applicato il cortocircuito controllato della recitazione: ho chiesto a Jim Carrey e Kate Winslet di scambiarsi all’improvviso le battute scritte sul copione o di fingere deliberatamente di non ricordare le parole dell’altro. Questo ha introdotto sul set un’esitazione autentica, una fragilità reale che ha restituito l’instabilità tipica dei processi della memoria senza spezzare la tensione sentimentale.
L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E LA DEMOCRATIZZAZIONE LOW-BUDGET
Pensa che l’intelligenza artificiale possa mettere a repentaglio la creatività e la spontaneità dell’immaginazione cinematografica?
È indubbio che l’intelligenza artificiale andrà a sostituire diversi posti di lavoro, ed è un rischio assolutamente reale con cui la società dovrà fare i conti. Tuttavia, se proviamo a ribaltare la prospettiva artistica, c’è un risvolto inaspettatamente positivo che definirei la vera democratizzazione del fare cinema. Pensiamo a quelle piccolissime produzioni indipendenti che lavorano con budget ridottissimi; se un giovane regista ha l’esigenza espressiva di inserire una grande esplosione nel proprio film, di dare una tonalità cromatica diversa al cielo o di spostare virtualmente un elemento dall’inquadratura, ma non possiede i fondi per farlo fisicamente sul set, l’IA si trasforma in uno strumento accessibile e straordinario per realizzare la propria visione senza barriere economiche.
La mia vera preoccupazione non risiede nel mezzo tecnologico in sé, ma nelle sue conseguenze sociali: temo il modo in cui i detentori del potere aziendale useranno l’IA nei confronti dei lavoratori, aumentando la precarietà. È questo scenario di prevaricazione che mi spaventa maggiormente.

LA CRITICA D’ARTE E LA GERARCHIA CULTURALE
Molti autori scelgono di superare i confini tradizionali dello schermo curando mostre d’arte. Ha mai valutato di mettere la sua visione al servizio di spazi espositivi in modo permanente?
In passato ho accettato di curare un’esposizione in Giappone, ma nutro un rapporto complesso con quel circuito. Esiste una gerarchia culturale invisibile ma spietata agli occhi dei media e della critica specialistica: la pubblicità occupa il gradino più basso, subito sopra troviamo il videoclip, poi il lungometraggio e, infine, al vertice, l’arte moderna.
Se un artista si muove dal basso verso l’alto — partendo dall’arte contemporanea per approdare al cinema — la stampa lo accoglie con ovazioni. Se invece compi il percorso inverso, muovendoti dal cinema d’autore verso le gallerie d’arte, la critica tende a massacrarti senza appello. Quando ho presentato la mia prima installazione in una galleria d’arte, i media mi hanno letteralmente ridotto a pezzettini. Per questa ragione, al momento, preferisco mantenere una netta distanza dalle istituzioni museali.
L’ESTETICA DELL’ALGORITMO E IL NUOVO FILM HORROR
Sta già sperimentando o integrando l’uso dell’intelligenza artificiale nei suoi lavori correnti? Quali sono i progetti su cui si sta concentrando in questo momento?
No, non ho ancora avuto l’occasione concreta di utilizzarla direttamente nelle mie produzioni. Dal mio punto di vista, il pericolo estetico più grande legato all’IA risiede nella rapidissima obsolescenza del risultato visivo che ne deriva. Ci si stanca con estrema facilità delle immagini standardizzate generate da un algoritmo. È una dinamica che mi ricorda da vicino quanto accaduto con i sintetizzatori musicali negli anni ’80. La tecnologia continuerà a evolversi, ma le immagini sintetiche rischiano di invecchiare con precoce rapidità. Per quanto riguarda il mio futuro imminente, tra circa due settimane inizierò ufficialmente a girare il mio prossimo lungometraggio. Si intitolerà Le Petit Peur (Piccole Paure) e, per la prima volta nella mia carriera, mi misurerò direttamente con le regole e i codici del genere horror.
La presenza di Michel Gondry a Torino, sostenuta dal Museo Nazionale del Cinema e dalla Scuola Holden con la collaborazione di Alliance Française e SNCF, lascia una lezione preziosa a chiunque voglia fare comunicazione visiva: il grande cinema non dipende dalla perfezione tecnologica, ma dalla forza primitiva delle idee, dall’onestità delle emozioni umane e dal coraggio di saper giocare con le proprie imperfezioni.



