Autore: Andrea Dall’Armi

  • Wake up dead man: Knives out

    Wake up dead man: Knives out

    Disponibile in streaming su Netflix, Wake up dead man è il terzo capitolo della serie cinematografica Knives Out che ha come protagonista Benoit Blanc. 

    Daniel Craig torna ad impersonare il famoso detective, questa volta alle prese con un delitto impossibile: un omicidio in una stanza chiusa. Ambientato in una comunità religiosa che richiama le sette, Padre Jud Duplenticy viene riassegnato in una parrocchia di provincia dopo aver picchiato un diacono. Nella sede di Nostra Signora della Forza d’Animo Perpetua deve fare i conti con l’ingombrante figura di Monsignor Jefferson Wicks, famoso per le sue prediche cariche d’ira. In principio relegato alla figura di assistente, padre Jud si trova presto in disaccordo sulla via scelta dal Monsignore per guidare la Chiesa, inadatta a suo dire a diffondere i messaggi universali del Cristianesimo. 

    In un crescendo di tensioni e isolamento il protagonista sembra cedere alla disperazione nel momento in cui viene accusato di omicidio, quando in suo aiuto accorre Benoit Blanc con un’apparizione quasi divina, desideroso di risolvere l’intricato caso e dimostrare la sua bravura nel “gioco”. Così come accade nei precedenti film, il detective conduce lo spettatore alla ricerca della verità in un intricato labirinto dove nulla è come sembra e dove le mezze verità si fondono abilmente con l’inganno. 

    Wake up dead man è senza dubbio un film thriller riuscito, in cui la suspence tra rivelazioni inaspettate e colpi di scena mantiene alta l’attenzione. Nella comunità rurale la Chiesa e la figura del Monsignore occupano una posizione privilegiata nel cuore e nella vita delle famiglie che partecipano alla messa, tanto che il sentimento religioso trascende nella devozione totale per Jefferson Wicks; infatti senza la sua approvazione nulla si muove e tutti pendono dalle sue labbra anche quando devono prendere importanti decisioni riguardo la loro vita privata. 

    Wake up dead man è anche un film dalle sfumature con tratti politici, nel quale la figura della Chiesa impersonata dal Monsignore ha la gestione totale del territorio e dei suoi fedeli. Wicks infatti prende i connotati del signorotto locale che vede il suo operato e il suo feudo minacciati dal nuovo arrivato. Fede e potere sono a lungo andati a braccetto, tuttavia la nuova visione di padre Jud giunge come l’illuminazione sulla via di Damasco a squarciare il velo di ottusità e pregiudizio che permea sui fedeli di Wicks, persi più nelle sue parole di falso messia che nei valori della vera fede. 

  • No Other Choice

    No Other Choice

    Il regista coreano Park Chan-wook firma un remake eccezionale del film Le Couperet di Costa-Gravas, anch’esso tratto dal romanzo The ax di Donald E. Westlake. Prodotto da Moho Film e KG Productions, No Other Choice sarà distribuito in Italia da Lucky Red. No Other Choice affronta il tema della disoccupazione da un punto di vista drammatico e ilare al tempo stesso. Man-su è un esperto della produzione della carta : venticinque anni di mestiere sulle spalle e una vita che, fino a ieri, poteva riassumere senza esitazioni in due parole disarmanti: “Ho tutto”. Una casa conquistata con fatica, una moglie amata, due figli, due cani. Un equilibrio quotidiano che sembra inattaccabile, finché una comunicazione aziendale, fredda e definitiva, non lo spazza via: è licenziato.

    È un colpo netto, come un’ascia calata sul collo. Man-su promette a sé stesso e alla sua famiglia che sarà solo una parentesi: tre mesi, non di più, e tutto tornerà al suo posto. Ma la realtà si incarica di smentirlo. I colloqui si susseguono, le porte si chiudono, il tempo si dilata fino a superare l’anno. L’uomo che era un pilastro del suo settore si ritrova dietro il bancone di un negozio al dettaglio, mentre la casa per cui ha lavorato una vita comincia a vacillare sotto il peso dei debiti. Quando la disperazione lo spinge a presentarsi senza appuntamento alla Moon Paper, con il curriculum in mano, non trova redenzione ma umiliazione. Sun-chul, il responsabile di linea, lo liquida senza riguardi.

    È lì, nel momento più basso, che Man-su prende coscienza della propria rabbia e del proprio valore. Sa di essere il migliore per quel lavoro. E allora la scelta diventa inevitabile, quasi radicale: se non esiste un posto per lui, dovrà crearlo. L’attore Lee Byung-hun dà vita a Man-su, un uomo che la società ha deciso di scartare.

    Nonostante qualifiche impeccabili e venticinque anni di esperienza, il protagonista di No Other Choice si ritrova tagliato fuori dal mondo del lavoro, trascinato in una spirale di frustrazione e impotenza. Con toni di dark comedy, il film esplora un tema tanto universale quanto cruciale – il valore del lavoro nella società contemporanea, e in particolare in Corea del Sud, dove la posizione sociale è spesso intrecciata all’occupazione. Per Man-su, l’assenza del lavoro significa perdere non solo lo stipendio, ma anche la propria identità. La sua vita domestica si incrina: il rapporto con la moglie Miri diventa difficile, e gli svaghi che un tempo scandivano le sue giornate – tennis, corsi di ballo, momenti di piacere quotidiano – svaniscono uno dopo l’altro. La povertà improvvisa e il senso di disonore di non poter più sostenere la famiglia spingono il protagonista verso scelte sempre più estreme, fino a un piano drammaticamente radicale: eliminare la concorrenza.

    Il film oscilla tra momenti di ironia nera e tensione crescente, dipingendo una realtà spietata in cui la dignità e la sopravvivenza si intrecciano in maniera inesorabile No Other Choice non si limita a raccontare la caduta di un uomo, ma offre uno spaccato potente sulle famiglie dei disoccupati e sulle tensioni che questa condizione può generare. Da un lato c’è chi sceglie di sostenere il protagonista, come la moglie di Man-su, pronta a svolgere lavori umili pur di alleviare il peso che grava sul marito. Dall’altro, il film non risparmia le dinamiche più oscure: famiglie che si rifugiano nell’alcol, rapporti di coppia logorati da accuse reciproche, legami che si disintegrano sotto la pressione economica e sociale.

    In questo contesto, Man-su lotta con tutto se stesso per salvare la propria relazione, mentendo e accettando compromessi pur di portare avanti il suo piano estremo. Il film inserisce anche una riflessione contemporanea sul lavoro: i colleghi di Man-su affrontano situazioni analoghe, mentre il settore della carta – già in difficoltà – viene presentato come uno dei primi a risentire dell’avanzata dell’intelligenza artificiale, offrendo uno scenario credibile e inquietante. No Other Choice diverte e inquieta allo stesso tempo. È una dark comedy che fa riflettere sulle condizioni della società moderna, interrogandosi sulla deriva del mondo del lavoro e, più in generale, sull’umanità: fino a che punto si è disposti a spingersi pur di mantenere un impiego? Tra tensione, ironia nera e critica sociale, il film ci costringe a guardare in faccia una realtà che spesso ignoriamo, senza risparmiare nessuno.

  • The new year that never came

    The new year that never came

    The new year that never came è un film del 2024 diretto da Bogdan Mureșanu. Durante il periodo natalizio del 1989, le vite di sei ignari cittadini convergono verso i moti rivoluzionari contro la dittatura del governatore Nicolae Ceaușescu. Il senso di ribellione e la voglia di evasione dei giovani sono affiancati alle vite ponderate degli adulti, pacati e sospettosi nei confronti di chiunque.

    Ogni protagonista affronta la propria quotidianità insofferente nei confronti del regime, che opprime e sfianca le persone, inconsapevoli del fatto che da lì a breve la storia sarebbe cambiata per sempre. Nella Romania del regime comunista l’aria è densa di oppressione, non diversa da quella che avvolgeva gli altri paesi dell’Est sotto il medesimo controllo ideologico. Il malcontento serpeggia silenzioso, soffocato da una domanda costante e angosciante: cosa si può dire, e soprattutto a chi? La diffidenza diventa una forma di sopravvivenza quotidiana, in un contesto in cui i collaboratori del potere sono ovunque, invisibili ma vigili, pronti a trasformare ogni parola di troppo in una colpa. Mureșanu riesce a ricostruire con precisione questa atmosfera di tensione e incertezza, evocando la presenza costante di un “nemico” che non si mostra mai apertamente, ma che si avverte in ogni gesto e in ogni silenzio.

    I personaggi protagonisti permettono di capire come la dittatura comunista abbia influenzato le varie fasce della popolazione. Dalla classe operaia fino alle classi considerate privilegiate, nessuno riesce davvero a sottrarsi a una forza che invade ogni aspetto della vita quotidiana. Manifestazioni di facciata, discorsi da recitare a memoria davanti alle telecamere della televisione di Stato: sono solo alcune delle maschere dietro cui i cittadini sono costretti a nascondersi loro malgrado, compromessi reiterati nel tempo fino a diventare routine. Eppure, dietro una normalità costruita e artificiale, è nell’intimità che i personaggi tornano a esistere davvero, dando voce a un malessere profondo e a un desiderio di cambiamento che sembra tanto necessario quanto irraggiungibile.

    Mureșanu sceglie il registro tragicomico per raccontare uno dei capitoli più oscuri della storia rumena, una decisione narrativa tanto audace quanto efficace. Il sorriso non attenua la drammaticità del contesto, ma anzi amplifica la riflessione, dimostrando come anche nelle situazioni più disperate l’ironia possa diventare uno strumento di resistenza. The New Year That Never Came si inserisce così nel solco del cinema storico europeo. Il film rievoca un periodo di profondo tumulto, restituendo la diffusione capillare di sentimenti come la paura e l’incertezza, e ricordando come i grandi cambiamenti abbiano spesso origine dalle persone più umili.

    Come nel Bolero di Ravel, la tensione cresce progressivamente, fino a lasciare spazio a una speranza che torna a germogliare nei cuori delle persone, accompagnando lo spettatore in un crescendo emotivo facendo presagire un futuro migliore per il nuovo anno.

  • Eternity

    Eternity

    Eternity è il nuovo film della casa di produzione e distribuzione A24, diretto da David Freyne e distribuito in Italia da I Wonder Pictures. Nel cast Miles Teller, Elizabeth Olsen e Callum Turner.

    Dopo una vita trascorsa fianco a fianco, Joan (Olsen) e Larry (Teller) si spengono a distanza di una sola settimana. Un intervallo minimo, quasi simbolico, che permette loro di ritrovarsi rapidamente in un aldilà concepito come spazio di transizione, dove ogni anima dispone di sette giorni per scegliere con chi condividere l’eternità. Per i due coniugi la decisione sembra scontata, frutto di decenni di amore e complicità. L’equilibrio si incrina con l’arrivo di Luke (Turner), il primo marito di Joan, caduto nella guerra di Corea e rimasto per sessantasette anni in attesa di poter riabbracciare il suo grande amore. A Joan si apre così un dilemma tanto intimo quanto universale: lasciarsi sedurre dal richiamo della passione giovanile o restare fedele a un legame costruito nel tempo, solido e profondo, che ha resistito agli anni e alla vita stessa.

    Eternity si interroga sulla natura dell’amore, ponendo una domanda destinata a riecheggiare per tutta la durata del film. Un interrogativo che si arricchisce progressivamente nelle molteplici sfaccettature che definiscono le relazioni umane: dall’attrazione alla competizione, dalla gelosia all’altruismo, fino alle loro più sottili ambiguità. Al centro del racconto c’è Joan, interpretata con notevole sensibilità da Elizabeth Olsen, chiamata a confrontarsi con una scelta impossibile: decidere con quale dei suoi amori condividere la sua eternità. A rendere il dilemma ancora più lacerante interviene il fattore tempo. In questa dimensione di passaggio tra la vita e l’eternità, alle anime sono concessi solo sette giorni per determinare il proprio destino. Una scelta irrevocabile, che non ammette ripensamenti: sbagliare significa precipitare nel vuoto, uno spazio sospeso e senza coordinate, dominato da un’oscurità perenne che diventa la materializzazione della paura di restare soli per sempre.

    I due pretendenti non potrebbero essere più lontani l’uno dall’altro, quasi incarnazioni opposte di un’idea d’amore. Luke (Callum Turner) è affascinante, atletico, impetuoso: un amore interrotto brutalmente dalla morte durante la guerra di Corea ha cristallizzato la sua relazione con Joan in un eterno presente. Il suo carisma esercita un richiamo potente, reso ancora più irresistibile dalle regole dell’aldilà, dove le anime assumono l’aspetto e l’età del momento in cui hanno conosciuto la massima felicità in vita. Un dettaglio che rende la tentazione difficile da ignorare.

    All’estremo opposto si colloca Larry (Miles Teller), incarnazione di una tenerezza discreta e quotidiana. Pacato, leale e profondamente devoto, è stato il compagno con cui Joan ha condiviso oltre sessant’anni di matrimonio, costruendo un legame fondato sulla complicità e sulla cura reciproca. Sul piano puramente estetico non può competere con Luke — una mancanza che gli è stata spesso rinfacciata — ma è proprio la sua capacità di mettere la felicità di Joan al di sopra di tutto ad aver reso il loro amore autentico e duraturo. Questa dicotomia si riflette anche nelle rispettive visioni dell’eternità: Luke immagina un aldilà montano, verticale e impetuoso come il suo carattere, mentre Larry predilige l’orizzonte aperto e rassicurante del mare. Due spazi simbolici, due modi opposti di intendere l’amore e la vita — o ciò che ne resta oltre la morte.

    Eternity è un film intelligente ed elegante, capace di affrontare temi complessi come l’amore, il trapasso e la competitività insita nelle relazioni affettive con uno sguardo brillante e mai appesantito. Sostenuto da un cast di grande livello, in cui spiccano in modo simpatico anche le figure dei Consulenti dell’Aldilà, il film riesce a muoversi con naturalezza tra profondità emotiva e leggerezza narrativa. David Freyne sceglie la satira come chiave espressiva per esplorare la natura sfaccettata dei legami amorosi, utilizzandola non come semplice espediente comico, ma come strumento di riflessione. Al centro del racconto resta una domanda tanto semplice quanto profonda: è possibile far convivere amore e felicità per l’eternità, senza che uno finisca per soffocare l’altra? Un interrogativo che Eternity lascia aperto, accompagnando lo spettatore ben oltre i titoli di coda.