Autore: Andrea Dall’Armi

  • Creature Luminose: recensione del film Netflix con Sally Field

    Creature Luminose: recensione del film Netflix con Sally Field

    Può un polpo favorire il cambiamento della vita di una persona? Se prendiamo come esempio la creatura marina protagonista di Creature Luminose la risposta è sicuramente affermativa. Disponibile in streaming su Netflix, il film tratto dal romanzo Remarkably Bright Creatures narra del legame che si sviluppa tra il buffo e saggio animale, Marcellus, e Tova, la signora delle pulizie dell’acquario, interpretata da Sally Field. Entrambi sono accomunati dalla passione per il silenzio e per la notte, cosa che li porta a sviluppare un rispetto reciproco inusuale. A completare il trio è la figura di Cameron, Lewis Pullman, un giovane dal passato ingarbugliato in cerca di risposte da parte di una mancata figura paterna. 

    REMARKABLY BRIGHT CREATURES. Marcellus and Sally Field as Tova in Remarkably Bright Creatures. Cr. Courtesy of Netflix © 2026.

    Un incontro tra anime solitarie

    Ambientato in una piccola cittadina americana in cui lo scorrere del tempo riflette la noiosa monotonia della vita dei pesci nell’acquario, i due protagonisti sono accomunati, a detta di Marcellus, da un passato doloroso, le cui cicatrici influenzano la loro vita e i loro modi di agire. La donna infatti soffre per la perdita del marito a causa di una malattia e del figlio, scomparso durante un’uscita in barca. Cameron invece è alla ricerca della sua dimensione: a causa dei problemi di droga della madre single, non ha mai avuto una famiglia, ed è stato trasferito da parenti e amici, impedendogli di sviluppare un senso di appartenenza ad un luogo che possa chiamare casa. 

    In una comunità dominata dai gossip, i momenti di lavoro nell’acquario portano avanti la narrazione, in cui i tentativi di Marcellus di evadere dalla sua vasca contribuiscono a cementare il legame tra i due protagonisti, come da volere del polpo. L’animale infatti funge da architetto del destino, intuendo come il guarire le ferite di uno avrà un effetto terapeutico anche sull’altro. La ricerca del padre di Cameron e di uno scopo per vivere per Tova avvengono in maniera speculare, offrendo uno spaccato sui tormenti interiori e su quanto sia difficile a volte proseguire sul sentiero della vita.

    REMARKABLY BRIGHT CREATURES. (L to R) Lewis Pullman as Cameron and Sally Field as Tova in Remarkably Bright Creatures. Cr. Courtesy of Netflix © 2026.

    Creature Luminose: lutto, appartenenza e seconde possibilità

    Creature luminose è un film intimo che indaga temi importanti come il senso di appartenenza, il lutto, l’amicizia e la famiglia. Marcellus, doppiato da Alfred Molina, sebbene compaia poco a schermo, orchestra la guarigione interiore di due persone che lui considera luminose, capaci di spiccare nella massa di visitatori dell’acquario. 

    Sebbene non dotato di parole, grazie alla sua intelligenza si adopera per portare conforto nelle loro esistenze, consapevole di non avere più tanto tempo a disposizione. Nel film Creature Luminose, diretto da Olivia Newman, i protagonisti trovano un luogo da poter chiamare casa grazie ad un polpo filosofo, che con la sua voce narrante sembra cullare lo spettatore come le onde fanno con la fauna marina. 

  • Disclosure Day Steven Spielberg: 7 film cult da rivedere

    Disclosure Day Steven Spielberg: 7 film cult da rivedere

    L’11 giugno uscirà in Italia Disclosure Day, il nuovo film diretto da Steven Spielberg distribuito da Universal Pictures. Il regista americano decide di tornare al genere di fantascienza sugli UFO che lo ha reso celebre nella storia del cinema. Per ingannare l’attesa ecco una lista di sette film che parlano dei temi cari al regista: la solitudine, il rapporto con l’ignoto, le relazioni padre-figlio, il senso di meraviglia e stupore e il cinema come mezzo di guarigione dell’anima per ricucire i traumi familiari e cercare una riconciliazione. 

    E.T. l’extraterrestre: un’amicizia spaziale

    E.T. racconta il magico incontro tra il giovane Elliott (Henry Thomas) e un gentile alieno smarrito sulla Terra. Più che una semplice avventura sci-fi, il film è una potente metafora dell’amicizia universale e dell’empatia che supera i confini della specie.

    Attraverso la meraviglia degli occhi dei bambini, Spielberg esplora i temi della solitudine, della rottura dell’innocenza e del dolore del distacco. Il legame tra i due diventa un rifugio contro l’incomprensione del mondo adulto e delle istituzioni. Una piccola curiosità: il concetto di E.T. è basato su un amico immaginario del regista dopo che i suoi genitori si sono separati. 

    Jurassic Park: l’illusione del controllo

    Il miliardario John Hammond (Richard Attenborough) realizza il sogno di riportare in vita i dinosauri grazie alla clonazione genetica. Tuttavia, durante un’anteprima nel parco, un guasto al sistema di sicurezza scatena il caos, trasformando la meraviglia in una lotta per la sopravvivenza.

    Il film esplora la manipolazione e l’illusione del controllo umano sulla natura. Oltre allo spettacolo visivo, emergono i temi dell’etica scientifica e della responsabilità tecnologica. Spielberg trasforma un’avventura sci-fi in una riflessione sulla fragilità del potere dell’uomo di fronte alla forza indomabile dell’evoluzione e a quanto sia sciocco pensare che l’essere umano possa controllare a suo piacimento la natura. 

    Prova a prendermi: l’ingegno per ricucire una famiglia spezzata

    Nel film Prova a prendermi, il giovane Frank Abagnale Jr. (Leonardo di Caprio) diventa uno dei truffatori più brillanti della storia, assumendo false identità come pilota, medico e avvocato per sfuggire alla realtà del divorzio dei genitori. Inseguito instancabilmente dall’agente dell’FBI Carl Hanratty (Tom Hanks), Frank accumula ricchezze, ma resta profondamente solo.

    Il film esplora i temi dell’identità e della ricerca del padre, mostrando come le truffe di Frank siano un tentativo di ricostruire la propria famiglia distrutta recuperando il denaro che il fisco ha sottratto alla sua famiglia. Prova a prendermi si sofferma anche sul contrasto tra la genialità individuale e l’autorità, trasformando la caccia all’uomo in una profonda riflessione sulla solitudine e sul bisogno di appartenenza. 

    La guerra dei Mondi: il terrore dell’ignoto

    In La guerra dei mondi, Ray Ferrier (Tom Cruise) è un padre assente che si ritrova a proteggere i figli durante una devastante invasione aliena. Mentre i colossali Tripodi sterminano l’umanità, la trama segue la loro disperata fuga verso la salvezza.

    Il film trasforma il classico di Wells in una metafora del terrore post-11 settembre, esplorando la vulnerabilità di una società tecnologicamente avanzata di fronte all’ignoto. I temi centrali sono la sopravvivenza istintiva, la fragilità dei legami familiari e la resilienza umana. Spielberg sottolinea come la vera forza non risieda nelle armi, ma nella biologia e nella capacità dell’uomo di restare unito nel caos.

    Colin Firth in DISCLOSURE DAY, directed by Steven Spielberg.

    The Post: la libertà di stampa contro il potere

    In The Post, Kay Graham (Meryl Streep), prima editrice donna del Washington Post, e il direttore Ben Bradlee (Tom Hanks) affrontano una scelta epocale: pubblicare i Pentagon Papers, documenti segreti che svelano decenni di menzogne governative sulla guerra del Vietnam. Sfidando le minacce legali di Nixon, i due rischiano la carriera per la divulgare la verità.

    Il film celebra la libertà di stampa e il ruolo vitale del giornalismo come contrappeso al potere politico. I temi centrali includono il coraggio civile e l’emancipazione femminile, con la Graham che rivendica la propria voce in un mondo maschilista, dimostrando che il dovere verso i cittadini precede il profitto.

    Ready Player One: alienazione digitale e connessioni umane

    In Ready Player One, il giovane Wade Watts (Tye Sheridan) fugge da un futuro distopico rifugiandosi in OASIS, un universo virtuale dove chiunque può essere ciò che desidera. La trama segue la caccia al “tesoro” lasciato dal creatore del sistema, James Halliday (Mark Rylance), per salvarlo dal controllo di una multinazionale cinica che persegue il profitto a qualsiasi costo. Riuscirà il protagonista a trasformasi nell’eroe dei videogiochi?

    Il film esplora il tema dell’alienazione digitale e il contrasto tra l’illusione virtuale e la concretezza della realtà. Spielberg riflette sulla nostalgia culturale e sul potere dell’immaginazione, facendo riflettere al tempo stesso su un punto fondamentale: per quanto affascinante sia il gioco, il protagonista deve “ritornare” nel mondo reale per salvare ciò che ama e sviluppare le amicizie reali. 

    The fable mans: il cinema come guarigione dell’anima

    In The Fabelmans, Spielberg mette a nudo la propria infanzia attraverso il giovane Sammy Fabelman (Gabriel LaBelle), che scopre il potere salvifico del cinema mentre la sua famiglia si sgretola. La macchina da presa diventa per lui uno strumento per decifrare la realtà e un rifugio dal dolore per il divorzio dei genitori e dalle difficoltà quotidiane. Nella dimensione del cinema il protagonista aggiusta e rimodella la realtà, mostrando come esso sia un mezzo per riportare ordine nel caos dell’esistenza umana.

    Il film esplora il conflitto tra arte e vita familiare, analizzando il peso del talento come “una maledizione e una benedizione”. I temi centrali sono la scoperta della verità attraverso l’obiettivo, l’identità e il sacrificio personale necessario per inseguire una passione. 

    Cosa aspettarsi da Steven Spielberg in Disclosure Day

    Steven Spielberg è un regista poliedrico che nella sua carriera ha esplorato diversi generi, cercando di offrire il senso di stupore, meraviglia e senso di appartenenza. Disclosure Day parla di come un’entità aliena riveli al mondo l’esistenza di esseri extra-terrestri e di come i governi intervengano per impedire che tali conoscenze siano divulgate. Nell’attesa di Disclosure Day, non resta che vedere il trailer contando i giorni che ci separano dall’uscita….

  • ‘Noi due sconosciuti’: recensione del film di Janicke Askevold sulla procreazione assistita

    ‘Noi due sconosciuti’: recensione del film di Janicke Askevold sulla procreazione assistita

    Che significato ha la famiglia? Noi due sconosciuti, presentato in anteprima al Festival di Locarno, è in uscita al cinema distribuito da Teodora Film, ed esplora il tema della procreazione assistita. Edith, interpretata da Lisa Loven Kongsli, è una madre single che lavora come giornalista. La sua precedente relazione si è conclusa senza la possibilità di avere un figlio, cosi decide di prendere in mano la situazione ricorrendo all’inseminazione artificiale. Durante il percorso conosce un’altra donna Marie, Nasrin Khusrawi, con la quale instaura un rapporto d’amicizia e di aiuto reciproco. 

    cosa significa essere una famiglia “normale”

    Noi due sconosciuti racconta “le nuove forme” di famiglia dal punto di vista femminile: la protagonista divide il suo tempo tra l’attività lavorativa, il tentativo di essere un buon genitore e le difficoltà familiari quotidiane. La madre di Edith è ai primi stadi dello sviluppo della demenza senile e non è più in grado di aiutare la figlia a prendersi cura del nipote. Esausta dal rispondere alle stesse domande dei compagni di scuola di suo figlio Sigurd, del tipo “Dov’è tuo padre?” “Perché vieni sempre tu a prenderlo?”, Edith inizia ad ascoltare le registrazioni del donatore di cui ha usufruito. Quando Marie le comunica di aver scoperto la sua identità, la tentazione è irresistibile: deve conoscerlo. 

    Scena del film Noi due sconosciuti con Lisa Loven Kongli

    Tra pretesti e timidezza, la protagonista incontra finalmente Niels, Herbert Nordrum, scoprendo una figura interessante e allo stesso tempo enigmatica. Dapprima imbarazzata dal fatto che l’uomo abbia una famiglia, Edith non può fare a meno di evitare la sua frequentazione per scoprire il più possibile sul passato del padre di suo figlio e approfondire la sua conoscenza. L’evoluzione del loro rapporto passa da silenzi imbarazzati a momenti di intimità, in cui emerge la voglia e il desiderio di entrambi di un po’ di tenerezza. La loro relazione riflette le scelte di Edith, che sebbene spinta dalla curiosità e dalla necessità di sapere che Niels sia una brava persona, mette sempre Sigurd al primo posto tra le sue priorità.

    L’estetica del cinema nordico

    Noi due sconosciuti mostra un lato forse a noi sconosciuto della monogenitorialità. I paesi nordici sono più avanguardisti in materia rispetto a noi, tuttavia è interessante notare come lo stereotipo della famiglia classica sia presente ovunque e che la scelta di Edith sia vista come coraggiosa. Anche nella sua cerchia di amici, prevalentemente donne, non mancano battute ironiche o dubbi in merito alla sua decisione. 

    La protagonista deve affrontare questi dilemmi sapendo di dover dimostrare  che Sigurd è come gli altri bambini e che anche lui può essere felice e sicuro come accadrebbe in qualunque altra famiglia considerata “normale”. La regista Janicke Askevold mostra il prezzo delle scelte alternative ma anche la soddisfazione che genera l’indipendenza di inseguire i propri sogni. Un plauso anche alla fotografia di Torjus Thesen, che mette in risalto gli splendidi paesaggi e con i primi piani crea e cattura un’atmosfera unica e profonda. 

  • Il diavolo veste Prada 2: recensione del sequel tra moda e digitale

    Il diavolo veste Prada 2: recensione del sequel tra moda e digitale

    A distanza di vent’anni dal primo capitolo, Il diavolo veste Prada 2 arriva al cinema prodotto da 20th Century Studios e distribuito da Walt Disney. Come si sono evoluti i personaggi in questo lasso di tempo? 

    La vita di Andy Sachs, Anne Hathaway, riflette le contraddizioni della società attuale: giornalista di successo, viene licenziata improvvisamente insieme a tutti i suoi colleghi durante una premiazione. Nella società attuale sembra non esserci più spazio per le figure dei giornalisti, spesso le prime ad essere bersaglio di tagli e revisioni di budget aziendali. “Costretta” ad accettare un nuovo impiego per il magazine Runway, la protagonista ritorna alle dipendenze della temibile Miranda Priestly, interpretata da Meryl Streep.

    dalla carta al digitale: la nuova sfida di Runway

    Direttrice della rivista Runway, è allo stesso tempo temuta e venerata dalle persone che lavorano con lei. L’interpretazione della Streep è nuovamente magistrale: eleganza e perfezionismo vanno di pari passo con il suo carattere esigente, rendendola una figura magnetica. Al suo fianco c’è l’onnipresente Nigel, Stanley Tucci, direttore artistico di Runway e fidato braccio destro di Miranda. Emily Blunt, impersona Emiliy, la ex collega di Andy nel primo film, che in questo film lavora alla maison Dior di New York.

    Il film evidenzia le difficoltà del lavoro nel settore della moda: un mondo spietato senza orari in cui contano integrità e immagine. Il declino e la quasi totale scomparsa del cartaceo in favore del digitale ha modificato radicalmente le abitudini e i metodi di lavoro degli addetti al settore. Ciò che fino a vent’anni fa chiedeva mesi di pianificazione e preparazione ora deve essere pronto in giorni o addirittura in poche ore. I social media e gli algoritmi dettano i tempi e tutti i contenuti devono essere scrollabili e attirare click, spesso a scapito della qualità. 

    Il diavolo veste Prada 2: da New York a Milano

    Il diavolo veste Prada 2 è un film più dinamico rispetto al primo, complice una trama avvincente e il cambio di location. Il film è infatti ambientato tra gli imponenti grattacieli di Manhattan e la città di Milano, iconica location della moda. Nel seguito la ricerca spasmodica del libro di Harry Potter non ancora pubblicato è sostituta dal cercare di ottenere un’intervista dalla donna più ricca del mondo, Lucy Liu, vista come un vero e proprio Sacro Graal capace di attirare pubblico e salvare l’immagine di Runway. Il diavolo veste Prada 2 si interroga anche sulle nuove generazioni: il nuovo proprietario della rivista è più interessato a venderla piuttosto che a preservarne il valore o mantenere integra l’eredità familiare continuando la tradizione. 

    Tra ironia, battute pungenti e glamour il film scorre piacevole, ricordando l’importanza delle alleanze in ambito lavorativo e che non è mai troppo tardi per recuperare e dare valore alle amicizie. 

  • ‘Il delitto del terzo piano’: l’influenza di Alfred Hitchcock

    ‘Il delitto del terzo piano’: l’influenza di Alfred Hitchcock

    Il delitto del terzo piano è un film francese diretto da Rémi Benzaçon, distribuito in Italia da Notorious Pictures. Gilles Lelouche e Laetitia Casta sono i protagonisti di questa commedia che omaggia il regista Alfred Hitchcock. Dal 16 aprile al cinema. 

    François, interpretato da Gilles Lelouche, trascorre le sue giornate in pigiama sognando ad occhi aperti le nuove rocambolesche avventure del suo alter ego su carta: il marchese De la Rose. Il protagonista è uno scrittore di romanzi gialli a cui manca quel pizzico di complicità e situazioni piccanti che rispecchiano la sua vita di coppia. Il rapporto con l’amata Colette, Laetitia Casta, è in crisi da tempo. La donna è un’affermata docente di cinema all’università della Sorbonne caratterizzata da una devozione per Alfred Hitchcock: i suoi corsi di cinema sono interamente centrati intorno alla sua figura e a quanto abbia influenzato la storia del cinema. Quando un nuovo vicino si trasferisce nel palazzo come dirimpettaio, gli elementi della trama sono completi e si alza il sipario di questo simpatico adattamento moderno de La Finestra sul Cortile. 

    un adattamento riuscito

    L’improvvisa sparizione della moglie di Yann, il vicino, in seguito ad un litigio tra i due scatena la fantasia di Colette, che nella sua mente rivive un’esperienza già vissuta più volte guardando i film del maestro della suspense. Nonostante i continui borbottii del marito la protagonista convince François ad investigare su Yann, i cui comportamenti diventano sempre più sospetti man mano che si accorge si essere osservato. Tra occhiali con telecamera, gadget ispirati a 007 e biscotti della fortuna, le indagini portano ad un avvicinamento della coppia, che ritrova i sentimenti di sintonia e complicità che sembravano svaniti. La passione per il crimine emerge preponderante e ognuno dei due protagonisti apporta il suo contributo nel lavoro da detective improvvisati. 

    È interessante notare come in particolare i mondi di François sembrano collidere: la storia del marchese e della sua lotta contro le malvagie macchinazioni del conte vanno di pari passo con le indagini della vita reale. Anche i suoi rapporti con l’assistente, e l’inevitabile storia d’amore, evolvono in simbiosi con la primavera dei sensi del suo rapporto di coppia. 

    Un plauso anche alla riuscitissima sequenza finale, in cui gli avvenimenti a schermo vanno di pari passo con la voce narrante di Hitchcock, che racconta come si genera la suspense e perché lui viene considerato il maestro. 

    Il delitto del terzo piano è un adattamento che fa riflettere sull’importanza dei sentimenti e di come gli artisti sono influenzati dal loro vissuto. Le storie sono un riflesso della vita e le scintille sono quanto mai necessarie per ricordare di non dare mai per scontato nulla, soprattutto i sentimenti. 

  • Dossier 137: la recensione del film con Léa Drucker

    Dossier 137: la recensione del film con Léa Drucker

    Presentato in anteprima all’edizione 2025 del Festival del Cinema di Cannes, Dossier 137 è disponibile al cinema, distribuito da Teodora Film. 

    Protagonista del film è Stephanie, interpretata magnificamente da Léa Drucker, un’ispettrice dell’IGPN (organismo disciplinare che vigila sulla polizia francese) con l’importante incarico di indagare i presunti abusi commessi dalla polizia.

    Il dossier 137

    L’intero film ruota al caso 137, avvenuto durante le manifestazioni dei Gilet Gialli del 2018, in cui un ragazzo di nome Guillaume è stato gravemente ferito da un proiettile di gomma. Durante le indagini la protagonista non deve affrontare solo la sfiducia dei cittadini ma anche il risentimento dei colleghi che diventa sempre più feroce. L’IGPN è malvista dai poliziotti perché giudica il loro operato, sebbene le sospensioni siano piuttosto bonarie. Coloro che vengono accusati dell’uso eccessivo della forza sono sospesi dal lavoro per un periodo variabile, ma non subiscono ulteriori processi o pene. Léa Drucker, con la sua interpretazione, offre la speranza di poter ottenere la tanto agognata giustizia grazie alla sua dedizione e alla perseveranza del suo operato. 

    Questo caso tocca Stephanie anche dal punto di vista personale: il ragazzo colpito non è più stato in grado di condurre una vita normale. La spensieratezza della sua giovinezza è stata interrotta prima del tempo e la mamma ha denunciato l’incidente sperando di poter individuare i colpevoli e ottenere una qualche forma di giustizia. Quando la protagonista incontra la famiglia, ancora scossa e turbata per l’accaduto, non può fare a meno di pensare a suo figlio. Se fosse successo a lui? Anche la sua famiglia è complessa: dopo il divorzio è infatti la sola ad occuparsi del figlio, che si vergogna profondamente della professione della madre. Una frase in particolare riecheggia nella sua mente: Tutti temono i poliziotti. Come si è potuti passare da garanti dell’ordine a forza temuta?

    Il lento lavoro della giustizia

    Dominik Moll, regista del film, sceglie di rappresentare un paese le cui divisioni sociali si possono ritrovare anche nelle forse dell’ordine. Dossier 137 mette in evidenza il lavoro silenzioso e quasi invisibile dei membri dell’IGPN, che devono conciliare il loro operato tra i sentimenti di sfiducia e disillusione dei cittadini da un lato e tra omertà e cameratismo dall’altro. Dominik Moll utilizza anche del materiale di “found footage” per raffigurare il clima di tensione che si respirava in Francia nel 2018. 

    Dossier 137 è un film complesso, che non giudica ma rappresenta a schermo le difficoltà, i compromessi e le scelte compiute dai protagonisti. Bene e male scompaiono in favore di una zona grigia, che ingloba inevitabilmente la protagonista e fa riflettere sullo stato attuale della società. 

  • Lovers Film Festival: le novità della 41 edizione

    Lovers Film Festival: le novità della 41 edizione

    Il Lovers Film Festival, lo storico festival italiano che indaga i temi LGBTQI+ , diretto da Vladimir Luxuria e fondato da Giovanni Minerba e Ottavio Mai, torna a Torino dal 16 al 21 aprile 2026 al Cinema Massimo, la multisala del Museo Nazionale del Cinema. Il Festival trova nel cinema il linguaggio ideale per sviluppare il proprio racconto, portando a Torino opere e autori provenienti da tutto il mondo: storie che attraversano relazioni e identità di genere, offrendo al pubblico sguardi sempre nuovi e plurali sul presente.

    Per il settimo anno Lovers è diretto da Vladimir Luxuria, attivista, scrittrice, personaggio televisivo, attrice, cantante e drammaturga, celebre anche per la sua attività politica. La direttrice artistica sarà affiancata da Angelo Acerbi, vicedirettore artistico e responsabile della selezione e dai selezionatori Elisa Cuter, Alessandro Uccelli e con la collaborazione di Niccolò Gossi.

    La serata inaugurale

    La quarantunesima edizione del Lovers Film Festival si aprirà giovedì 16 aprile, alle 19,30 nell’Aula del Tempio della Mole Antonelliana simbolo della città di Torino e sede del Museo Nazionale Del Cinema con il consueto saluto della madrina d’eccezione Donatella Finocchiaro. Alla serata interverranno anche il sopranista Federico Fiorio, che intonerà alcune arie di Farinelli, accompagnato dal pianista Luigi Trivisano. Il film di apertura sarà il lungometraggio “Maspalomas” di Aitor Arregi, preceduto dal cortometraggio “Mike and the Magazine” di Marcello Paolillo (presente in sala). Sono oltre cinquanta i film in programma, provenienti da ventuno nazioni. Tra questi spiccano anche due titoli fuori concorso: Blue Film di Elliot Tuttle e Strange Journey: the story of Rocky Horror di Linus O’Brien.

    Lovers Film festival: sezioni competitive e ospiti

    Tre le sezioni competitive principali: All The Lovers – Premio Ottavio Mai, concorso internazionale lungometraggi; Real Lovers, concorso internazionale documentari e Future Lovers, concorso internazionale cortometraggi. Le tre giurie saranno presiedute dall’attore Lorenzo Balducci, dal critico Vincenzo Patanè e dall’artista Josefine Yole Signorelli, in arte Fumettibrutti. Gli spettatori avranno la possibilità di dare un voto per ogni categoria principale dei concorsi del festival: All the Lovers, Real Lovers e Future Lovers.

    Nei sei giorni del festival molte personalità del mondo cinematografico, della cultura e dello spettacolo saranno ospiti del Cinema Massimo. Fra gli ospiti cinematografici i protagonisti di Sensualità a Corte Marcello Cesena (Jean Claude), Simona Garbarino (Madre) e Fabrizio Lopresti (Daiana) che riceveranno il premio Adoration Award prima della proiezione di Sensualità A Corte – Il Film di Marcello Cesena (Italia, 2026, 80’) sabato 18 aprile alle 18 in sala 1. Saranno ospiti del festival anche Raúl Tejón, protagonista della serie Machos alfa e del film Who wants to marry an astronaut di David Matamoros che sarà proiettato sabato 18 aprile alle 22,30 in sala 1 e Helen Walsh regista di On the Sea (sabato 18 aprile alle 20 in sala 1) e celebre scrittrice britannica con all’attivo molti premi e riconoscimenti.

  • My Name is Orson Welles: la nuova mostra del Museo Nazionale del Cinema

    My Name is Orson Welles: la nuova mostra del Museo Nazionale del Cinema

    My Name is Orson Welles è la nuova mostra del Museo Nazionale del Cinema, dal 1 aprile al 5 ottobre 2026, dedicata alla figura di Orson Welles. Ideata dalla Cinémathèque française e curata dal suo direttore Frédéric Bonnaud, la mostra vanta materiali provenienti da varie collezioni pubbliche e private e dal Fondo Orson Welles del Museo Nazionale del Cinema, alcuni dei quali mai esposti prima. Il percorso elicoidale ripercorre la vita e la carriera del grande regista attraverso fotografie, documenti d’archivio, disegni, manifesti, materiali audiovisivi e installazioni. L’intento è di mostrare anche i lati meno noti ma altrettanto centrali di questo artista poliedrico attraverso cinque aree tematiche. Quante storie sono racchiuse in una vita?

    Il genio dietro la star

    I materiali in mostra costruiscono un racconto che va oltre la semplice celebrazione dei suoi film più noti. Al centro emerge il processo creativo di Welles, caratterizzato da una continua sperimentazione e da una tensione costante verso il superamento dei limiti imposti dall’industria cinematografica.
    Fin dagli esordi con il film Quarto potere, il regista si distingue per la capacità di innovare il linguaggio cinematografico, imponendo una visione personale e radicale che, insieme a tutte le sue contraddizioni, ne rafforza il fascino e la portata.

    Particolare risalto è stato dato al rapporto tra il cinema di Welles e il tema dell’illusione. Appassionato di magia, il regista concepiva il cinema come un dispositivo capace di trasformare la realtà e sorprendere lo spettatore, in un gioco continuo tra finzione e verità.

    Viene infine sottolineata la dimensione internazionale del suo percorso, con un’attenzione particolare al rapporto con l’Europa, dove Welles trovò nuove opportunità creative lontano dalle logiche hollywoodiane.

    My name is Orson Welles: gli inizi

    Orson Welles nasce il 6 maggio 1915 a Kenosha (Wisconsin), una piccola città del Midwest. Trascorre una parte della sua infanzia a Chicago, allora in piena effervescenza artistica. Privato molto presto della madre (morta nel 1924), è già considerato un genio dall’amico materno e dottore Maurice “Dadda” Bernstein. Il giovane Orson grazie alle sue numerose doti artistiche è popolare tra adulti e bambini. «Bambino prodigio di terza classe», come egli stesso confiderà alla sua amica Jeanne Moreau, è spesso diviso tra il suo vero padre e il suo tutore “Dadda”. In Quarto potere si ritrovano tracce di questi conflitti familiari. Nel 1926 entra alla Todd School for Boys, scuola dove si privilegia l’insegnamento artistico, in particolare il teatro. Qui Orson incontra un nuovo protettore, Roger “Skipper” Hill e diventa ciò che resterà tutta la sua vita, un attore-regista, che già mette in scena opere di Shakespeare.

    Quarto Potere: un debutto “leggendario”

    Secondo i sondaggi annuali della rivista britannica «Sight & Sound», il film Quarto potere è stato per 50 anni il “miglior film del mondo”. È insieme un tentativo e un capolavoro. La RKO Pictures mette un intero studio cinematografico a disposizione di Welles, un debuttante di 24 anni. Le uniche condizioni: rispettare il budget di circa 800.000 dollari (una cifra importante per la RKO) e consegnare un film accettabile come durata e nei tempi previsti.
    Il film esce il 1° maggio 1941 e viene presentato come un enorme successo mediatico. Quarto potere non ottiene tuttavia, il successo commerciale auspicato. L’accoglienza critica è eccezionale negli Stati Uniti, ma il film si scontra contro il boicottaggio della stampa di Hearst e il rifiuto di alcune sale a programmarlo.

    Quarto potere non arriva a pareggiare le spese, il che indebolisce la posizione del regista di fronte ai suoi committenti. Rompicapo, rebus, opera d’arte che si offre in quanto tale, voluta e interpretata da un cineasta demiurgo, il film è il manifesto di un giovane intellettuale dalle idee brillanti, che ha già vissuto mille vite. Welles è un uomo di spettacolo che sconvolge allegramente tutte le regole consolidate della narrazione e della tecnica hollywoodiana.

    My Name is Orson Welles: La fuga da Hollywood

    Sorvegliato dall’FBI che lo considera un simpatizzante comunista, in difficoltà tanto con il fisco quanto con gli Studios dopo una costosa controversia con il produttore di La signora di Shanghai, Welles lascia gli Stati Uniti per l’Europa nel 1947, sperando di trovare una nuova indipendenza e soprattutto di poter girare Cyrano de Bergerac con il produttore Alexander Korda, che nel frattempo gli offre di interpretare il miglior film della sua prolifica e disordinata carriera di attore: Il terzo uomo (1949), girato da Carol Reed tra le rovine e le fogne di Vienna.
    Trionfo di critica e successo commerciale, il film è un pessimo affare per Welles che aveva optato per un compenso elevato anziché una percentuale sugli incassi che lo avrebbe reso milionario. Da quel momento Welles diventa un volto noto nelle produzioni europee e la sua inconfondibile silhouette apparirà innumerevoli volte al cinema e in televisione.

    Orson Welles è una figura a tutto tondo: attore, regista teatrale, direttore di compagnia e voce nota della radio. Famoso fin da giovane per il celebre adattamento de “La Guerra dei Mondi“, che ha terrorizzato gran parte degli Stati Uniti, è stato un’artista unico nel panorama cinematografico, capace di sperimentare non dimenticando mai di essere un “uomo del popolo”. Il suo genio si è spesso scontrato con le fredde logiche produttive di Hollywood, tuttavia i suoi lavori sono ancora oggi considerati capisaldi della storia del cinema.

    Il Museo Nazionale del Cinema di Torino presenta questa nuova affascinate esperienza che esplora la vita e le opere di un’artista poliedrico che ha contribuito alla storia del cinema vivendo molte vite in una.

  • ‘The Last Viking’: un viaggio alla riscoperta di sé

    ‘The Last Viking’: un viaggio alla riscoperta di sé

    Esistono ancora i vichinghi nella società moderna? Anker (Nikolaj Lie Kaas) e Manfred (Mads Mikkelsen) sono i protagonisti di The Last Viking (Den sidste viking). Il regista danese Anders Thomas Jensen dirige un buddy movie che tra ironia tagliente e violenza fa riflettere sui legami familiari. Dopo un’accoglienza positiva ricevuta durante l’82 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, The Last Viking è disponibile al cinema, distribuito da Plaion Pictures. 

    Anker torna a casa dopo aver scontato quindici anni di carcere per rapina. Impulsivo, rabbioso e incapace di riappacificarsi col passato, la sua figura è in netto contrasto con il fratello Manfred, sereno e pacifico. Quest’ultimo nel corso degli anni ha tenuto segreto il nascondiglio del bottino, tuttavia ha sviluppato anche un disturbo dissociativo della realtà che gli fa credere di essere John Lennon. A fare da paciere tra i due, invano, è la sorella Freja: è stata lei a prendersi cura di Manfred quando Anker era in prigione e cerca sempre di portare equilibrio e buonsenso tra i litigi dei fratelli, portando sulle sue spalle la responsabilità di tenere unita la famiglia. Quello che doveva essere una semplice “missione” di recupero di refurtiva si trasforma in un viaggio interiore alla riscoperta di sè, che va ben oltre i beni materiali. 

    The Last Viking: affrontare il passato

    The Last Viking si interroga su cosa sia il concetto di identità. Siamo noi a scegliere chi siamo o siamo il frutto delle circostanze che ci plasmano? Il regista danese affronta con intelligenza e ironia tagliente la questione, facendo sì che la ricerca del bottino sia un mezzo per scavare nella psiche dei protagonisti lì dove tutto è iniziato: nell’antica magione di famiglia. Le risposte si celano infatti tra i fantasmi del passato: un’infanzia segnata da infelicità, bullismo e un padre violento.

    Photo Credit Rolf Konow

    The Last Viking fa riflettere sulle modalità con cui i due fratelli affrontano il trauma: Manfred ha deciso di frammentare la sua psiche immedesimandosi nei vichinghi della sua fantasia, guerrieri imponenti e coraggiosi, capaci di affrontare qualsiasi sfida. Anker invece ha “semplicemente” rimosso la sua infanzia, perché troppo pesante da sopportare. Nel corso della sua permanenza nella magione di famiglia le epifanie gli ricordano la scomoda verità che ha scelto di dimenticare  portandolo ad affrontare il passato. 

    The Last Viking è un film coinvolgente, affascinate e ironico, che induce ad una riflessione profonda sul tema dell’idendità, personale e percepita. Il vero tesoro è la possibilità di ricostruire un legame spezzato e ridefinire sè stessi. L’apertura e la chiusura del film sono narrate attraverso una descrizione ideale di una società vichinga, in cui i problemi del singolo diventano i problemi di tutti: un’ulteriore spunto di riflessione sulla crudeltà della società moderna.

  • ‘L’ultima missione: Project Hail Mary’ l’odissea spaziale di Ryan Gosling

    ‘L’ultima missione: Project Hail Mary’ l’odissea spaziale di Ryan Gosling

    Siete pronti per un viaggio nello spazio? Il dottor Grace, protagonista de L’ultima missione: Project Hail Mary, sicuramente no. Prodotto da Amazon MGM Studios e distribuito da Sony Pictures, il film è disponibile al cinema. 

    Ryland Grace, interpretato da un bravissimo Ryan Gosling, si sveglia in un’astronave, smarrito e senza avere memoria del motivo della sua presenza  in quel luogo. I suoi due compagni di viaggio sono morti per cause sconosciute e una verità ben peggiore incombe su di lui: è solo. Tra momenti di euforia e disperazione, il protagonista inizia a ricordare la sua vita attraverso dei flashback. Un tranquillo insegnante di una scuola media con un dottorato in biologia molecolare si trova improvvisamente catapultato in una disperata missione per cercare di salvare la vita sulla terra. La scoperta della linea Petrova e degli esseri che la abitano, in seguito chiamati astrofagi, porta ad una sconvolgente rivelazione: il sole è in pericolo e con esso la speranza di sopravvivenza sulla Terra. 

    Project Hail Mary: il valore dell’amicizia

    Strappato alla sua monotona routine quotidiana, il dottor Grace si sente fuori posto: non crede in sé stesso e soprattutto non pensa di essere un uomo coraggioso, adatto ad una missione di questo genere. Tuttavia il destino, o l’universo in questo caso, ha altri piani per lui; quando tutto sembra essere perduto, il protagonista trova un aiuto insperato in Rocky, un alieno eridiano con cui riesce a stringere un’amicizia. Il protagonista scoprirà così che gli astrofagi non minacciano solo la vita sulla Terra ma anche quella di altri pianeti. 

    Ryan Gosling stars as Ryland Grace in PROJECT HAIL MARY, from Amazon MGM Studios.

    Photo credit: Jonathan Olley

    I registi Phil Lord e Christopher Miller ricreano perfettamente le atmosfere spaziali e il disperato viaggio verso l’unico pianeta non minacciato dagli astrofagi. Paura, ansia, speranza e risate si alternano costantemente per tutta la durata del film: Ryan Gosling riesce a reggere con la sua interpretazione il “peso” del film e a rendere unico il suo personaggio. Grace è una figura con cui si riesce ad empatizzare e a cui si vorrebbe dare una mano per riuscire a svolgere un compito all’apparenza impossibile. Per chi saresti disposto a morire è l’unica domanda a cui il protagonista non riesce a trovare una risposta. Senza parenti e amici, trova la sua dimensione quando pensa che tutto sia perduto.Servirà la compagnia di un tenero alieno a ricordargli i valori che gli esseri umani dovrebbero incarnare.

    L’ultima missione: Project Hail Mary è un film che fa riflettere, emoziona e diverte al tempo stesso. È uno specchio della società moderna, immersa nella solitudine, e ci ricorda di quanto siano fondamentali la comunicazione e l’ amicizia. Qualsiasi problema, per quanto sembri insormontabile, si può risolvere insieme.