Autore: Andrea Dall’Armi

  • Nuova identità e sito web per il Museo Nazionale del Cinema: Torino rinnova la sua casa della Settima Arte

    Nuova identità e sito web per il Museo Nazionale del Cinema: Torino rinnova la sua casa della Settima Arte

    Dalla Mole Antonelliana ai festival internazionali: la Fondazione presenta il rebranding curato da Reflektor e la nuova piattaforma digitale ideata da Domino. Al centro la filosofia “We live cinema”.

    Un’istituzione in evoluzione

    Il Museo Nazionale del Cinema di Torino apre un nuovo capitolo della sua storia con un progetto che ne rinnova l’immagine visiva e la presenza digitale. Non si tratta di una semplice operazione di facciata, ma del riconoscimento di una realtà che va ben oltre il percorso espositivo ospitato all’interno della Mole Antonelliana.

    La Fondazione rappresenta infatti un vero e proprio hub multidisciplinare: oltre al percorso museale principale, l’ente coordina la programmazione del Cinema Massimo, organizza manifestazioni di riferimento come il Torino Film Festival, Lovers Film Festival e CinemAmbiente, guida il TorinoFilmLab, e custodisce patrimoni inestimabili attraverso la Cineteca, la Bibliomediateca e le attività permanenti di restauro, didattica e ricerca.

    We live cinema

    Sviluppato dall’agenzia Reflektor, il rebranding nasce da un lavoro d’analisi svolto a stretto contatto con il team del Museo. L’obiettivo è valorizzare tutte le anime dell’istituzione, superando l’associazione esclusiva con il solo monumento simbolo della città.

    La sintesi del progetto trova spazio nel nuovo Brand Manifesto “Noi viviamo il cinema” (con la signature internazionale “We live cinema”), articolandosi su tre direttrici essenziali.

    Culture: Patrimonio storico, conservazione attiva, ricerca scientifica e percorsi didattici. Community: La rete dinamica che unisce visitatori occasionali, studenti, cinefili, professionisti e la comunità internazionale. Emotion: La dimensione irrinunciabile dell’esperienza cinematografica, della meraviglia della visione e del racconto sul grande schermo.

    L’identità visiva

    Sul piano del graphic design, il restyling sceglie di mantenere intatto lo storico logo, costruendo attorno ad esso un linguaggio visivo flessibile e contemporaneo. L’ispirazione centrale nasce dal fascio di luce del proiettore cinematografico, rielaborato come segno grafico dinamico in grado di declinarsi su tutti i canali fisici e digitali dell’istituzione. La palette cromatica evolve i toni storici, garantendo immediatezza visiva e massima coerenza espressiva.

    Il nuovo sito web: accessibilità e design

    Insieme all’identità visiva, fa il suo esordio la nuova piattaforma web del Museo, progettata e sviluppata dalla digital agency Domino Proudly Interactive. Realizzata adottando la metodologia agile del Design Sprint, la piattaforma offre una navigazione essenziale e centrata sulle esigenze del pubblico.

    La novità più rilevante per il pubblico è il calendario integrato. In un’unica schermata è possibile consultare le mostre alla Mole, le proiezioni e le masterclass al Cinema Massimo, oltre agli appuntamenti dei festival e delle altre sedi della Fondazione. Un’organizzazione dei contenuti essenziale e chiara che accompagna l’utente dalla pianificazione della visita fino agli approfondimenti per studiosi e addetti ai lavori.

  • Bong Joon-ho a Torino: l’intervista tra Parasite, l’IA e la Stella della Mole

    Bong Joon-ho a Torino: l’intervista tra Parasite, l’IA e la Stella della Mole

    In occasione della sua visita a Torino per ricevere il prestigioso riconoscimento della Stella della Mole da parte del Museo Nazionale del Cinema, ho intervistato il maestro del cinema sudcoreano Bong Joon-ho. Autore capace di coniugare come pochi la critica sociale e politica con la spettacolarità del cinema di genere Bong Joon-ho si conferma uno straordinario e ironico osservatore delle fragilità umane e delle contraddizioni contemporanee.

    L’approccio alla scrittura di Bong Joon-ho

    Nei suoi film c’è da sempre un intreccio profondo tra elemento politico ed elemento sociale. Le è mai capitato, durante la stesura di una sceneggiatura, che uno di questi due aspetti prendesse il sopravvento sull’altro? E se succede, come gestisce questo equilibrio?

    Bong Joon-ho: Quando inizio a scrivere non parto mai da una teoria politica o da un concetto sociale astratto, ma dalle persone singole, dai personaggi e dagli individui che mi circondano. Tuttavia, la società e la storia della Corea del Sud sono state plasmate da fortissimi sconvolgimenti sociali e politici, dai quali i singoli individui non possono isolarsi. Il fatto che prevalga l’aspetto politico o quello sociale non è mai il frutto di un calcolo: avviene in maniera del tutto naturale, dettata dal contesto e dalla storia personale del personaggio.

    Il mostro come specchio della paura

    Da The Host a Okja, passando per l’immaginario di Parasite, lei è sempre stato affascinato dalla figura del “mostro” o della minaccia immensa. Cosa rappresenta per lei questo elemento?

    Bong Joon-ho: Il mostro o la situazione estrema servono a far emergere la paura nell’essere umano. È proprio attraverso il terrore che i personaggi si spogliano da ogni sovrastruttura e diventano sinceramente se stessi, lasciando emergere la vera natura dell’uomo. Rispetto ad altri registi che preferiscono raccontare le emozioni attraverso l’amore o la pace, io trovo più efficace esplorarle attraverso la paura. Oggi i nuovi “mostri” che stiamo affrontando e che potrebbero generare nuove trame sono le derive della tecnologia, come l’IA, o le figure politiche che compiono prevaricazioni nel mondo.

    L’amore per il neorealismo italiano e la passione per i dvd

    Qual è il suo rapporto con il cinema italiano e come nasce la sua passione per la settima arte?

    Bong Joon-ho: Durante la giovinezza ho vissuto in diverse città, trovandomi spesso in contesti a metà strada tra ricchezza e povertà. Pur provenendo da una famiglia benestante, frequentavo amici di differenti contesti sociali, assistendo a situazioni comiche o drammatiche. La Corea ha vissuto una rapidissima evoluzione economica che ha portato aspetti sia positivi che negativi nella società.Quando ero piccolo in Corea non potevamo scegliere cosa guardare in TV; vedevamo i film che trasmettevano, tutti doppiati in coreano. All’età di 8 o 9 anni vidi Ladri di biciclette. All’epoca non sapevo chi fosse Vittorio De Sica né cosa fosse il Neorealismo. Poco tempo prima mi avevano rubato la bicicletta mentre ero in libreria — una cosa che succede anche in Corea! — quindi immedesimarmi nel protagonista fu inevitabile e ricordai di aver pianto a dirotto. Più tardi, frequentando i cineclub universitari, ho approfondito il cinema italiano, giapponese e americano. Sono un collezionista maniacale di vinili e film (infatti sto cercando un buon negozio di DVD qui a Torino!). Il cinema italiano mi ha sempre ispirato profondamente.

    Il fenomeno dei k-drama e la cultura del lavoro in Corea del Sud

    Il cinema e le serie tv della Corea del Sud sono diventati un fenomeno globale. Come si spiega questo successo travolgente e qual è il contesto reale nel vostro Paese?

    Bong Joon-ho: È impressionante vedere l’impatto dei K-drama e del cinema coreano nel mondo. In Corea ci sono pro e contro: la chiave è che si lavora tantissimo. I ritmi di lavoro, i turni extra anche di notte profonda, sorprenderebbero colleghi italiani o spagnoli. La Corea è un Paese cresciuto e digitalizzatosi a una velocità incredibile; i giovani hanno assorbito e rielaborato la cultura occidentale. Già i miei genitori ascoltavano le opere e le canzoni italiane. C’è un legame culturale molto forte e dinamico.

    Ritiene che l’Intelligenza Artificiale possa ampliare le disuguaglianze sociali o stravolgere la creazione cinematografica?

    Bong Joon-ho: Da un lato, l’IA potrebbe aiutare i giovani registi indipendenti che non hanno risorse economiche a realizzare progetti complessi e ad alto budget, come film di fantascienza, sviluppando la propria creatività. Dall’altro, ci sono pericoli enormi. Mancano regole e leggi che tutelino il diritto d’autore: le immagini generate dall’IA attingono a database contenenti il lavoro e la creatività di altri artisti e registi, mescolandoli senza criterio di protezione. Ma il problema fondamentale resta l’impatto sul lavoro umano e sul rimpiazzo delle persone. Ironizzando, a livello intellettuale rischiamo che l’IA ci guardi e pensi: “Guardate questi polli che starnazzano tra loro!”

    L’architettura del cinema tra parasite e Snowpiercer

    Vorrei parlare dell’architettura dei suoi film, in particolare Parasite e Snowpiercer. Nel primo è la verticalità della casa che definisce il ceto sociale, mentre nel secondo è l’orizzontalità del treno che divide le classi. Vorrei sapere come nasce il design di questi spazi e quanto il background dei suoi studi influisce su queste scelte stilistiche.

    Ti ringrazio molto per questa domanda e per aver colto questo aspetto, è una riflessione fondamentale. Oltre agli attori e ai personaggi, l’esplorazione dello spazio e della geografia visiva è ciò che mi entusiasma di più nel fare cinema. Nel caso di Snowpiercer, lo sviluppo è strettamente orizzontale perché è la natura stessa del treno in corsa a imporre una progressione narrativa e una divisione delle classi lungo i vagoni. In Parasite, la verticalità è l’asse portante. In Corea del Sud le case seminterrate (banjiha) nacquero originariamente negli anni ’70 come bunker e rifugi antiaerei durante il periodo di forte tensione con la Corea del Nord. Soltanto in un secondo momento il governo ha permesso che venissero affittate come abitazioni economiche. La pendenza delle strade, le scalinate infinite e i seminterrati rappresentano la stratificazione sociale in modo fisico e spaziale.
    Proprio ieri sono stato al Museo del Cinema di Torino. Parlando con il direttore notavo come, mentre di solito gli schermi sono orizzontali, lì si cercasse di sviluppare la fruizione in verticale, osservando le guglie e le altezze. Lo spazio urbano e la tensione tra orizzontale e verticale stimolano continuamente la mia immaginazione visiva.

    Il ritorno a Torino per la Stella della Mole

    Lei era già stato premiato in passato a Torino quando ha presentato Memories of Murder . Che ricordi ha di quell’esperienza e cosa prova oggi nel ricevere la Stella della Mole?

    Bong Joon-ho: La mia prima volta a Torino fu molti anni fa, a novembre, quando vinsi il Premio del Pubblico al Torino Film Festival. Ricevere un riconoscimento scelto direttamente dagli spettatori fu un’emozione fantastica e unica. Ricordo un freddo gelido, ma anche il calore delle luci natalizie già accese per le strade e la visita alla Fabbrica del Lingotto. Essere qui a settembre, con questo clima perfetto, e poter passeggiare lungo il Po con la mia famiglia rende questo ritorno davvero speciale



  • T. rex vs T. rex: La Grande Mostra al Museo del Cinema di Torino

    T. rex vs T. rex: La Grande Mostra al Museo del Cinema di Torino

    Dal 19 novembre 2026 al 31 gennaio 2028, il Museo Nazionale del Cinema di Torino presenta un grande allestimento spettacolare che mette a confronto paleotologia, storia degli effetti speciali e cultura pop.

    Due giganti preistorici nel cuore della Mole

    Il Museo Nazionale del Cinema di Torino porta nell’Aula del Tempio della Mole Antonelliana la mostra “T. rex vs. T. rex. Da fossili a icone del cinema”. Due scheletri autentici di Tyrannosaurus rex — lunghi circa 10 metri e del peso di una tonnellata ciascuno — saranno allestiti l’uno di fronte all’altro su una piattaforma elevata a tre metri da terra, progettata attorno all’ascensore panoramico.

    I fossili, portati alla luce negli Stati Uniti e certificati dal paleontologo Peter Larson, costituiscono un’esposizione inedita per l’Italia, nata dalla collaborazione tra il Museo Nazionale del Cinema, la galleria d’arte Theatrum Mundi di Luca Cableri e il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino.

    Dalle lanterne magiche a Jurassic Park: il percorso espositivo

    Curata da Gianni Canova e Stefano Boni, con la collaborazione di Giaime Alonge, la mostra si sviluppa lungo la rampa elicoidale della Mole, tracciando oltre un secolo di evoluzione della settima arte e degli effetti speciali.

    L’itinerario esplora come la paleontologia si sia intrecciata con la rappresentazione visiva, partendo dalle prime proiezioni ottocentesche su vetro per lanterna magica fino alle moderne produzioni digitali. Tra i materiali in esposizione figurano:

    • Focus sui grandi autori: dal lavoro pionieristico del regista ceco Karel Zeman alla stop-motion di Ray Harryhausen, passando per le creazioni del maestro dell’effettistica Carlo Rambaldi (premio Oscar), fino al lavoro di Glen McIntosh (Jurassic World) e alle riletture d’autore di Bruno Bozzetto e Zerocalcare.
    • Pezzi originali e cimeli: props di scena, animatronics, modelli, bozzetti e storyboard.
    • Materiali d’epoca: manifesti cinematografici, fotografie storiche, copioni e giocattoli vintage.

    Scienza e cinema

    Il progetto lega la dimensione cinematografica a quella scientifica grazie alla partnership con il Museo Regionale di Scienze Naturali di Torino. Per l’intera durata del 2027, il Museo di Scienze Naturali affiancherà all’evento l’esposizione straordinaria del proprio Giganotosauro, offrendo un percorso complementare sul territorio cittadino.

    «T. rex vs. T. rex non si limita a raccontare i dinosauri: racconta anche il modo in cui li abbiamo immaginati. È una mostra sull’invenzione di un’immagine che, pur fondata sulla scienza, non ha mai smesso di essere una costruzione culturale.» Gianni Canova, co-curatore della mostra.

    Il Key Visual di Claudia Schramke

    L’immagine ufficiale della mostra è firmata dall’artista e graphic designer berlinese Claudia Schramke (già autrice delle grafiche ufficiali del Festival di Berlino).

    Realizzata interamente a mano con timbri intagliati scaglia per scaglia, l’illustrazione propone i due T. rex nelle tonalità del rosso e del blu — a simboleggiare rispettivamente la Meraviglia e il Terrore — con un dettaglio nascosto: la silhouette della Mole Antonelliana riflessa nelle pupille di entrambe le creature

  • Un peu avant minuit: intervista a Chiara Mastroianni e Nicolas Pariser

    Un peu avant minuit: intervista a Chiara Mastroianni e Nicolas Pariser

    Presentato nella sezione ufficiale di Venezia 83, Un peu avant minuit esplora temi che intrecciano intimità, attualità e riflessione sociale. Tra l’analisi delle dinamiche di coppia nell’era del #MeToo, la necessità di ampliare il dibattito alle molestie morali e il racconto della soglia simbolica dei cinquant’anni, Chiara Mastroianni e Nicolas Pariser raccontano alcuni retroscena del film.

    #Metoo e relazioni umane

    Il film riflette anche sugli uomini, e su un uomo che ripensa alla sua precedente vita sentimentale in un certo modo. Ci porta a pensare a come le donne hanno vissuto le nostre storie, e questa è una cosa molto nuova da vedere al cinema. Pensi che rifletta gli uomini reali che incontriamo tutti i giorni?

    Chiara Mastroianni: “Beh, riflette alcuni dei miei amici, per esempio, che forse non hanno avuto la possibilità di rivedere quelle donne, ma che si sono messi in discussione. Sì, molti uomini che conosco si sono chiesti: ‘C’è forse qualcosa, un segnale che ho frainteso?’, e io… non mi spingerei a parlare di veri e propri crimini, sapete, se stupri qualcuno, sai che è uno stupro. Intendo dire, parlo solo di piccole cose. Ma io sono circondata da uomini molto intelligenti, quindi non saprei dire… però questo dovrebbe valere anche per le donne, perché, attenzione, parliamo sempre del #MeToo attraverso la lente sessuale, ma parliamo anche di molestie morali.

    Succedono in continuazione, anche da parte delle donne, sapete? Quindi penso che il #MeToo sia meraviglioso perché finalmente c’è… speriamo che garantisca un futuro migliore per i più giovani, ma credo che dovrebbe essere anche molto più aperto verso altre forme; le molestie morali, ad esempio, ci sono in continuazione, ancora oggi. Anche se parliamo sempre di #MeToo, questo non impedisce le molestie morali che arrivano dagli uomini, dalle donne… ci sono ancora molte cose da elaborare. Ma sì, conosco uomini che si mettono in discussione, e conosco anche uomini che non lo fanno.”

    La scelta dei personaggi

    Chiara, ho visto il tuo Marcello Mio, ed è un’interpretazione davvero incredibile. Anche in questo film di Pariser hai un ruolo e battute molto importanti. Qual è la differenza principale tra questi due ruoli?

    Chiara Mastroianni: “Penso che la differenza sia che… quello in cui impersono mio padre è un personaggio completamente assorbito in un’illusione. Nel film di Nicolas interpreto un personaggio che è molto radicato nella realtà e che ha appena perso il padre. E rimarrà molto commossa dal suo incontro con questo fratello che non ha mai conosciuto, il fratello nascosto, il figlio segreto. Perché nota subito alcune cose che le ricordano il proprio padre, come quando gli fa notare il modo in cui tiene il bicchiere, e ne è toccata. Quindi penso che siano due personaggi molto diversi. L’altro è davvero un personaggio che fa un giro sulle montagne russe, mentre questo è per certi versi molto più maturo.

    Quello che amo del mio personaggio nel film di Nicolas è che sarebbe stato facilissimo per lui scrivere una storia basata sul conflitto… quando c’è di mezzo un testamento le persone litigano, litigheranno anche quando non ci sono soldi. E ho trovato che fosse molto bello e che dimostrasse una grande fiducia negli esseri umani da parte sua lo scrivere un personaggio senza rancore, che accoglie a braccia aperte questo figlio segreto. Non lo vive come un tradimento, lei è al di sopra, capite, a livello spirituale e nell’anima è al di sopra di tutte queste stronzate materialistiche. Ha perso un padre, ma ha trovato un fratello, e credo che sia questo ciò che conta per lei. E ho trovato che fosse bellissimo, perché sarebbe stato estremamente facile e banale cadere nel cliché ‘sì, litigano, il conflitto, questo e quello’…”

    La carriera di Chiara Mastroianni

    Quanto è importante in questo momento della tua vita scegliere belle storie e ruoli come questo? Quali sono le migliori lezioni che hai ricevuto dopo molti anni in cui hai fatto scelte non convenzionali, mettendoti anche a rischio?

    Chiara Mastroianni: “Sì, è vero che rischio, ed è vero che non ho una carriera da campionessa d’incassi, ma sono riuscita, a essere ancora qui dopo tren’anni. Quindi penso: ok, non ho una grande hit, non ho mai fatto un film a Hollywood… o qualunque sia il simbolo del successo, ma per quanto mi riguarda, ho fatto ciò che volevo fare e sono rimasta fedele a ciò in cui credevo. Non sono cambiata rispetto alle cose che amavo. Sono sempre stata molto legata al fatto che per me le cose che contano di più sono il regista e la sceneggiatura.

    Le difficoltà del cinema d’autore

    Chiara:Non ho mai guardato a un progetto solo dal mio punto di vista… Per me è un lavoro corale, un film è un film, non è un solo attore in un film. E penso di essere anche piuttosto fortunata, perché la fortuna fa parte di questo lavoro, ed è ciò che lo rende estremamente ingiusto.

    Ma sono fortunata a essere ancora in circolazione senza Instagram, senza un grande successo ai botteghini… e a fare film che oggigiorno, devo essere onesta, non verrebbero mai realizzati. Oggi si sente dire ‘oh, Raoul Ruiz’, ma la verità è che oggi Raoul Ruiz non troverebbe mai i soldi per fare un film, perché le cose sono cambiate tantissimo. Quindi mi considero una sopravvissuta all’era del cinema d’autore… Per me l’importante è poter continuare a lavorare. E ricordo che mio padre non diceva mai nulla, ma il suo unico consiglio è stato: ‘sii paziente e rimani fedele a te stessa’. E penso: ok, beh, non avrò avuto grandissimi successi, ma sono ancora qui dopo 30 o 40 anni.”

    i cambiamenti nelle relazioni

    Nicolas, mentre realizzava questo film si è chiesto se sia ancora possibile scrivere una storia d’amore innocente. Ma nel rispondere a questa domanda, invece di guardare al presente, ha fatto in modo che il protagonista guardasse al suo passato e ai fantasmi della sua storia. Perché?

    Nicolas Pariser: “Quello che volevo dire è che nei miei primi tre film, e persino nei miei cortometraggi… si tratta di film che secondo me sono molto cerebrali, affrontano temi diversi e dove c’è, a mio avviso, forse non abbastanza cuore. Erano film un po’ trattenuti. E man mano che acquisivo più sicurezza nei miei mezzi, ho avuto voglia di fare un film basato sui sentimenti, un film che fosse commovente, che parlasse del cuore. E quindi, ovviamente, dal momento in cui volevo fare un film che parlasse del cuore, ho voluto scrivere una storia d’amore.

    Oggi, sarebbe davvero credibile fare un film con due cinquantenni che hanno già vissuto una loro vita, che si incontrano e si dicono ‘poiché ci siamo innamorati, la nostra vita cambierà, saremo finalmente noi stessi’? Mi sono detto che sarebbe stato difficile da mandare giù, che non sarebbe stato molto realistico. Quindi, ho cercato di capire quali potessero essere i conflitti tra queste persone…”

    La paura dei cinquant’anni

    A proposito di questo, come mai ha scelto che il protagonista avesse esattamente 49 anni?

    Nicolas Pariser: “Quando ho scritto la sceneggiatura avevo 49 anni. Ah, e lì mi sono detto, non è male perché, quando girerò il film, ne avrò probabilmente 50 o 51, così resterò giovane ancora per un po’. [Ride] Ho rischiato di non fare cinema. Nella mia vita, il fatto di aver girato dei film… sono stato fortunato… e spesso mi chiedo come sarebbe stata la mia vita se non avessi fatto film. Così ho avuto voglia di essere gentile con quella versione di me che non avrebbe fatto film e che probabilmente non avrebbe fatto nient’altro, perché ero molto pigro. Provo un po’ di compassione per la persona che sarei stato.”

    La ricerca dell’identità

    Una delle scene più divertenti del film è quella in cui ha scelto di assegnare a se stesso il ruolo dell’uomo diventato religioso. È una metafora sugli uomini che cambiano?

    Nicolas Pariser: “In realtà, volevo fare un film che avesse una componente autobiografica, ma volevo che ci fosse uno scarto. E credo che volessi dare dignità alla persona che sarei stato se non avessi fatto film. Poi mi sono detto che sarebbe stato divertente se questo personaggio avesse incontrato un’altra potenzialità, un altro me stesso, ovvero chi sarei se fossi diventato un ebreo ortodosso. Un’opzione molto meno rilevante rispetto al non fare cinema, ma che è stata una possibilità come un’altra, perché ho avuto amici religiosi e amici che lo sono diventati. Quindi è qualcosa che in un certo momento della mia vita mi ha… non ci ho pensato seriamente, ma è stata comunque una strada che ho intravisto. E mi sono detto: beh, vediamo… interpreterò questo me che avrei eventualmente potuto essere.

    È per questo che l’ho interpretato io stesso, perché in fondo era piuttosto facile da recitare. E mi piaceva l’idea che queste due persone si incontrassero, che queste mie due versioni, provenienti da altre dimensioni, si incrociassero. D’altra parte, mi interessava anche indagare quali fossero le radici ebraiche del mio amore per il cinema, ovvero la diffidenza verso l’idolatria. In pratica, nei confronti dell’iconografia cristiana… l’ebraismo ha per forza di cose una certa reticenza nei confronti dell’immagine, e come si può fare cinema, un cinema profondo, partendo da questo presupposto?”

  • Intervista a Michelle Zhou: Il coraggio di Little Big Things a Venezia 83

    Intervista a Michelle Zhou: Il coraggio di Little Big Things a Venezia 83

    Presentato nella sezione Orizzonti all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Little Big Things è un’opera intima autobiografica. In questa intervista esclusiva, la regista Michelle Zhou svela i retroscena del film, dalle pressioni del Capodanno Lunare nella gelida Harbin fino all’accettazione del proprio coming out.

    L’ispirazione autobiografica

    Complimenti per il film, mi è piaciuto davvero molto. Il titolo mi ha incuriosito fin da subito: quali sono stati gli spunti e le motivazioni che ti hanno spinta a realizzare quest’opera?

    Grazie! L’ispirazione nasce direttamente da eventi reali della mia vita. Sono cresciuta nel nord-est della Cina, ad Harbin, vicino ai confini con la Russia e la Corea del Nord, in una terra dove l’inverno è lunghissimo e rigido. Nella nostra cultura l’amore e le aspettative familiari sono due elementi praticamente inseparabili: quando nascono dei problemi, la tendenza naturale è rimanere in silenzio per preservare l’armonia della casa.

    Quando si è presentata la mia personale situazione di coming out con la mia compagna — che è anche la mia socia in affari — eravamo terrorizzate all’idea di affrontare i miei genitori. Da un lato c’era la voglia di condividere la propria felicità, dall’altro il terrore di perdere l’affetto della famiglia. Alla fine abbiamo iniziato con una bugia e sono tornata a casa con lei. Ma quando la verità è emersa, l’intera famiglia è crollata: è stata una notte di isteria collettiva in cui io non ero solo una spettatrice, ma parte attiva del dramma. Da quel caos mi è sorta una domanda spontanea: perché mentiamo proprio alle persone che amiamo pur di restare loro vicini? Da lì è nata la spinta per scrivere il film: volevo catturare quel momento preciso in cui, pur non essendo d’accordo su nulla, si cerca comunque un modo per andare avanti.

    Lo scontro generazionale nella Cina di oggi

    Nel film si percepisce fortemente quanto i genitori pretendano che i figli vivano la vita che loro hanno programmato. Quanto c’è di reale in questa rappresentazione?

    È esattamente così, rispecchia la realtà al cento per cento. I nostri genitori appartengono alla generazione degli anni ’60: hanno lavorato duro, messo da parte soldi e ci hanno mandato a studiare all’estero, negli Stati Uniti o in Europa. Tuttavia, quando siamo tornati a casa, si aspettavano che fossimo gli stessi figli su cui avevano “investito”, mentre noi eravamo inevitabilmente cambiati. C’è una radice culturale profonda legata al Confucianesimo che spinge i genitori asiatici a voler decidere il percorso dei figli. Oggi però ci troviamo di fronte allo scontro tra due ideologie opposte: l’esperienza di chi ha vissuto in Occidente e la mentalità tradizionale di chi è rimasto. È uno shock culturale enorme, ed è per questo che il vecchio modello familiare oggi non funziona più.

    Una figura paterna inedita e l’uso del cantonese

    Uno degli elementi più interessanti è la figura del padre. Spesso nel cinema si vede la madre più accomodante e il padre assente o rigido, mentre qui i ruoli sembrano quasi invertiti. Come hai costruito questo personaggio e l’intesa con la protagonista?

    Non volevo il classico padre assente da copione. Volevo un padre presente, che non avesse altra scelta se non quella di restare e affrontare la situazione. Nel film tra lui e la figlia c’è una complicità speciale: entrambi sono cresciuti a Guangzhou, per cui parlano tra loro in cantonese, mentre con la madre si parla in mandarino. Questo crea uno strato di intimità linguistica molto particolare. La figlia gli confida dei segreti anche senza bisogno di troppe parole. Quando la madre va fuori di testa e rifiuta completamente la realtà, è proprio il padre a dover fare da ponte e da mediatore tra la figlia e il resto della famiglia.

    un approccio da documentario per raccontare Harbin

    Anche gli ambienti giocano un ruolo fondamentale: a volte le case sembrano un rifugio sicuro, altre volte una vera e propria prigione. Come avete lavorato con il direttore della fotografia per dare forma a questo contrasto?

    Regista: Il mio direttore della fotografia viene dal sud della Cina e non era mai stato al nord, mentre io mancavo da Harbin da tantissimo tempo. In un certo senso eravamo entrambi due “stranieri” alle prese con la scoperta della città. Non volevo mostrare Harbin come la solita metropoli desolata e grigia dei vecchi film di genere; volevo restituire l’immagine di una città moderna, viva, colorata, ma con un’anima vintage. Abbiamo scelto di girare quasi tutto il film con la macchina a mano, tranne un paio di scene, per adottare un approccio quasi documentaristico. È stato un lavoro immenso, abbiamo accumulato circa 70 ore di girato.

    Il film lavora molto anche sui momenti di silenzio, che a volte pesano più delle parole…

    Ti ringrazio per aver notato questo aspetto. Se ci fai caso, all’inizio ad Harbin tutti sono estremamente socievoli e chiacchieroni nel quartiere. Poi, a mano a mano che la tensione sale, cala il silenzio. Nella nostra cultura, quando il conflitto diventa viscerale, la reazione immediata è smettere di parlare. Il silenzio può diventare una forma di violenza o un muro protettivo. Il film è anche un’esplorazione di questa dinamica: mostrare perché continuiamo a comportarci così invece di esprimere ciò che proviamo.

    Le pressioni del capodanno cinese

    Nel complesso, il tema della famiglia emerge sia come protezione che come ostacolo. Come si posizionano i vari personaggi rispetto a questo “rifugio”?

    La famiglia è il collante che tiene insieme la protagonista, ma gli altri personaggi attorno a lei vivono realtà diverse. La sua compagna, ad esempio, non ha una casa a cui tornare ed è per questo che è sempre emotivamente sulla difensiva e fatica a comunicare. Il ragazzo, d’altra parte, vive isolato mentre la madre si è ritirata in un tempio a meditare. La protagonista vive quasi “immersa nel miele” di una struttura familiare protettiva senza rendersene conto, finché non rischia di perderla e finché non si confronta con le solitudini altrui. Spesso non ci rendiamo conto di quello che abbiamo finché non lo stiamo per perdere.

    Il finale lascia un senso di speranza. Pensi che la protagonista e la sua famiglia possano mai fare davvero pace?

    Quella finale è una tregua temporanea. In un lasso di tempo così breve è impossibile superare del tutto un trauma del genere: guarire una ferita familiare richiede tempo e la riconciliazione non avviene dall’oggi al domani. Il padre fa un piccolo passo avanti verso la comprensione, la figlia fa un passo per affermare la propria identità. Ma la cosa più importante è la presenza della compagna che la aspetta alla fine: che si tratti di un ragazzo, di una ragazza o di una persona transgender, la vera speranza sta nel sapere che là fuori c’è qualcuno ad aspettarti e ad accoglierti.

    Un’ultima domanda: perché scegliere proprio il Capodanno Lunare come momento cruciale per la cena in famiglia?

    Perché il Capodanno Lunare è il momento culminante della tradizione cinese, ma è anche il momento in cui saltano tutti i confini personali! Durante questa festività, parenti e familiari si sentono legittimati a farti le domande più intime e invadenti: “Quando ti sposi?”, “Quando fai un figlio?”, “Quanto guadagni?”. In qualsiasi altro giorno dell’anno eviteresti persino di rispondere al telefono, ma durante il Capodanno tutti si sentono in diritto di farlo.

  • Mostra Gillo Pontecorvo a Torino: Il Museo del Cinema omaggia il regista

    Mostra Gillo Pontecorvo a Torino: Il Museo del Cinema omaggia il regista

    A vent’anni dalla sua scomparsa e a ben sessant’anni dalla storica vittoria del Leone d’Oro per La battaglia di Algeri, Torino si prepara a omaggiare uno dei maestri indiscussi del cinema civile italiano e internazionale. Da domani, 16 settembre, il Museo Nazionale del Cinema apre le porte a GILLO PONTECORVO. UNA BATTAGLIA DOPO L’ALTRA, una mostra che promette di essere un vero e proprio tuffo nel laboratorio intellettuale e creativo del regista.

    L’Archivio Gillo Pontecorvo in mostra al Museo Nazionale del Cinema

    Allestita al piano di accoglienza della Mole Antonelliana (dove resterà fino al 5 aprile 2027), l’esposizione curata da Mauro Genovese e Caterina Massignani nasce da un tesoro dal valore inestimabile: l’Archivio Gillo Pontecorvo. Donato dalla famiglia al Museo, il fondo è stato in gran parte digitalizzato per l’occasione e ci permetterà di spiare letteralmente dietro le quinte del suo cinema attraverso sceneggiature originali, fotografie, appunti di lavoro e corrispondenze private.

    Gillo Pontecorvo in un'immagine d'archivio

    Una Battaglia dopo l’altra

    Il percorso espositivo si snoda attraverso i grandi temi che hanno ossessionato (nel senso più nobile del termine) la carriera e la vita di Pontecorvo: l’esperienza partigiana, la tragedia della Shoah (Kapò), la lotta al colonialismo e l’autodeterminazione dei popoli.

    Per gli appassionati della settima arte, la mostra è l’occasione per ripercorrere le collaborazioni che hanno fatto la storia: dal leggendario sodalizio musicale con Ennio Morricone a quello alla scrittura con Franco Solinas. Spazio anche ai volti che hanno dato vita alle sue visioni, come Yacef Saadi (l’ex comandante algerino che produsse e recitò ne La battaglia di Algeri) e, ovviamente, Marlon Brando, protagonista della sua interpretazione forse più ambigua e affascinante nel ruolo di Sir William Walker in Queimada. L’impatto di Pontecorvo è tale da riecheggiare fino al cinema contemporaneo, arrivando a ispirare cineasti come P.T. Anderson (che lo ricorda apertamente nel suo Una battaglia dopo l’altra).

    Il Leone d’Oro originale e un’esposizione accessibile

    C’è un dettaglio che da solo vale la visita: per la primissima volta in assoluto, grazie al prestito della famiglia, sarà esposto al pubblico il Leone d’Oro originale del 1966. Trovarlo lì, a due passi, testimonia il peso specifico di un’opera che ha letteralmente cambiato le regole del gioco cinematografico.

    Da sottolineare anche l’ottimo lavoro sull’accessibilità: la mostra segue i criteri del Design for All, con introduzioni in LIS, mappe visivo-tattili e QR code in ogni sezione per attivare audiodescrizioni. I visitatori troveranno anche un’agile guida cartacea gratuita (realizzata con Fedrigoni e Stampatello) da poter portare a casa. Accompagna la mostra un ricco dossier didattico dedicato alla figura e all’opera di Pontecorvo, pensato come strumento di approfondimento per il pubblico, gli insegnanti e gli studenti delle scuole secondarie di secondo grado. La pubblicazione raccoglie contributi istituzionali, testimonianze, materiali biografici e documenti del fondo archivistico.

    Il Leone d'Oro originale vinto da Gillo Pontecorvo esposto alla Mole Antonelliana

    Un’ampia sezione propone attività e percorsi di ricerca costruiti intorno alle parole chiave della mostra (Resistenza, Colonialismo, Autodeterminazione, Emancipazione), mettendo al centro del progetto il valore delle fonti e il loro corretto utilizzo come strumenti di conoscenza, analisi e interpretazione della Storia. In quest’ottica, il Museo propone anche visite guidate, proiezioni e cine-lezioni dedicate sia al pubblico generale che alle scuole.

    La retrospettiva al Cinema Massimo: i capolavori in programmazione

    Proprio da oggi, 15 settembre, e fino al 23 del mese, il Cinema Massimo affianca la mostra con una retrospettiva imperdibile. Saranno proiettati i suoi capolavori da regista, ma ci sarà spazio anche per alcuni documentari e per Il sole sorge ancora di Aldo Vergano, dove un giovanissimo Pontecorvo compare in veste di attore.

    Pontecorvo credeva fermamente nei giovani (lo dimostrò anche durante la sua rivoluzionaria direzione della Mostra di Venezia, riportando frotte di ragazzi al Lido). Questa mostra sembra pensata esattamente con quello spirito: usare il cinema del passato per decodificare il presente.

  • Venezia 83: Sabu racconta Arrested Memory

    Venezia 83: Sabu racconta Arrested Memory

    Durante la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia ho intervistato il maestro giapponese Sabu. Tutti i retroscena di Arrested Memory: dalla genesi di una sceneggiatura lunga vent’anni al significato del judo e del colore, fino al profondo lavoro attoriale svolto con la star taiwanese Ethan Juan. Presentato a Venezia 83.

    La nascita di Arrested Memory

    La sceneggiatura di questo film è nata vent’anni fa. Com’è nata l’idea iniziale e qual è il suo approccio alla recitazione e all’improvvisazione sul set?

    Vent’anni fa c’era la tendenza a raccontare storie di poliziotti violenti o corrotti, una figura a cui il pubblico era ormai abituato. Il mio stile cerca sempre di rompere la routine e i concetti predeterminati, quindi ho voluto inserire un elemento di rottura: cosa succederebbe se un poliziotto perdesse la memoria e diventasse una persona del tutto “pura”? Da questa premessa è partita la storia.

    Per quanto riguarda il lavoro con gli attori, chiedo sempre di attenersi rigorosamente al copione. Non amo l’improvvisazione perché ritengo che l’umorismo funzioni solo se nasce da un presupposto di forte tensione e serietà. Più la situazione è vissuta in modo drammatico e teso dai personaggi, più l’effetto comico risulta incisivo ed efficace per lo spettatore.

    Il colore ha una forte valenza narrativa nel film. In particolare, la transizione e il contrasto tra il rosso e il bianco sembrano accompagnare la trasformazione interiore del protagonista. Come ha sviluppato questo linguaggio visivo?

    Nel 2017 ho girato in Taiwan il film Mr. Long e sono rimasto affascinato dalle tonalità dei templi e delle lanterne: il rosso mi è sembrato subito il colore simbolo di quel luogo. Quando ho deciso di ambientare qui questa storia, volevo che il rosso fosse la tonalità dominante.

    Trattandosi di una sceneggiatura scritta vent’anni fa, volevo inoltre creare un’atmosfera temporale sospesa, mixando la moda anni ’70 con elementi contemporanei. Taiwan si presta benissimo a questa fusione: camminando per strada si passa da scorci nostalgici degli anni ’70 e ’80 a quartieri modernissimi. Per quanto riguarda il bianco, è un colore che rappresenta la purezza, ma anche il benessere e il prestigio sociale. Il vestito bianco che indossa il protagonista appartiene in realtà a un ricco uomo d’affari giapponese. Il contrasto tra la purezza del bianco e l’energia del rosso diventa così il motore visivo del racconto.

    Oltre L’action movie: Il judo e la memoria corporea in Arrested Memory

    Rispetto alle attese per un classico film d’azione, la pellicola si rivela un’opera molto intima incentrata sull’elaborazione del lutto e sulla ricerca di sé. Come ha impostato questo equilibrio?

    L’idea di partenza era quella di un poliziesco d’azione, ma la narrazione si è poi spostata sull’introspezione. Per le scene di combattimento abbiamo scelto il judo, un’arte marziale difensiva che non prende quasi mai l’iniziativa, ma sfrutta la forza dell’avversario per neutralizzarlo. Questo concetto si adatta alla figura del poliziotto, il cui ruolo primario è difendere e proteggere gli altri.

    Inoltre, il judo si basa sulla memoria muscolare: anche quando la mente perde i ricordi, il corpo continua a ricordare i gesti assimilati nel tempo. Il linguaggio del corpo diventa lo strumento fondamentale che aiuta il protagonista a riscoprire la propria identità. L’azione è stata quindi subordinata alla storia e all’interpretazione drammatica.

    Ritiene che la perdita della memoria possa offrire una forma di libertà, specialmente per chi svolge un lavoro pericoloso e violento?

    Sì, credo che perdere la memoria possa regalare una vera libertà. Da adulti siamo costantemente oppressi dalle responsabilità quotidiane, dalle aspettative della società, dal lavoro e dai legami personali. Tutti questi elementi esterni finiscono per erigere barriere che ci allontanano da ciò che siamo davvero. Una volta azzerati questi condizionamenti, ci si ritrova liberi di tornare alla propria natura più autentica.

    Le sfide sul set e la scelta di Ethan Juan

    C’è stata una scena particolarmente complessa da realizzare sul piano tecnico o logistico?

    La sfida più grande si è presentata durante le riprese nella villa del ricco uomo d’affari giapponese, quando siamo stati sorpresi da un tifone. Il meteo è peggiorato rapidamente rendendo la situazione pericolosa e mettendo a rischio i nostri tempi di lavorazione già molto ristretti. Abbiamo dovuto riadattare il piano di riprese al maltempo per riuscire a portare a casa la scena.

    Ethan Juan offre un’interpretazione straordinaria. Cosa la ha convinta che fosse l’attore giusto per questo ruolo?

    Ethan è una grande star in Taiwan e possiede un talento straordinario nei ruoli drammatici e intensi. Poiché la comicità di questa storia funziona solo se recitata con estrema serietà, cercavo un attore capace di sostenere una forte tensione drammatica. Quando ci siamo incontrati dopo la lettura della sceneggiatura, Ethan mi ha detto: “Questo film non è affatto una commedia”. Aveva compreso esattamente la direzione che volevo dare al progetto, dimostrando di essere l’interprete ideale.

  • Venezia 83: il trauma e il Western femminista nell’intervista su Un détour par Diane

    Venezia 83: il trauma e il Western femminista nell’intervista su Un détour par Diane

    Durante l’83 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, i registi Ann Sirot e Raphaëlle Balboni raccontano come trasformare un segreto di famiglia in una storia di rinascita, tra un metodo di scrittura immersivo e la sovversione dei cliché del dramma d’autore. Un detour par Diane ha vinto il premio Miglior Film Premio Orizzonti.

    Il metodo creativo

    Ho amato molto il film. Mi piacerebbe capire come avete diviso il processo creativo, come avete costruito il personaggio di Diane e da dove è nata l’esigenza di raccontare questa storia.

    Il nostro è un processo di scrittura molto particolare. Scegliamo gli interpreti nelle fasi iniziali, prima ancora di aver terminato la sceneggiatura. Individuiamo subito alcune scene chiave e iniziamo a provarle con gli attori: li osserviamo, studiamo il modo in cui interagiscono e reagiscono tra loro, e usiamo queste informazioni per scrivere il resto del film. Per Un détour par Diane abbiamo iniziato le prime prove nel 2020 prima di girare. È un andirivieni continuo tra scrittura, prove, riprese di test e montaggio: in questo modo creiamo una bozza visiva del film prima ancora di battete il primo ciak ufficiale. Ci permette di riadattare la storia alla realtà delle persone e dei luoghi con cui lavoriamo, rendendo tutto biologico e organico.

    Il racconto del trauma

    Il trauma subito dalla madre di Diane avviene tre anni prima della sua nascita. Quanto era importante per voi raccontare come un segreto del genere si rifletta sul rapporto madre-figlia e sul comportamento di chi non era ancora nato?

    È il cuore del film: mostrare come qualcosa di invisibile e segreto possa essere estremamente presente. Un trauma taciuto modella il modo di comportarsi delle persone, condiziona le relazioni e plasma persino la personalità di chi all’epoca non era ancora al mondo. È come versare del colorante blu in una sorgente sotterranea: l’acqua che uscirà in superficie sarà inevitabilmente tinta. Volevamo mostrare che ciò che viene nascosto sotto il tappeto spesso esercita un potere ancora più forte sulla vita rispetto a ciò che viene detto ad alta voce.

    Nel film non c’è giudizio: la madre vuole mantenere il segreto, la figlia vuole urlarlo al mondo. Secondo voi, abbiamo il diritto di rivelare il segreto di qualcun altro?

    È il grande dilemma morale di questa storia. Ci si trova divisi tra due responsabilità: proteggere la persona che è stata ferita e, allo stesso tempo, evitare che chi ha commesso la violenza continui a proteggersi dietro quel silenzio. Il segreto è una catena condivisa tra la vittima e lo stupratore. Rispettare il silenzio della vittima finisce purtroppo per tutelare anche il colpevole. È questo il conflitto che dilania Diane dall’interno.

    Un retour par Diane intervista: il dilemma morale

    Questo conflitto si riflette anche sul corpo di Diane e sulla sua sessualità: desidera gli uomini, ma contemporaneamente li respinge.

    È una relazione profondamente conflittuale. Diane è eterosessuale, cerca l’amore e l’intimità fisica con gli uomini, ma al tempo stesso percepisce un senso di oppressione e di repulsione inconscia legato a quello che è successo a sua madre. Il film racconta anche questa spaccatura emotiva che riguarda l’intimo di moltissime donne.

    Perché avete scelto il genere Western per inscenare questa storia?

    Solitamente racconti di questo tipo prendono la forma del dramma da camera, con un’atmosfera ovattata, intima, fatta di sussurri e silenzi attorno al tema dello stupro. Volevamo rompere questa convenzione. Il Western è storicamente un genere maschile e virile: trasformarlo in un “Western femminista” significa trattare la guarigione e la resa dei conti come una grande avventura, una lotta in campo aperto. Nei Western c’è sempre un passato irrisolto da affrontare per fare giustizia; noi abbiamo preso quella struttura e l’abbiamo applicata alla risposta contro la violenza.

    La frase finale del film parla di una “dolce vendetta”, legata alla gentilezza. Pensate che il perdono sia possibile?

    No, non credo che il perdono sia possibile in questi casi. Ma crediamo fermamente che ci sia un modo per andare avanti. La “dolce vendetta” di Diane non è il perdono, ma la capacità di costruire qualcosa di buono ed umano anche all’interno di un contesto atroce. È un invito a ripartire. Il film si chiude con un treno che parte verso un nuovo inizio, verso un mondo migliore dove anche gli uomini sono invitati a salire a bordo.

  • Da Faletti all’horror con il regista di SAW: la line-up 2026-2027 di Orange Media Group a Venezia 83

    Da Faletti all’horror con il regista di SAW: la line-up 2026-2027 di Orange Media Group a Venezia 83

    All’Hotel Excelsior del Lido, durante l’83 Mostra del Cinema di Venezia, Orange Media Group ha tolto il velo sui progetti in cantiere per il biennio 2026-2027.

    La creative content company guidata dal CEO Andrea Maffini ha messo sul tavolo una line-up che gioca su più tavoli: non solo l’uscita in sala di nuovi lungometraggi, ma un’incursione massiccia nel mondo dei podcast d’autore e del documentario d’impresa, tenendo fede al claim aziendale “Your next story“.

    Cinema e set aperti: da Under The Rain al candidato Goya L’Hangar Rosso

    Il cuore pulsante della divisione Entertainment (diretta da Marco Luca Cattaneo) rimane la sala cinematografica. Tra i titoli di punta pronti a debuttare spicca Under The Rain, il nuovo film di Fabrizio Maria Cortese (co-prodotto con Rai Cinema e distribuito da Adler). Il film promette un racconto romantico e malinconico sullo sfondo di una Roma notturna, trainato da un cast internazionale guidato da Connie Nielsen, affiancata, tra gli altri, da Francesco Pannofino e Giuseppe Battiston.

    La macchina produttiva di Orange Pictures è attualmente in pieno fermento con diversi set tra chiusure e nuovi ciak:

    • Seghe!: riprese appena concluse per il film di Riccardo Copreni, con un cast di volti emergenti e amatissimi tra cui Matteo Oscar Giuggioli e Caterina Ferioli.
    • Questione di fede: al via a ottobre le riprese del film di Pierluigi Di Lallo con Rocío Muñoz Morales e Gianmarco Tognazzi.
    • Madame Ivette: sempre a firma di Fabrizio Maria Cortese, una co-produzione internazionale che aprirà il set a novembre (con un cast ancora top secret).

    Continua intanto la corsa internazionale de L’Hangar Rosso (Hangar Rojo) di Juan Pablo Sallato. Uscito in Italia con I Wonder Pictures, il film ha appena incassato la designazione ufficiale da parte del Cile per la corsa ai Premi Goya 2027come Miglior Film Iberoamericano. Ottime prospettive anche per Francesca e Giovanni (di Ricky Tognazzi e Simona Izzo), che dopo l’Europa si prepara a sbarcare a New York nel maggio 2027 per l’anniversario della strage di Capaci.

    Il respiro internazionale: in arrivo l’horror Ematica

    Alzando lo sguardo sul 2027, Orange Media Group piazza un colpo decisamente interessante per gli amanti del cinema di genere. Oltre all’adattamento del romanzo Breve storia amorosa dei vasi comunicanti e all’action thriller The Coast, è stata annunciata la produzione esecutiva di Ematica. Il film horror (prodotto per Play x Play Studios e Aperture Entertainment) vedrà dietro la macchina da presa un maestro della tensione come Darren Lynn Bousman, celebre per aver diretto i capitoli II, III e IV della saga di SAW – L’enigmista.

    Non solo sala: l’audio-serie di Io Uccido e l’evoluzione del documentario

    Se le immagini dominano a Venezia, Orange Media Group dimostra di saper lavorare anche in sottrazione visiva. È già disponibile su Audible l’atteso adattamento di Io uccido, basato sul best seller di Giorgio Faletti. Più che un semplice audiolibro, si tratta di una vera e propria audio fiction in otto episodi guidata dalle voci di Marco D’Amore, Filippo Nigro e Barbara Ronchi, con una produzione sonora vicina agli standard della grande serialità thriller.

    Infine, l’area Branded Entertainment (guidata da Simone Spoladori) traccia una nuova via per il documentario. Dopo il passaggio a Cannes di Sangue Bianco (intenso lavoro di Lorenzo Cioglia sulla vita dopo la leucemia), il gruppo ha annunciato per il 2026/2027 due nuovi documentari d’autore: uno dedicato alla grande industria alimentare italiana e uno incentrato su Maire, gruppo in prima linea per la transizione energetica.

    “La line-up che abbiamo presentato oggi racconta chi siamo: una content company che lavora senza smettere di cercare linguaggi nuovi” ha sintetizzato il CEO Andrea Maffini. “Dal film di finzione al documentario, la nostra convinzione è che una buona storia, raccontata bene, lasci sempre un segno. E la storia più importante, quella a cui stiamo lavorando proprio in queste settimane, non l’abbiamo ancora raccontata”.

    In questi giorni è stata presentato anche il Contest per nuovi autori di Officine-IED.

  • Venezia 83: nasce il Contest per Nuovi Autori di Isybank e OffiCine-IED con Sorrentino e Soldini

    Venezia 83: nasce il Contest per Nuovi Autori di Isybank e OffiCine-IED con Sorrentino e Soldini

    Il 7 settembre, durante l’83 Mostra del Cinema di Venezia è stata presentata una delle iniziative più interessanti dedicate al futuro della nostra cinematografia: la prima edizione del Contest Cinematografico per Nuovi Autori, nato dalla sinergia tra Isybank (la banca digitale del gruppo Intesa Sanpaolo), OffiCine-IED e Mastercard.

    L’obiettivo dell’operazione è chiaro: offrire a sceneggiatori e autori under 35 un punto di accesso reale all’industria audiovisiva, superando la logica del semplice premio in denaro per puntare su un percorso strutturato di formazione, tutoraggio e sviluppo produttivo.

    Come funziona il bando under 35: tempistiche e fasi del progetto

    Le iscrizioni apriranno ufficialmente il 15 settembre tramite la piattaforma contest.offi-cine.com. Il bando è riservato a progetti originali articolati su due categorie distinte:

    • Lungometraggio d’autore
    • Cortometraggio d’autore

    Le cinquine dei finalisti verranno svelate in autunno nell’ambito del 44° Torino Film Festival, mentre i vincitori saranno proclamati in un evento dedicato nel mese di dicembre.

    Da gennaio 2027 prenderà poi il via la fase operativa dei laboratori di alta formazione: per la sezione lungometraggi l’obiettivo sarà arrivare a uno script professionale pronto per il mercato e le case di produzione; per i cortometraggi, invece, OffiCine-IED si occuperà direttamente della produzione dell’opera.

    I giurati e i tutor: da Paolo Sorrentino a Carolina Crescentini

    A guidare i ragazzi ci sarà una squadra di professionisti di primo piano del panorama italiano.

    La giuria chiamata a valutare i progetti è composta da Carolina Crescentini, Matteo Oscar Giuggioli, Edoardo Leo, Doriana Leondeff, Bruno Oliviero e Silvio Soldini.

    I laboratori di sviluppo saranno coordinati da Bruno Oliviero, con due supervisori d’eccezione a tutelare il percorso creativo:

    • Paolo Sorrentino per la sezione dedicata ai lungometraggi;
    • Silvio Soldini per il percorso incentrato sui cortometraggi.

    Formazione e industria: le voci dei protagonisti

    Come ha sottolineato Cristina Marchetti, Direttrice di OffiCine-IED e IED Cinema, il contest nasce per “costruire un ponte concreto tra la formazione e la professione”, offrendo agli studenti e ai giovani creativi gli strumenti per trasformare una buona idea in una macchina produttiva funzionante.

    Un concetto ribadito da Silvio Soldini, che ha richiamato l’attenzione sull’importanza della scrittura:

    “Mettere in parole idee e immagini non è una passeggiata, è come fare il progetto di una casa per un architetto. L’affiancamento da parte di chi ha esperienza è un’opportunità preziosa per dare chiarezza a personaggi, dialoghi e strutture.”

    Entusiasta anche il commento di Carolina Crescentini, che evidenzia il valore del ricambio generazionale per tutto il settore:

    “Sostenere le nuove leve è un dovere morale. Il loro sguardo è ancora privo di sovrastrutture e aperto a nuovi immaginari: la loro creatività è un arricchimento anche per chi fa parte delle generazioni precedenti.”