Autore: Andrea Dall’Armi

  • CineAmbiente 2026 A Torino: Programma, film e anticipazioni del Festival

    CineAmbiente 2026 A Torino: Programma, film e anticipazioni del Festival

    L’immagina guida di CinemAmbiente 2026 a Torino, disegnata dall’illustratore Roberto Catani, è una dichiarazione d’intenti che la 29 edizione del Festival si propone: invitare lo spettatore a guardare il mondo da vicino, nei suoi paesaggi più fragili, osservando le ferite aperte dallo sfruttamento massivo delle risorse attraverso i racconti di cineasti che filmano il cambiamento ambientale. Dal 3 al 7 giugno 2026 Torino diventerà il fulcro della cinematografia Green grazie al programma curato dalla direttrice artistica Lia Furxhi. All’urgenza del presente, tra turismo insostenibile, guerre per l’acqua e tutela della biodiversità si aggiunge il desiderio di usare la macchina da presa per custodire la memoria di ciò che rischiamo di perdere.

    Il programma e la serata d’apertura al cinema massimo

    ll festival si aprirà ufficialmente mercoledì 3 giugno rendendo omaggio a un territorio-simbolo della crisi climatica: la Groenlandia. Sullo schermo del Cinema Massimo a Torino verrà proiettata la versione restaurata di Den store Grønlandsfilm (Il grande film della Groenlandia), un rarissimo film documentario sull’ambiente muto del 1922 diretto da Eduard Schnedler-Sørensen, capace di mostrare la vita degli Inuit prima della modernizzazione forzata. A rendere l’evento un’esperienza unica ci penserà la rock band inuit Inuk, che sonorizzerà le immagini dal vivo in sala.

    Inuk band CinemAmbiente 2026 a Torino

    Tra i titoli più attesi del Concorso Internazionale Documentari spicca invece Time and Water della regista statunitense Sara Dosa (già candidata all’Oscar per il meraviglioso Fire of Love). Il film segue il narratore e poeta islandese Andri Snær Magnason che, ispirato dal suo omonimo successo letterario, intreccia la storia dei ghiacciai della sua terra natale con i ricordi d’infanzia e i racconti popolari. Il cinema qui si fa intimo, dimostrando che il cambiamento climatico non è una sequenza di grafici scientifici, ma una questione di legami affettivi e identità culturale.

    CinemAmbiente 2026: Scienza, attivismo e la sezione Made in Italy

    È proprio questa capacità di far dialogare la testimonianza e il futuro a rendere questo festival del cinema ambientale un presidio culturale necessario. Tra i focus tematici di quest’anno è interessante “Scienza e (in)coscienza”. Questa sezione indaga il dramma psicologico ed etico degli scienziati che, frustrati dall’indifferenza della politica, decidono di uscire dai laboratori per darsi all’attivismo sul campo o alla resistenza civile non violenta.

    In parallelo, la sezione “Made in Italy” mette in fila ben 23 opere capaci di mappare le fragilità del nostro territorio nazionale. Si spazia dai progetti transfrontalieri che analizzano i mutamenti dell’ecosistema alpino fino ad Averno di Filippo Maria Pontiggia, dove il respiro geologico dei Campi Flegrei si fa metafora di una precarietà sociale ed esistenziale.

    Agricoltura rigenerativa e speranza per il domani

    Se l’apertura è un viaggio nella memoria della terra, la chiusura di domenica 7 giugno è un atto di fiducia verso il domani. Il festival si concluderà infatti con l’anteprima italiana di Groundswell di Josh e Rebecca Tickell, proiettato al Festival di Cannes. Narrato dalle voci di star internazionali come Demi Moore e Woody Harrelson, il documentario esplora il movimento globale dell’agricoltura rigenerativa. È la dimostrazione cinematografica che la terra, se curata attraverso pratiche tradizionali e innovative, può smettere di essere la vittima del nostro sistema industriale e diventare la soluzione alla crisi ecologica.

    In un’epoca in cui la disinformazione viaggia veloce, l’appuntamento con CinemAmbiente 2026 a Torino ci ricorda il potere della sala cinematografica e la potenza del cinema come strumento per smuovere le coscienze. Ricordiamo che l’ingresso gratuito a CinemAmbiente (fino a esaurimento posti) è garantito per tutte le proiezioni e gli eventi del festival: un invito aperto a chiunque voglia smettere di girarsi dall’altra parte.

    Per leggere il programma completo, clicca qui. Se invece non vuoi perdere gli eventi organizzati dal Museo Nazionale del Cinema di Torino, leggi l’articolo sulla mostra My Name is Orson Wells.

  • Recensione ‘Ladies First’: il film Netflix sul cambio dei ruoli

    Recensione ‘Ladies First’: il film Netflix sul cambio dei ruoli

    Cosa manca ad un uomo che apparentemente ha tutto? Scoprilo nella recensione di Ladies First della regista inglese Thea Sharrock, disponibile su Netflix a partire dal 22 maggio. Ispirato liberamente al film francese Non sono un uomo facile di Èléonore Pourriat, Ladies First affronta le dinamiche sociali che intercorrono tra uomini e donne, sia nella sfera pubblica che in quella privata. 

    Di cosa parla Ladies First? La trama del film

    Damien ( Sacha Baron Cohen) è un uomo affermato: lavora in una prestigiosa agenzia pubblicitaria, la Atlas, è ricco e tratta le donne come un piacere usa e getta. Tra i suoi colleghi, prevalentemente maschi, vige un forte senso di cameratismo e affiatamento. La sua quotidianità è apparentemente perfetta, almeno fino a quando la Guinness minaccia di recidere il contratto perché nella Atlas non c’è nemmeno una donna dirigente. Alex Fox (Rosamund Pike) è la donna giusta al momento giusto; dopo vent’anni in agenzia pensa di aver finalmente meritato una promozione, solo per poi scoprire che è solo una questione d’immagine e la sua opinione non conta. La resa dei conti quando Damien, a causa di un imprevisto, si ritrova in una dimensione alternativa.

    Il ribaltamento degli stereotipi e dei ruoli di genere

    Ladies First gioca con i ruoli di genere, mostrando un mondo dominato da figure femminili: nelle dimensione speculare in cui viene proiettato il protagonista le donne sono importanti Ceo o componenti di consigli aziendali. Un cambiamento radicale che Damien non può accettare. Gli stereotipi sono completamente ribaltati: gli uomini si occupano della cucina, delle pulizie e di tutti quelle mansioni che di norma sono associate al genere femminile. Anche la madre del protagonista, da sempre dolce, affettuosa e premurosa, diventa una burbera bevitrice di birra che guarda le partite sul divano, acuendo il senso di spaesamento di Damien. 

    È interessante notare come in questa linea storica alternativa il genere femminile incarni i lati che più sono associati alla mascolinità: determinazione e carriera lavorativa sono le parole d’ordine e i maschi sono considerati inadatti a svolgere incarichi rilevanti e sono relegati a ruoli come assistente o maggiordomo. Ulteriore fattore destabilizzante è vedere uomini impegnati in attività come la depilazione, lo shopping di abiti e lingerie e la cura di sé al fine di attirare l’attenzione delle donne di potere per poterle sedurre e cercare l’avanzamento di carriera. 

    Una società matriarcale

    La regista Thea Sharrock riesce nel suo intento di far riflettere lo spettatore proprio perché non inverte solo l’ordinario ma anche i codici estetici. Nel farlo viene proposta una società matriarcale che è una copia carbone di quella patriarcale, con tutti i suoi limiti e difetti: non è un mondo migliore o un alternativa più saggia, sebbene sia funzionale a trasmettere il messaggio del film. 

    Damien deve mettere da parte il suo orgoglio e sottomettersi a questo sistema. Il suo spirito di adattamento e il suo desiderio di fare carriera saranno messi a dura prova da Alex, la sua controparte cinica e affascinante, che incarna i valori di una mascolinità tossica. 

    Ladies First recensione: perché vederlo su Netflix

    Ladies First è una commedia dal sapore agrodolce, che diverte e allo stesso interroga lo spettatore sullo stato della società e su quali direzioni si possano intraprendere per la ricerca delle pari opportunità nel tentativo di portare uguaglianza tra i sessi e nei benefici che ne possono derivare. 

    Se ami le commedie che fanno riflettere leggi anche la recensione di Creature Luminose .

  • Mostra cinema a Torino: ‘A schermo Pieno’ alla Mole Antonelliana

    Mostra cinema a Torino: ‘A schermo Pieno’ alla Mole Antonelliana

    i distributori di benzina raccontano la nostra storia: l’Italia del Novecento alla Mole

    La nuova mostra di cinema allestita presso il piano accoglienza della Mole Antonelliana è un viaggio nel Novecento attraverso il cinema italiano, capace di trasformare spazi apparentemente anonimi in testimoni delle nostre trasformazioni profonde. È il caso delle stazioni di servizio AGIP, veri e propri avamposti di modernità che hanno punteggiato le strade di un’Italia che cambiava passo. A questo suggestivo incrocio tra architettura, costume e memoria collettiva è dedicata una nuova e attesa mostra di cinema a Torino: A SCHERMO PIENO. Eni nel cinema italiano. Curata da Sergio Toffetti, l’esposizione è ospitata dal 21 maggio al 24 agosto 2026 al Museo Nazionale del Cinema, all’interno della splendida cornice della Mole Antonelliana.

    Attraverso foto di scena, bozzetti, sequenze e spot pubblicitari, il percorso espositivo segue un filo cronologico che si snoda attraverso 37 pellicole. Si parte dal bianco e nero drammatico e rurale di Ossessione di Luchino Visconti (1943), passando per le denunce civili de Il caso Mattei di Francesco Rosi (1972), fino ad arrivare alle produzioni del nuovo millennio con lo sguardo di autori come Nanni Moretti, Carlo Verdone ed Edoardo De Angelis. Nel passaggio dalla pellicola in bianco e nero al colore, le aree di sosta si trasformano nei road movies all’italiana in veri e propri teatri sospesi, luoghi di incontri notturni, partenze e trasformazioni personali.


    Dal design d’avanguardia alla memoria collettiva del Paese

    Il cuore pulsante dell’allestimento è la spettacolare ricostruzione della stazione di servizio di Piazzale Accursio a Milano, progettata nel 1953 da Mario Bacciocchi. Quella struttura, con le sue linee aerodinamiche, divenne il simbolo plastico del boom economico. Al suo interno, i visitatori possono perdersi tra filmati d’archivio e disegni tecnici che mostrano come il design industriale – grazie anche al lavoro di Marcello Nizzoli e al celeberrimo marchio del “cane a sei zampe” di Luigi Broggini – abbia ridisegnato il nostro orizzonte visivo.

    Tutti i materiali provengono dall’immenso Archivio Storico di Eni: un patrimonio di ben sei chilometri di documenti e mezzo milione di fotografie che superano la dimensione aziendale per farsi memoria civile e racconto delle comunità. Tra le chicche in mostra spicca anche una storica immagine del 1932 con cui il MoMA di New York presentò per la prima volta una pompa di benzina, riconoscendola come icona di razionalità e progresso.

    Gli appuntamenti al Cinema Massimo e l’accessibilità della mostra

    Un concetto ribadito anche dalle istituzioni locali, che sottolineano come questa iniziativa confermi il ruolo centrale del Piemonte nel panorama culturale cinematografico, capace di usare l’audiovisivo come leva di crescita e valorizzazione del territorio. Per calarsi pienamente in queste atmosfere, l’esperienza si estende infatti sul grande schermo al Cinema Massimo.

    La sera dell’inaugurazione viene proiettato il capolavoro di Dino Risi, Il sorpasso (1962), alla presenza del regista Marco Risi. Il viaggio continua poi dal 15 al 29 giugno con una rassegna dedicata che riproporrà, tra gli altri, classici intramontabili come La dolce vita di Fellini e A ciascuno il suo di Petri. Una menzione speciale va infine all’accessibilità: l’intero percorso è stato progettato secondo i criteri del Design for All, offrendo introduzioni in LIS (Lingua dei Segni Italiana) e testi facilitati.

  • Recensione ‘In the Grey’: il nuovo film action di Guy Ritchie

    Recensione ‘In the Grey’: il nuovo film action di Guy Ritchie

    In the Grey

    2025

    Guy Ritchie

    118 min

    Azione, Guerra

    USA / UK

    Miramax, Ritchie Balthazar

    01 Distribuition

    Jake Gyllenhaal, Henry Cavill, Eiza González

    2025

    Qual è il confine tra giusto e sbagliato? Scoprilo nella recensione di In the Grey, diretto da Guy Ritchie e distribuito da 01 Distribution. Il regista inglese firma un film ad alto tasso di adrenalina, in cui l’azione scorre a fiumi e il recupero crediti diventa una professione affascinante. 

    In the Grey: il team di Rachel

    Rachel Wild (Eiza González) è una donna affascinante e misteriosa il cui lavoro consiste nel recuperare ingenti somme di denaro. Per farlo si avvale della collaborazione di Bronco (Jake Gyllenhaal) e Sid (Henry Cavill), due sicari specializzati rispettivamente in combattimento il primo, in corruzione il secondo. Mentre una parte del team di Rachel si occupa degli aspetti legali e burocratici, Sid e Bronco operano nella zona grigia, cercando di arrivare dove la legge non può. 

    Rachel dà la caccia a Manny Salazar, interpretato da Carlos Bardem, colpevole di aver sottratto un miliardo di dollari a un’agenzia. L’antagonista di turno ha, come ogni cattivo che si rispetti, il controllo di un’isola e delle forze di polizia, oltre a una piccola milizia privata che garantisce la sua sicurezza. Salazar appare come un cattivo riuscito, che con i suoi capricci da miliardario è capace di risultare fastidioso e antipatico allo spettatore. 

    la pianificazione dell’azione

    La maggior parte del film è dedicata ai preparativi che il team di Rachel deve  organizzare per la sicurezza della protagonista, anche soprannominata mamma, durante l’incontro faccia a faccia con Salazar. Potendo contare solo su se stessi in territorio ostile, Sid e Bronco preparano varie strategie di esfiltrazione per poter essere pronti a ogni eventuale scenario. È interessante notare come Ritchie si soffermi su questi momenti, descrivendo ogni azione che avviene a schermo con la voce narrante della protagonista, e mostrando uno spaccato sul lavoro dietro le quinte delle persone che si occupano di queste operazioni. Azioni, strategie, percorsi e mezzi di trasporto sono organizzati con una precisione assoluta, perché ogni minimo errore può essere fatale. 

    In the Grey: un buddy movie adrenalinico

    In the Grey è un film che si concentra sulla zona grigia del mondo “sporco” delle operazioni non ufficiali. Gli schieramenti sono evidenti e c’è una netta dicotomia tra giusto e sbagliato. In questo contesto, il “recupero crediti” non va inteso nel senso classico del termine, ma come il lavoro di specialisti assoldati per riottenere fondi rubati. In ogni caso, In the Grey è un film d’azione che intrattiene grazie all’alto tasso d’adrenalina e a un montaggio serrato; la sua durata scorre piacevole grazie alla complicità del duo Sid/Bronco, che con la loro alchimia e il loro rapporto da buddy movie catalizzano l’attenzione e fungono da “motori” del film. 

  • Creature Luminose: recensione del film Netflix con Sally Field

    Creature Luminose: recensione del film Netflix con Sally Field

    Può un polpo favorire il cambiamento della vita di una persona? Se prendiamo come esempio la creatura marina protagonista di Creature Luminose la risposta è sicuramente affermativa. Disponibile in streaming su Netflix, il film tratto dal romanzo Remarkably Bright Creatures narra del legame che si sviluppa tra il buffo e saggio animale, Marcellus, e Tova, la signora delle pulizie dell’acquario, interpretata da Sally Field. Entrambi sono accomunati dalla passione per il silenzio e per la notte, cosa che li porta a sviluppare un rispetto reciproco inusuale. A completare il trio è la figura di Cameron, Lewis Pullman, un giovane dal passato ingarbugliato in cerca di risposte da parte di una mancata figura paterna. 

    REMARKABLY BRIGHT CREATURES. Marcellus and Sally Field as Tova in Remarkably Bright Creatures. Cr. Courtesy of Netflix © 2026.

    Un incontro tra anime solitarie

    Ambientato in una piccola cittadina americana in cui lo scorrere del tempo riflette la noiosa monotonia della vita dei pesci nell’acquario, i due protagonisti sono accomunati, a detta di Marcellus, da un passato doloroso, le cui cicatrici influenzano la loro vita e i loro modi di agire. La donna infatti soffre per la perdita del marito a causa di una malattia e del figlio, scomparso durante un’uscita in barca. Cameron invece è alla ricerca della sua dimensione: a causa dei problemi di droga della madre single, non ha mai avuto una famiglia, ed è stato trasferito da parenti e amici, impedendogli di sviluppare un senso di appartenenza ad un luogo che possa chiamare casa. 

    In una comunità dominata dai gossip, i momenti di lavoro nell’acquario portano avanti la narrazione, in cui i tentativi di Marcellus di evadere dalla sua vasca contribuiscono a cementare il legame tra i due protagonisti, come da volere del polpo. L’animale infatti funge da architetto del destino, intuendo come il guarire le ferite di uno avrà un effetto terapeutico anche sull’altro. La ricerca del padre di Cameron e di uno scopo per vivere per Tova avvengono in maniera speculare, offrendo uno spaccato sui tormenti interiori e su quanto sia difficile a volte proseguire sul sentiero della vita.

    REMARKABLY BRIGHT CREATURES. (L to R) Lewis Pullman as Cameron and Sally Field as Tova in Remarkably Bright Creatures. Cr. Courtesy of Netflix © 2026.

    Creature Luminose: lutto, appartenenza e seconde possibilità

    Creature luminose è un film intimo che indaga temi importanti come il senso di appartenenza, il lutto, l’amicizia e la famiglia. Marcellus, doppiato da Alfred Molina, sebbene compaia poco a schermo, orchestra la guarigione interiore di due persone che lui considera luminose, capaci di spiccare nella massa di visitatori dell’acquario. 

    Sebbene non dotato di parole, grazie alla sua intelligenza si adopera per portare conforto nelle loro esistenze, consapevole di non avere più tanto tempo a disposizione. Nel film Creature Luminose, diretto da Olivia Newman, i protagonisti trovano un luogo da poter chiamare casa grazie ad un polpo filosofo, che con la sua voce narrante sembra cullare lo spettatore come le onde fanno con la fauna marina. 

  • Disclosure Day Steven Spielberg: 7 film cult da rivedere

    Disclosure Day Steven Spielberg: 7 film cult da rivedere

    L’11 giugno uscirà in Italia Disclosure Day, il nuovo film diretto da Steven Spielberg distribuito da Universal Pictures. Il regista americano decide di tornare al genere di fantascienza sugli UFO che lo ha reso celebre nella storia del cinema. Per ingannare l’attesa ecco una lista di sette film che parlano dei temi cari al regista: la solitudine, il rapporto con l’ignoto, le relazioni padre-figlio, il senso di meraviglia e stupore e il cinema come mezzo di guarigione dell’anima per ricucire i traumi familiari e cercare una riconciliazione. 

    E.T. l’extraterrestre: un’amicizia spaziale

    E.T. racconta il magico incontro tra il giovane Elliott (Henry Thomas) e un gentile alieno smarrito sulla Terra. Più che una semplice avventura sci-fi, il film è una potente metafora dell’amicizia universale e dell’empatia che supera i confini della specie.

    Attraverso la meraviglia degli occhi dei bambini, Spielberg esplora i temi della solitudine, della rottura dell’innocenza e del dolore del distacco. Il legame tra i due diventa un rifugio contro l’incomprensione del mondo adulto e delle istituzioni. Una piccola curiosità: il concetto di E.T. è basato su un amico immaginario del regista dopo che i suoi genitori si sono separati. 

    Jurassic Park: l’illusione del controllo

    Il miliardario John Hammond (Richard Attenborough) realizza il sogno di riportare in vita i dinosauri grazie alla clonazione genetica. Tuttavia, durante un’anteprima nel parco, un guasto al sistema di sicurezza scatena il caos, trasformando la meraviglia in una lotta per la sopravvivenza.

    Il film esplora la manipolazione e l’illusione del controllo umano sulla natura. Oltre allo spettacolo visivo, emergono i temi dell’etica scientifica e della responsabilità tecnologica. Spielberg trasforma un’avventura sci-fi in una riflessione sulla fragilità del potere dell’uomo di fronte alla forza indomabile dell’evoluzione e a quanto sia sciocco pensare che l’essere umano possa controllare a suo piacimento la natura. 

    Prova a prendermi: l’ingegno per ricucire una famiglia spezzata

    Nel film Prova a prendermi, il giovane Frank Abagnale Jr. (Leonardo di Caprio) diventa uno dei truffatori più brillanti della storia, assumendo false identità come pilota, medico e avvocato per sfuggire alla realtà del divorzio dei genitori. Inseguito instancabilmente dall’agente dell’FBI Carl Hanratty (Tom Hanks), Frank accumula ricchezze, ma resta profondamente solo.

    Il film esplora i temi dell’identità e della ricerca del padre, mostrando come le truffe di Frank siano un tentativo di ricostruire la propria famiglia distrutta recuperando il denaro che il fisco ha sottratto alla sua famiglia. Prova a prendermi si sofferma anche sul contrasto tra la genialità individuale e l’autorità, trasformando la caccia all’uomo in una profonda riflessione sulla solitudine e sul bisogno di appartenenza. 

    La guerra dei Mondi: il terrore dell’ignoto

    In La guerra dei mondi, Ray Ferrier (Tom Cruise) è un padre assente che si ritrova a proteggere i figli durante una devastante invasione aliena. Mentre i colossali Tripodi sterminano l’umanità, la trama segue la loro disperata fuga verso la salvezza.

    Il film trasforma il classico di Wells in una metafora del terrore post-11 settembre, esplorando la vulnerabilità di una società tecnologicamente avanzata di fronte all’ignoto. I temi centrali sono la sopravvivenza istintiva, la fragilità dei legami familiari e la resilienza umana. Spielberg sottolinea come la vera forza non risieda nelle armi, ma nella biologia e nella capacità dell’uomo di restare unito nel caos.

    Colin Firth in DISCLOSURE DAY, directed by Steven Spielberg.

    The Post: la libertà di stampa contro il potere

    In The Post, Kay Graham (Meryl Streep), prima editrice donna del Washington Post, e il direttore Ben Bradlee (Tom Hanks) affrontano una scelta epocale: pubblicare i Pentagon Papers, documenti segreti che svelano decenni di menzogne governative sulla guerra del Vietnam. Sfidando le minacce legali di Nixon, i due rischiano la carriera per la divulgare la verità.

    Il film celebra la libertà di stampa e il ruolo vitale del giornalismo come contrappeso al potere politico. I temi centrali includono il coraggio civile e l’emancipazione femminile, con la Graham che rivendica la propria voce in un mondo maschilista, dimostrando che il dovere verso i cittadini precede il profitto.

    Ready Player One: alienazione digitale e connessioni umane

    In Ready Player One, il giovane Wade Watts (Tye Sheridan) fugge da un futuro distopico rifugiandosi in OASIS, un universo virtuale dove chiunque può essere ciò che desidera. La trama segue la caccia al “tesoro” lasciato dal creatore del sistema, James Halliday (Mark Rylance), per salvarlo dal controllo di una multinazionale cinica che persegue il profitto a qualsiasi costo. Riuscirà il protagonista a trasformasi nell’eroe dei videogiochi?

    Il film esplora il tema dell’alienazione digitale e il contrasto tra l’illusione virtuale e la concretezza della realtà. Spielberg riflette sulla nostalgia culturale e sul potere dell’immaginazione, facendo riflettere al tempo stesso su un punto fondamentale: per quanto affascinante sia il gioco, il protagonista deve “ritornare” nel mondo reale per salvare ciò che ama e sviluppare le amicizie reali. 

    The fable mans: il cinema come guarigione dell’anima

    In The Fabelmans, Spielberg mette a nudo la propria infanzia attraverso il giovane Sammy Fabelman (Gabriel LaBelle), che scopre il potere salvifico del cinema mentre la sua famiglia si sgretola. La macchina da presa diventa per lui uno strumento per decifrare la realtà e un rifugio dal dolore per il divorzio dei genitori e dalle difficoltà quotidiane. Nella dimensione del cinema il protagonista aggiusta e rimodella la realtà, mostrando come esso sia un mezzo per riportare ordine nel caos dell’esistenza umana.

    Il film esplora il conflitto tra arte e vita familiare, analizzando il peso del talento come “una maledizione e una benedizione”. I temi centrali sono la scoperta della verità attraverso l’obiettivo, l’identità e il sacrificio personale necessario per inseguire una passione. 

    Cosa aspettarsi da Steven Spielberg in Disclosure Day

    Steven Spielberg è un regista poliedrico che nella sua carriera ha esplorato diversi generi, cercando di offrire il senso di stupore, meraviglia e senso di appartenenza. Disclosure Day parla di come un’entità aliena riveli al mondo l’esistenza di esseri extra-terrestri e di come i governi intervengano per impedire che tali conoscenze siano divulgate. Nell’attesa di Disclosure Day, non resta che vedere il trailer contando i giorni che ci separano dall’uscita….

  • ‘Noi due sconosciuti’: recensione del film di Janicke Askevold sulla procreazione assistita

    ‘Noi due sconosciuti’: recensione del film di Janicke Askevold sulla procreazione assistita

    Che significato ha la famiglia? Noi due sconosciuti, presentato in anteprima al Festival di Locarno, è in uscita al cinema distribuito da Teodora Film, ed esplora il tema della procreazione assistita. Edith, interpretata da Lisa Loven Kongsli, è una madre single che lavora come giornalista. La sua precedente relazione si è conclusa senza la possibilità di avere un figlio, cosi decide di prendere in mano la situazione ricorrendo all’inseminazione artificiale. Durante il percorso conosce un’altra donna Marie, Nasrin Khusrawi, con la quale instaura un rapporto d’amicizia e di aiuto reciproco. 

    cosa significa essere una famiglia “normale”

    Noi due sconosciuti racconta “le nuove forme” di famiglia dal punto di vista femminile: la protagonista divide il suo tempo tra l’attività lavorativa, il tentativo di essere un buon genitore e le difficoltà familiari quotidiane. La madre di Edith è ai primi stadi dello sviluppo della demenza senile e non è più in grado di aiutare la figlia a prendersi cura del nipote. Esausta dal rispondere alle stesse domande dei compagni di scuola di suo figlio Sigurd, del tipo “Dov’è tuo padre?” “Perché vieni sempre tu a prenderlo?”, Edith inizia ad ascoltare le registrazioni del donatore di cui ha usufruito. Quando Marie le comunica di aver scoperto la sua identità, la tentazione è irresistibile: deve conoscerlo. 

    Scena del film Noi due sconosciuti con Lisa Loven Kongli

    Tra pretesti e timidezza, la protagonista incontra finalmente Niels, Herbert Nordrum, scoprendo una figura interessante e allo stesso tempo enigmatica. Dapprima imbarazzata dal fatto che l’uomo abbia una famiglia, Edith non può fare a meno di evitare la sua frequentazione per scoprire il più possibile sul passato del padre di suo figlio e approfondire la sua conoscenza. L’evoluzione del loro rapporto passa da silenzi imbarazzati a momenti di intimità, in cui emerge la voglia e il desiderio di entrambi di un po’ di tenerezza. La loro relazione riflette le scelte di Edith, che sebbene spinta dalla curiosità e dalla necessità di sapere che Niels sia una brava persona, mette sempre Sigurd al primo posto tra le sue priorità.

    L’estetica del cinema nordico

    Noi due sconosciuti mostra un lato forse a noi sconosciuto della monogenitorialità. I paesi nordici sono più avanguardisti in materia rispetto a noi, tuttavia è interessante notare come lo stereotipo della famiglia classica sia presente ovunque e che la scelta di Edith sia vista come coraggiosa. Anche nella sua cerchia di amici, prevalentemente donne, non mancano battute ironiche o dubbi in merito alla sua decisione. 

    La protagonista deve affrontare questi dilemmi sapendo di dover dimostrare  che Sigurd è come gli altri bambini e che anche lui può essere felice e sicuro come accadrebbe in qualunque altra famiglia considerata “normale”. La regista Janicke Askevold mostra il prezzo delle scelte alternative ma anche la soddisfazione che genera l’indipendenza di inseguire i propri sogni. Un plauso anche alla fotografia di Torjus Thesen, che mette in risalto gli splendidi paesaggi e con i primi piani crea e cattura un’atmosfera unica e profonda. 

  • Il diavolo veste Prada 2: recensione del sequel tra moda e digitale

    Il diavolo veste Prada 2: recensione del sequel tra moda e digitale

    A distanza di vent’anni dal primo capitolo, Il diavolo veste Prada 2 arriva al cinema prodotto da 20th Century Studios e distribuito da Walt Disney. Come si sono evoluti i personaggi in questo lasso di tempo? 

    La vita di Andy Sachs, Anne Hathaway, riflette le contraddizioni della società attuale: giornalista di successo, viene licenziata improvvisamente insieme a tutti i suoi colleghi durante una premiazione. Nella società attuale sembra non esserci più spazio per le figure dei giornalisti, spesso le prime ad essere bersaglio di tagli e revisioni di budget aziendali. “Costretta” ad accettare un nuovo impiego per il magazine Runway, la protagonista ritorna alle dipendenze della temibile Miranda Priestly, interpretata da Meryl Streep.

    dalla carta al digitale: la nuova sfida di Runway

    Direttrice della rivista Runway, è allo stesso tempo temuta e venerata dalle persone che lavorano con lei. L’interpretazione della Streep è nuovamente magistrale: eleganza e perfezionismo vanno di pari passo con il suo carattere esigente, rendendola una figura magnetica. Al suo fianco c’è l’onnipresente Nigel, Stanley Tucci, direttore artistico di Runway e fidato braccio destro di Miranda. Emily Blunt, impersona Emiliy, la ex collega di Andy nel primo film, che in questo film lavora alla maison Dior di New York.

    Il film evidenzia le difficoltà del lavoro nel settore della moda: un mondo spietato senza orari in cui contano integrità e immagine. Il declino e la quasi totale scomparsa del cartaceo in favore del digitale ha modificato radicalmente le abitudini e i metodi di lavoro degli addetti al settore. Ciò che fino a vent’anni fa chiedeva mesi di pianificazione e preparazione ora deve essere pronto in giorni o addirittura in poche ore. I social media e gli algoritmi dettano i tempi e tutti i contenuti devono essere scrollabili e attirare click, spesso a scapito della qualità. 

    Il diavolo veste Prada 2: da New York a Milano

    Il diavolo veste Prada 2 è un film più dinamico rispetto al primo, complice una trama avvincente e il cambio di location. Il film è infatti ambientato tra gli imponenti grattacieli di Manhattan e la città di Milano, iconica location della moda. Nel seguito la ricerca spasmodica del libro di Harry Potter non ancora pubblicato è sostituta dal cercare di ottenere un’intervista dalla donna più ricca del mondo, Lucy Liu, vista come un vero e proprio Sacro Graal capace di attirare pubblico e salvare l’immagine di Runway. Il diavolo veste Prada 2 si interroga anche sulle nuove generazioni: il nuovo proprietario della rivista è più interessato a venderla piuttosto che a preservarne il valore o mantenere integra l’eredità familiare continuando la tradizione. 

    Tra ironia, battute pungenti e glamour il film scorre piacevole, ricordando l’importanza delle alleanze in ambito lavorativo e che non è mai troppo tardi per recuperare e dare valore alle amicizie. 

  • ‘Il delitto del terzo piano’: l’influenza di Alfred Hitchcock

    ‘Il delitto del terzo piano’: l’influenza di Alfred Hitchcock

    Il delitto del terzo piano è un film francese diretto da Rémi Benzaçon, distribuito in Italia da Notorious Pictures. Gilles Lelouche e Laetitia Casta sono i protagonisti di questa commedia che omaggia il regista Alfred Hitchcock. Dal 16 aprile al cinema. 

    François, interpretato da Gilles Lelouche, trascorre le sue giornate in pigiama sognando ad occhi aperti le nuove rocambolesche avventure del suo alter ego su carta: il marchese De la Rose. Il protagonista è uno scrittore di romanzi gialli a cui manca quel pizzico di complicità e situazioni piccanti che rispecchiano la sua vita di coppia. Il rapporto con l’amata Colette, Laetitia Casta, è in crisi da tempo. La donna è un’affermata docente di cinema all’università della Sorbonne caratterizzata da una devozione per Alfred Hitchcock: i suoi corsi di cinema sono interamente centrati intorno alla sua figura e a quanto abbia influenzato la storia del cinema. Quando un nuovo vicino si trasferisce nel palazzo come dirimpettaio, gli elementi della trama sono completi e si alza il sipario di questo simpatico adattamento moderno de La Finestra sul Cortile

    un adattamento riuscito

    L’improvvisa sparizione della moglie di Yann, il vicino, in seguito ad un litigio tra i due scatena la fantasia di Colette, che nella sua mente rivive un’esperienza già vissuta più volte guardando i film del maestro della suspense. Nonostante i continui borbottii del marito la protagonista convince François ad investigare su Yann, i cui comportamenti diventano sempre più sospetti man mano che si accorge si essere osservato. Tra occhiali con telecamera, gadget ispirati a 007 e biscotti della fortuna, le indagini portano ad un avvicinamento della coppia, che ritrova i sentimenti di sintonia e complicità che sembravano svaniti. La passione per il crimine emerge preponderante e ognuno dei due protagonisti apporta il suo contributo nel lavoro da detective improvvisati. 

    È interessante notare come in particolare i mondi di François sembrano collidere: la storia del marchese e della sua lotta contro le malvagie macchinazioni del conte vanno di pari passo con le indagini della vita reale. Anche i suoi rapporti con l’assistente, e l’inevitabile storia d’amore, evolvono in simbiosi con la primavera dei sensi del suo rapporto di coppia. 

    Un plauso anche alla riuscitissima sequenza finale, in cui gli avvenimenti a schermo vanno di pari passo con la voce narrante di Hitchcock, che racconta come si genera la suspense e perché lui viene considerato il maestro. 

    Il delitto del terzo piano è un adattamento che fa riflettere sull’importanza dei sentimenti e di come gli artisti sono influenzati dal loro vissuto. Le storie sono un riflesso della vita e le scintille sono quanto mai necessarie per ricordare di non dare mai per scontato nulla, soprattutto i sentimenti. 

  • Dossier 137: la recensione del film con Léa Drucker

    Dossier 137: la recensione del film con Léa Drucker

    Presentato in anteprima all’edizione 2025 del Festival del Cinema di Cannes, Dossier 137 è disponibile al cinema, distribuito da Teodora Film

    Protagonista del film è Stephanie, interpretata magnificamente da Léa Drucker, un’ispettrice dell’IGPN (organismo disciplinare che vigila sulla polizia francese) con l’importante incarico di indagare i presunti abusi commessi dalla polizia.

    Il dossier 137

    L’intero film ruota al caso 137, avvenuto durante le manifestazioni dei Gilet Gialli del 2018, in cui un ragazzo di nome Guillaume è stato gravemente ferito da un proiettile di gomma. Durante le indagini la protagonista non deve affrontare solo la sfiducia dei cittadini ma anche il risentimento dei colleghi che diventa sempre più feroce. L’IGPN è malvista dai poliziotti perché giudica il loro operato, sebbene le sospensioni siano piuttosto bonarie. Coloro che vengono accusati dell’uso eccessivo della forza sono sospesi dal lavoro per un periodo variabile, ma non subiscono ulteriori processi o pene. Léa Drucker, con la sua interpretazione, offre la speranza di poter ottenere la tanto agognata giustizia grazie alla sua dedizione e alla perseveranza del suo operato. 

    Questo caso tocca Stephanie anche dal punto di vista personale: il ragazzo colpito non è più stato in grado di condurre una vita normale. La spensieratezza della sua giovinezza è stata interrotta prima del tempo e la mamma ha denunciato l’incidente sperando di poter individuare i colpevoli e ottenere una qualche forma di giustizia. Quando la protagonista incontra la famiglia, ancora scossa e turbata per l’accaduto, non può fare a meno di pensare a suo figlio. Se fosse successo a lui? Anche la sua famiglia è complessa: dopo il divorzio è infatti la sola ad occuparsi del figlio, che si vergogna profondamente della professione della madre. Una frase in particolare riecheggia nella sua mente: Tutti temono i poliziotti. Come si è potuti passare da garanti dell’ordine a forza temuta?

    Il lento lavoro della giustizia

    Dominik Moll, regista del film, sceglie di rappresentare un paese le cui divisioni sociali si possono ritrovare anche nelle forse dell’ordine. Dossier 137 mette in evidenza il lavoro silenzioso e quasi invisibile dei membri dell’IGPN, che devono conciliare il loro operato tra i sentimenti di sfiducia e disillusione dei cittadini da un lato e tra omertà e cameratismo dall’altro. Dominik Moll utilizza anche del materiale di “found footage” per raffigurare il clima di tensione che si respirava in Francia nel 2018. 

    Dossier 137 è un film complesso, che non giudica ma rappresenta a schermo le difficoltà, i compromessi e le scelte compiute dai protagonisti. Bene e male scompaiono in favore di una zona grigia, che ingloba inevitabilmente la protagonista e fa riflettere sullo stato attuale della società.