Autore: Andrea Dall’Armi

  • Minions & Monsters: la recensione del film

    Minions & Monsters: la recensione del film

    Il film Minions & Monsters è distribuito da Universal Pictures a partire dal 1 luglio. Il regista Pierre Coffin torna a dirigere i simpatici esseri gialli in un’avventura alla conquista di Hollywood in un tripudio di omaggi e risate. Riusciranno gli adorabili Minions a realizzare il loro film sui mostri? Scoprilo nella recensione. 

    Minions & Monsters: alla conquista di Hollywood

    La trama di Minions & Monsters si focalizza sulla conquista di Hollywood da parte dei Minions ed è introdotta con un lungo flashback dalla voce fuori campo di una guida degli Studios della Universal: dopo vari tentativi di trovare un capo cattivissimo da servire, i simpatici protagonisti approdano a Los Angeles, dove vengono ingaggiati dal regista Max (doppiato in italiano da Maccio Capatonda) per fare film d’azione. Con l’arrivo della sonorizzazione i minions entrano in crisi, perché il minionese, un mix di lingue con cui si esprimono, non è di facile comprensione. Ridotti al lastrico e senza un lavoro, tre impavidi Minions (James, Henry ed Ed) decidono di produrre un loro film con mostri terribili. Il loro piano avrà successo? 

    Illumination’s MINIONS & MONSTERS, directed by Pierre Coffin.

    il potere della diversità e il viaggio dell’eroe

    Il film enfatizza il potere della diversità: James non è un Minion come gli altri. Il suo unico scopo non è vagabondare per la terra alla ricerca del capo più cattivo da servire ma si diverte a disegnare storie e mostri sul suo taccuino. Il suo comportamento lo porta spesso ad isolarsi dagli altri compagni d’avventura e ad esprimere in ogni modo il suo estro artistico. In seguito ad una disavventura conosce Henry, con cui stringe subito un sodalizio duraturo. Il protagonista non si omologa alle attitudini degli altri minions, ma sceglie di sviluppare le insolite capacità artistiche e di essere un pioniere per la sua specie nell’industria dell’intrattenimento, compiendo il viaggio dell’eroe: da figura emarginata a punto di riferimento per il gruppo. 

    A proposito di diversità il film include anche un carismatico alieno di nome Dort (Jesse Eisenberg), i cui piani malvagi, e la seguente fedeltà dei minions, saranno messi a dura prova dall’amore. 

    Illumination’s Minions & Monsters, directed by Pierre Coffin.

    Minions & Monsters: la doppia anima del film

    Pierre Coffin dirige un film con una doppia anima: da un lato quella capace di dialogare con i bambini grazie alle varie gag con i minions che risultano sempre divertenti e buffe. Dall’altro quella dotata dell’effetto nostalgia capace di parlare con gli adulti. Minions & Monsters è infatti ricchissimo di citazioni e riferimenti cinematografici che costellano le varie sequenze del film: da George Lucas a Keanu Reeves in Matrix, la fuga di E.T. in bicicletta, il contrasto delle scene in bianco e nero rispetto all’uso del colore fino all’accompagnamento musicale del pianoforte per le sequenze che richiamano la sonorizzazione del cinema muto. Minions & Monsters è un omaggio alla storia del cinema e ad una Hollywood che non esiste più. Le scelte stilistiche del regista seguono gli sviluppi della narrazione, creando un parallelismo interessante. 

    James, Ed, Henry and Goomi in Illumination’s Minions & Monsters, directed by Pierre Coffin.

    Il giudizio finale

    Minions & Monsters è veramente un esplosione di emozioni e di brio, che tra mostri evocati tramite rituali oscuri, invasioni aliene e la richiesta di diritto di voto alle donne è capace di intrattenere per tutta la sua durata di circa 90 minuti. Questa nuova deriva del franchise espande ulteriormente l’universo arricchendolo di personaggi nuovi ed indimenticabili donando al tempo stesso nuova linfa vitale ai minions. James, Henry ed Ed sono protagonisti riusciti che grazie alla loro determinazione e alla collaborazione reciproca sono capaci di vivere e portare a termine le esperienze che hanno sempre sognato. 

    Illumination’s Minions & Monsters, directed by Pierre Coffin.

    Minions & Monsters

    2026

    Pierre Coffin

    90 min.

    Animazione

    USA

    Universal Pictures; Illumination Entertainment

    Universal Pictures

    Pierre Coffin; Christoph Waltz; Allison Janney; Jesse Eisenberg; Trey Parker; Zoey Deutch

    2026

  • Ricchi…da morire: recensione del film con Glen Powell

    Ricchi…da morire: recensione del film con Glen Powell

    Ricchi…da morire- Delitti in famiglia è il nuovo film di John Patton Ford con Glen Powell, Margaret Qualley ed Ed Harris. La dark comedy, disponibile al cinema distribuita da Lucky Red, è incentrata su una spietata lotta per l’eredità.

    La trama: un’immensa eredità

    Becket Redfellow (Glen Powell) è un reietto cresciuto lontano dalla sua dinastia miliardaria che lo ha rinnegato alla nascita. Nonostante le notevoli difficoltà economiche la mamma fa di tutto per crescerlo al meglio delle proprie possibilità, insegnandogli a suonare il pianoforte, a tirare con l’arco e altre attività e hobby che si addicono alla classe agiata. In un momento drammatico delle loro vite il figlio le promette di non arrendersi mai nella vita fino a quando non otterrà ciò che gli spetta di diritto. Determinato a riprendersi l’eredità, elabora un piano per eliminare uno a uno i parenti che lo separano dall’immensa eredità; tuttavia i suoi intenti omicidi sono incoraggiati e ostacolati al tempo stesso da Julia Steinway (Margaret Qualley), la donna di cui il protagonista è innamorato fin dalla sua infanzia. 

    Una scena da Ricchi…da morire -Delitti in Famiglia

    Ricchi…da morire: Il riscatto sociale e la vacuità del denaro

    Ricchi…da morire affronta il tema del riscatto sociale dal punto di vista di Becket. La perentoria decisione del capofamiglia Whitelaw Redfellow (Ed Harris) di esiliare la madre perché ha disonorato la famiglia rimanendo incinta, senza rispettare la sua decisione di mettere al mondo il figlio, lo condanna ad una vita umile e piena di rinunce. Vedere la vita spensierata e costellata di abbondanza delle persone ricche causa potenti sensazioni di frustrazione nel protagonista, costretto a svolgere piccole mansioni per potersi mantenere. Tuttavia, quando inizia a conoscere i membri della sua famiglia, si accorge di quanto siano vuote le loro vite pieni di eccessi, dove i soldi servono a mascherare mancanze di affetto, amicizie e solitudine. 

    Margaret Qualley interpreta Julia Steinway nella dark comedy Ricchi da morire
    Margaret Qualley in Ricchi…da morire -Delitti in famiglia

    Ruth e Julia: due facce dell’ambizione femminile

    L’opera di John Patton Ford offre un’interessante analisi anche delle figure femminili che circondano la vita del protagonista. Becket rimane affascinato da Ruth (Jessica Henwick), la fidanzata di suo cugino. I due sviluppano una relazione, perché la donna gli ricorda la semplicità della sua vita e di come per essere felici non serva la ricchezza. Il senso di intesa tra di loro è però ostacolato dal perenne senso di insoddisfazione che prova Becket nell’essere escluso dalla propria famiglia d’origine e dalla promessa che aveva fatto anni prima alla madre. L’altra figura negativa è invece Julia, che sprona il protagonista ad eliminare “la concorrenza” in modo da ottenere tutta l’eredità. L’amore della sua infanzia è però una figura cinica e manipolatrice, capace di far leva sul lato più oscuro del suo carattere.

    Entrambe le donne sono legate alla presenza o all’assenza di denaro, dimostrando il lato ambiguo che le contraddistingue e non contribuendo alla felicità di Becket, lasciandolo in questo modo nella solitudine affettiva che ha caratterizzato tutta la sua vita. 

    Glen Powell in una scena di Ricchi...da morire- Delitti in Famiglia

    Ricchi…da morire: I soldi comprano la felicità?

    Ricchi…da morire è un film avvincente e con un ottimo ritmo narrativo. La dark comedy evidenzia i lati oscuri della ricchezza e dell’arrivismo e serve come monito per ricordare che i soldi certamente aiutano ma non comprano la felicità, che sta nella semplicità. Quanto si è disposti a sacrificare per raggiungere i propri obiettivi? Il prezzo da pagare ne vale davvero la pena?  

    Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche la recensione di Fuze.

  • ‘Fuze-Conto alla rovescia’ recensione: un Heist movie esplosivo

    ‘Fuze-Conto alla rovescia’ recensione: un Heist movie esplosivo

    Fuze-Conto alla rovescia è finalmente disponibile distribuito da 01 Distribution. Dal regista di Hell or High Water, David Mackenzie, arriva un film ad alta tensione con Aaron Taylor-Johnson, Theo James e Sam Worthington. In questa recensione di Fuze – Conto alla rovescia analizzeremo perché questo thriller d’azione è uno dei titoli più interessanti della stagione.

    Il cuore di Londra sprofonda nel caos dopo il ritrovamento di una bomba inesplosa della Seconda Guerra mondiale in un cantiere. Mentre la città viene evacuata e le strade si trasformano in un campo di battaglia, una spietata banda di criminali sfrutta il panico per orchestrare un colpo spettacolare ad altissimo rischio.

    Fuze è un action/thriller capace di catturare l’attenzione per tutta la sua durata. Il regista gestisce in modo eccellente il doppio piano narrativo del film: da un lato il panico e la frustrazione dei cittadini nel dover evacuare le proprie case e il quartiere in attesa che la bomba venga disinnescata. Dall’altro una banda di rapinatori pronti a sfruttare il momento per compiere un’audace rapina in banca. D’altronde quando ricapita l’opportunità di avere un quartiere deserto e completamente privo di allarmi funzionanti?

    Un ritmo serrato tra rapina e suspense

    Il ritmo serrato del film alterna il punto di vista delle forze dell’ordine a quello dei rapinatori: se il primo è dominato dall’ansia scaturita dal disinnescare l’ordigno e salvaguardare le vite dei cittadini, le sezioni dei preparativi del furto in banca sono pura suspense. Ogni dettaglio conta e il timore di essere scoperti aumenta incessantemente. Fuze-Conto alla rovescia è un film capace di spostare con fluidità e naturalezza il fulcro della narrazione: se la prima parte del film si concentra sulla rapina e sulla bomba, la seconda si focalizza sulla natura umana e sull’avidità che attanaglia gli uomini quando sono in gioco grosse somme di denaro. Il film procede spedito nei circa novanta minuti della sua durata e tra segreti e inganni non lascia spazio alla noia. 

    Il cast di Fuze-Conto alla rovescia

    Theo James è il vero protagonista di Fuze; la sua interpretazione di Karalis poggia sul suo fascino e il suo essere arrogante. Al contrario X (Sam Worthington) è spietato e calcolatore, un rapinatore dal sangue freddo che non si fa scrupoli. Aaron Taylor Johnson interpreta invece il maggiore Will Tranter, un cecchino con un trascorso problematico in Afghanistan che sembra avere molto a cuore i membri della sua squadra. 

    Fuze-Conto alla rovescia è una vera e propria miccia, capace di infiammare lo schermo e di dar vita ad un action esplosivo dove nulla è come sembra grazie ai continui colpi di scena. Un heist movie intrigante ed adrenalinico che arricchisce il genere di un nuovo ed interessante capitolo. 

  • Recensione ‘Disclosure Day’: il nuovo film di Steven Spielberg

    Recensione ‘Disclosure Day’: il nuovo film di Steven Spielberg

    La recensione di Disclosure Day, l’ultimo film di Steven Spielberg, finalmente disponibile al cinema distribuito da Universal Pictures. Il regista americano torna non solo al genere che lo ha reso famoso nella storia del cinema, ma affronta anche uno dei temi a lui più cari: il rapporto con l’ignoto. Riuscirà il giorno della rivelazione a far luce su alcune delle domande che da decenni attanagliano l’opinione pubblica? 

    Emily Blunt, Joshua O’Connor e Colin Firth sono i protagonisti di questo film sugli U.F.O. e offrono un’interpretazione molto profonda. Joshua interpreta Daniel Kellner, un esperto di cybersicurezza che trafuga dati protetti da una potente azienda privata diretta da Noah Scanlon (Colin Firth). Margaret Fairchild, Emily Blunt, è invece una meteorologa della rete televisiva di Kansas City che durante una diretta viene “posseduta” da un’entità aliena. A completare il cast è Hugo, Colman Domingo, una figura chiave nel proteggere Daniel e Margaret da Noah.

    Emily Blunt nel film Disclosure Day di Steven Spielberg

    Disclosure Day: la trama e la paura dell’ignoto secondo Spielberg

    L’intera trama del film ruota attorno al concetto della paura dell’ignoto. Come potrebbe reagire l’umanità sapendo di non essere sola? Daniel e Margaret sono determinati a svelare questa verità a tutto il mondo, mentre Noah è disposto a tutto pur di proteggere questo segreto che dura ormai da oltre settant’anni. Verità, menzogna, fede e disinformazione sono strettamente legate in Disclosure Day, che alterna inseguimenti dal ritmo serrato a fasi di transizione in cui si approfondisce il punto di vista dei protagonisti. 

    L’alternanza del ritmo garantisce dei momenti di “respiro” per lo spettatore, che ha il tempo di filtrare quanto avviene a schermo. Il film è lontano dalla favola di E.T. e oltre che su sugli U.F.O. si interroga sull’umanità. In un epoca storica dominata da guerre ed egoismo, gli esseri umani hanno abbandonato da tempo il valore e l’importanza dell’empatia. 

    La stessa fidanzata di Daniel, Jane (Eve Hewson) esprime più perplessità che desiderio di conoscenza nell’apprendere i motivi etici per i quali il suo fidanzato abbia “tradito” l’azienda per cui lavorava. Il suo passato da novizia prima di abbandonare il convento non le permette di abbracciare la verità rivelata; non perché abbia perso la fede in Dio o in un essere superiore, ma perché ha smarrito la fiducia negli esseri umani. 

    Colin Firth in DISCLOSURE DAY, directed by Steven Spielberg.

    il significato del film

    In Disclosure Day Spielberg ritorna anche al tema dell’infanzia, il punto zero da cui si origina tutto e che ha reso Daniel e Margaret gli ambasciatori di verità che sono oggi. La filosofia del film, frutto della collaborazione del regista con lo sceneggiatore David Koepp e con il compositore John Williams, non mostra gli alieni come conquistatori come ne La Guerra dei Mondi, ma come rivelatori di una verità sopita vista come un dono da condividere. Quello che ne faremo, dipenderà esclusivamente da noi. 

  • CinemAmbiente 2026: tutti i vincitori e i film premiati della 29°Edizione

    CinemAmbiente 2026: tutti i vincitori e i film premiati della 29°Edizione

    Si è conclusa l’edizione 2026 del Festival Cinema Ambiente, in collaborazione con il Museo Nazionale del Cinema, che da quasi trent’anni mappa le evoluzioni del documentario ecologico mondiale. I film presentati a Torino provenienti da tutto il mondo hanno dimostrato come il cinema militante contemporaneo preferisca abbandonare i freddi dati statistici per puntare tutto su una travolgente e profonda esperienza umana. Di seguito la lista dei premi CinemAmbiente 2026.

    CinemAmbiente 2026 premi: Premio miglior documentario

    Il prestigioso Premio Asja per il miglior documentario della sezione internazionale (del valore di € 5.000) è stato assegnato dalla giuria — composta come Jason Box, Gabriele Crescente, Lena Herzog, Kohei Saito e Cristina Piccino — allo straordinario Nuisance Bear di Jack Weisman e Gabriela Osio Vanden (co-produzione USA/Canada/Regno Unito).  Un’opera capace di mostrare l’ambiguo modo in cui l’uomo amministra il mondo e la natura. Visivamente ammaliante, il film danza costantemente nei contrasti, muovendosi tra il divertente, il tragico e il paradossale, senza mai rinunciare all’empatia profonda nel narrare il dramma dell’estinzione animale e dei nativi.

    Il festival ha visto anche il trionfo del toccante “Rua do Pescador, nº 6” di Bárbara Paz (Brasile). L’opera si è aggiudicata sia la Menzione speciale della giuria internazionale, sia il Premio IREN del pubblico (di € 1.500). La giuria ha voluto sottolineare come le storie personali nella battaglia per la sopravvivenza di una comunità così resiliente passino attraverso l’intensità stessa con cui l’autrice racconta una tragedia della sua terra. Merito di riprese immersive ma semplici, capaci di restituire dignità e bellezza agli sfollati, esaltando il fattore umano proprio nel suo momento più drammatico; una forza emotiva che ha inevitabilmente fatto breccia anche nel cuore degli spettatori in sala.

    Cortometraggi: La Sintesi Poetica della Crisi

    Il formato breve si conferma il terreno ideale per la sperimentazione visiva e la sintesi concettuale. Il Premio SMAT per il miglior cortometraggio della sezione internazionale (di € 1.500) è stato assegnato dai giurati Flavio Armone, Elisa Palazzi e Mathilde Thoreau a “A Voyage of Eulogies” di Jean-Pierre Pillay (Singapore 2026). L’opera è stata celebrata per la sua rara capacità di fondere con grande sensibilità  generi cinematografici diversi, affrontando il tema ambientale non attraverso numeri e tabelle, ma immergendo lo spettatore nelle sue dirette conseguenze emotive. Attraverso la memoria, l’assenza e le emozioni, il film rende percepibile il collasso ecologico, riuscendo nella difficile impresa di trasformare una questione globale complessa in un’esperienza intimamente umana che continua a risuonare a lungo dopo la visione.

    Nello stesso concorso, una meritata Menzione speciale è andata a “Amma, Do Giraffes Cry?” di Kartikeya Saxena(Repubblica Ceca), un lavoro che colpisce immediatamente per la straordinaria bellezza della fotografia e per l’indiscutibile qualità della regia. Lo sguardo del regista sugli animali si distingue per sensibilità, rappresentandoli come esseri viventi dotati di emozioni proprie e di una precisa dimensione esistenziale. Un quadro formale eccellente arricchito da una voce narrante e da un accurato lavoro sul paesaggio sonoro che, insieme, riescono a emozionare nel profondo.

    Made in Italy: Storie di Prossimità e Memoria Pasoliniana

    La sezione dedicata alle produzioni nazionali ha mostrato una vitalità sorprendente. Il Riconoscimento speciale “Gaetano Capizzi” per il miglior film della sezione Made in Italy (assegnato da Giulia Carluccio, Andrea Paco Mariani e Beppe Rovera) è andato a “Torneranno i lupi” di Bianca Vallino. Il comitato ha evidenziato come il cinema documentario trovi una delle sue espressioni più autentiche proprio nel racconto di storie di prossimità, capaci di attraversare la sfera intima, familiare e generazionale per aprirsi a una dimensione collettiva. Trasformare la propria biografia e il proprio vissuto in una narrazione universale che parli a tutti è una sfida complessa, ma l’autrice l’ha affrontata con delicatezza ed emozione, tessendo il filo rosso che unisce tre generazioni di donne legate al proprio territorio e alla propria comunità.

    La Menzione speciale della sezione è stata invece assegnata a “Tevere corsaro” di Pietro Balla e Monica Repetto, un’opera applaudita per la sua capacità netta, precisa e coraggiosa di coniugare la questione ambientale a quella sociale. Seguendo il solco — sia geografico che dell’immaginario — del grande maestro Pier Paolo Pasolini, il film fonde in modo drammatico la tutela dell’ambiente e la tutela dei diritti individuali e collettivi, dando vita a narrazioni di comunità utili a comprendere il nostro presente e a combattere ogni forma di ingiustizia.

    CinemAmbiente 2026: Premio Casacomune

    Il legame tra ecosistemi e l’anima profonda delle comunità è stato al centro del Premio Casacomune, assegnato a “Ma Prière à la mer – La mia preghiera al mare” di Davide Marino. Il film ha conquistato la giuria per aver saputo raccontare con forza poetica una delle grandi emergenze del nostro tempo, ovvero la perdita di biodiversità marina che minaccia le coste dell’Oceano Atlantico. Attraverso lo sguardo del protagonista Alassane, la ferita ecologica si trasforma in una profonda riflessione spirituale sul rapporto tra l’uomo e il mare, inteso nella cultura Lebu come presenza viva e sacra. Un’opera rara, capace di convertire la denuncia in preghiera e la nostalgia in speranza, invitandoci a riscoprire l’ascolto e la meraviglia verso la natura.

    CinemAmbiente 2026 premi: Premio Ambiente e società

    Spostandoci sul versante dei diritti, il Premio Ambiente e Società, istituito con la Cooperativa Sociale Arcobaleno e assegnato direttamente dai suoi lavoratori, è andato a “Silver” di Natalia Koniarz (Polonia/Norvegia/Finlandia). Le immagini del film racchiudono significati profondi che vanno oltre ciò che si vede, portando alla luce ciò che nella nostra quotidianità resta invisibile. Lo sguardo immobile, imperscrutabile e apparentemente rassegnato del bambino protagonista trasmette una sottile tristezza, dietro la quale si intuisce però il forte desiderio di comprendere e forse di cambiare il proprio destino.

    Nella stessa categoria, riceve una Menzione speciale il giornalismo d’inchiesta di “I nemici del popolo” di Andrea Marinelli, apprezzato per la sua nitida capacità di farci comprendere come le grandi multinazionali mettano in pericolo lo stato di diritto tanto dall’altra parte del mondo quanto sotto casa nostra.

    CinemAmbiente 2026 Premi: Slow Food e Piemonte Parchi

    Infine, l’attenzione alle risorse della Terra ha guidato la giuria di Slow Food Italia (Barbara Nappini, Serena Milano, Roberto Burdese e Piero Sardo) nell’assegnare il Premio Slow Food all’incantevole cortometraggio “Labouyi Bannann (Banana Soup)” di Geena Gasser (Svizzera). Un’opera in cui le banane danzano, recitano e si fanno scenografia per raccontare coralmente i paradossi del consumismo. Partendo dal mito della dea Timbehes, la magnifica biodiversità di questo frutto dà vita a un lavoro vivace che denuncia l’insostenibilità dell’agricoltura industriale intensiva. Splendide immagini, musica ricercata e un’originalità narrativa restituiscono in soli sette minuti un quadro critico senza mai rinunciare a una gioiosa ironia.

    Nuisance Bear porta a casa anche il Premio Piemonte Parchi, assegnato dal personale delle Aree protette e dalla rivista omonima per aver saputo raccontare in maniera innovativa l’importanza della biodiversità vista in un’ottica di coesistenza tra specie all’interno dei cambiamenti climatici in atto. Un trionfo che permetterà ai registi di vedere piantati ben 100 alberi nella Foresta condivisa del Po piemontese, siglando con un’azione concreta il messaggio del film.

  • Michel Gondry: intervista alla Scuola Holden e premio Stella della Mole

    Michel Gondry: intervista alla Scuola Holden e premio Stella della Mole

    La visione del regista Premio Oscar Michel Gondry ha incontrato la magia della Scuola Holden di Torino. Tra le figure più originali del cinema contemporaneo, Michel Gondry ha condiviso la propria visione artistica con la Scuola Holden quale laboratorio di narrazioni e creatività, che nell’ultima settimana si è trasformato in un set cinematografico a cielo aperto, ricreando 14 ambientazioni temporanee per offrire a studenti e cittadini la possibilità di partecipare al laboratorio pratico L’Usine de Films Amateurs.

    A Torino più di 600 persone provenienti da tutta Italia hanno sperimentato in prima persona la creazione di un film, avendo tre ore per scrivere, girare, montare e proiettare un cortometraggio. Il regista Premio Oscar è stato protagonista di una Masterclass condotta in dialogo con il direttore del Museo del Cinema Carlo Chatrian. In questa straordinaria cornice istituzionale , a Michel Gondry è stato consegnato il prestigioso premio Stella della Mole, un riconoscimento tributatogli dal Museo Nazionale del Cinema per celebrare il suo eccezionale contributo all’arte visiva contemporanea.

    L’intervista si è rivelata un viaggio attraverso le opere che hanno plasmato la visione del regista. 

    LA FRAMMENTAZIONE DELLA MEMORIA IN ‘SE MI LASCI TI CANCELLO’

    Nel film Se mi lasci ti cancello la scenografia si fa portatrice degli stati psicologici dei personaggi. Come è riuscito a tradurre visivamente la natura frammentaria dei ricordi e dei sogni senza perdere il filo della narrazione emotiva?

    Questa è una domanda davvero interessante, grazie. La verità è che la sfida è stata titanica. L’approccio iniziale suggerito sulla carta da Charlie Kaufman prevedeva che la conclusione di ogni singolo ricordo all’interno della mente del protagonista coincidesse con una sorta di svuotamento totale, una dissolvenza quasi teatrale. Tuttavia, non appena abbiamo iniziato a girare, mi sono reso conto che questo espediente rischiava di spingere gli attori verso una recitazione eccessivamente impostata, artificiosa e fredda.

    Io cercavo l’esatto opposto: per me era vitale preservare la massima intensità emotiva. Insieme alla troupe abbiamo quindi architettato degli escamotage visivi e sonori alternativi, capaci di suggerire lo svanire del ricordo in modo molto più intimo e viscerale. In primo luogo, abbiamo usato il design sonoro immersivo: manipolavamo e abbassavamo progressivamente il volume della voce del protagonista fino a farla sfumare nel silenzio assoluto, restituendo lo smarrimento psicologico.

    Poi, abbiamo cercato la contaminazione surreale degli spazi: per connettere la realtà fisica con la dimensione psichica del ricordo, abbiamo ricreato l’effetto della pioggia esterna facendola cadere direttamente all’interno della stanza, fondendo i due mondi. Infine, ho applicato il cortocircuito controllato della recitazione: ho chiesto a Jim Carrey e Kate Winslet di scambiarsi all’improvviso le battute scritte sul copione o di fingere deliberatamente di non ricordare le parole dell’altro. Questo ha introdotto sul set un’esitazione autentica, una fragilità reale che ha restituito l’instabilità tipica dei processi della memoria senza spezzare la tensione sentimentale.

    L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE E LA DEMOCRATIZZAZIONE LOW-BUDGET

    Pensa che l’intelligenza artificiale possa mettere a repentaglio la creatività e la spontaneità dell’immaginazione cinematografica?

    È indubbio che l’intelligenza artificiale andrà a sostituire diversi posti di lavoro, ed è un rischio assolutamente reale con cui la società dovrà fare i conti. Tuttavia, se proviamo a ribaltare la prospettiva artistica, c’è un risvolto inaspettatamente positivo che definirei la vera democratizzazione del fare cinema. Pensiamo a quelle piccolissime produzioni indipendenti che lavorano con budget ridottissimi; se un giovane regista ha l’esigenza espressiva di inserire una grande esplosione nel proprio film, di dare una tonalità cromatica diversa al cielo o di spostare virtualmente un elemento dall’inquadratura, ma non possiede i fondi per farlo fisicamente sul set, l’IA si trasforma in uno strumento accessibile e straordinario per realizzare la propria visione senza barriere economiche.

    La mia vera preoccupazione non risiede nel mezzo tecnologico in sé, ma nelle sue conseguenze sociali: temo il modo in cui i detentori del potere aziendale useranno l’IA nei confronti dei lavoratori, aumentando la precarietà. È questo scenario di prevaricazione che mi spaventa maggiormente.

    LA CRITICA D’ARTE E LA GERARCHIA CULTURALE

    Molti autori scelgono di superare i confini tradizionali dello schermo curando mostre d’arte. Ha mai valutato di mettere la sua visione al servizio di spazi espositivi in modo permanente?

    In passato ho accettato di curare un’esposizione in Giappone, ma nutro un rapporto complesso con quel circuito. Esiste una gerarchia culturale invisibile ma spietata agli occhi dei media e della critica specialistica: la pubblicità occupa il gradino più basso, subito sopra troviamo il videoclip, poi il lungometraggio e, infine, al vertice, l’arte moderna.

    Se un artista si muove dal basso verso l’alto — partendo dall’arte contemporanea per approdare al cinema — la stampa lo accoglie con ovazioni. Se invece compi il percorso inverso, muovendoti dal cinema d’autore verso le gallerie d’arte, la critica tende a massacrarti senza appello. Quando ho presentato la mia prima installazione in una galleria d’arte, i media mi hanno letteralmente ridotto a pezzettini. Per questa ragione, al momento, preferisco mantenere una netta distanza dalle istituzioni museali.

    L’ESTETICA DELL’ALGORITMO E IL NUOVO FILM HORROR

    Sta già sperimentando o integrando l’uso dell’intelligenza artificiale nei suoi lavori correnti?  Quali sono i progetti su cui si sta concentrando in questo momento?

    No, non ho ancora avuto l’occasione concreta di utilizzarla direttamente nelle mie produzioni. Dal mio punto di vista, il pericolo estetico più grande legato all’IA risiede nella rapidissima obsolescenza del risultato visivo che ne deriva. Ci si stanca con estrema facilità delle immagini standardizzate generate da un algoritmo. È una dinamica che mi ricorda da vicino quanto accaduto con i sintetizzatori musicali negli anni ’80. La tecnologia continuerà a evolversi, ma le immagini sintetiche rischiano di invecchiare con precoce rapidità. Per quanto riguarda il mio futuro imminente, tra circa due settimane inizierò ufficialmente a girare il mio prossimo lungometraggio. Si intitolerà Le Petit Peur (Piccole Paure) e, per la prima volta nella mia carriera, mi misurerò direttamente con le regole e i codici del genere horror.

    La presenza di Michel Gondry a Torino, sostenuta dal Museo Nazionale del Cinema e dalla Scuola Holden con la collaborazione di Alliance Française e SNCF, lascia una lezione preziosa a chiunque voglia fare comunicazione visiva: il grande cinema non dipende dalla perfezione tecnologica, ma dalla forza primitiva delle idee, dall’onestità delle emozioni umane e dal coraggio di saper giocare con le proprie imperfezioni.

  • CineAmbiente 2026 A Torino: Programma, film e anticipazioni del Festival

    CineAmbiente 2026 A Torino: Programma, film e anticipazioni del Festival

    L’immagina guida di CinemAmbiente 2026 a Torino, disegnata dall’illustratore Roberto Catani, è una dichiarazione d’intenti che la 29 edizione del Festival si propone: invitare lo spettatore a guardare il mondo da vicino, nei suoi paesaggi più fragili, osservando le ferite aperte dallo sfruttamento massivo delle risorse attraverso i racconti di cineasti che filmano il cambiamento ambientale. Dal 3 al 7 giugno 2026 Torino diventerà il fulcro della cinematografia Green grazie al programma curato dalla direttrice artistica Lia Furxhi. All’urgenza del presente, tra turismo insostenibile, guerre per l’acqua e tutela della biodiversità si aggiunge il desiderio di usare la macchina da presa per custodire la memoria di ciò che rischiamo di perdere.

    Il programma e la serata d’apertura al cinema massimo

    ll festival si aprirà ufficialmente mercoledì 3 giugno rendendo omaggio a un territorio-simbolo della crisi climatica: la Groenlandia. Sullo schermo del Cinema Massimo a Torino verrà proiettata la versione restaurata di Den store Grønlandsfilm (Il grande film della Groenlandia), un rarissimo film documentario sull’ambiente muto del 1922 diretto da Eduard Schnedler-Sørensen, capace di mostrare la vita degli Inuit prima della modernizzazione forzata. A rendere l’evento un’esperienza unica ci penserà la rock band inuit Inuk, che sonorizzerà le immagini dal vivo in sala.

    Inuk band CinemAmbiente 2026 a Torino

    Tra i titoli più attesi del Concorso Internazionale Documentari spicca invece Time and Water della regista statunitense Sara Dosa (già candidata all’Oscar per il meraviglioso Fire of Love). Il film segue il narratore e poeta islandese Andri Snær Magnason che, ispirato dal suo omonimo successo letterario, intreccia la storia dei ghiacciai della sua terra natale con i ricordi d’infanzia e i racconti popolari. Il cinema qui si fa intimo, dimostrando che il cambiamento climatico non è una sequenza di grafici scientifici, ma una questione di legami affettivi e identità culturale.

    CinemAmbiente 2026: Scienza, attivismo e la sezione Made in Italy

    È proprio questa capacità di far dialogare la testimonianza e il futuro a rendere questo festival del cinema ambientale un presidio culturale necessario. Tra i focus tematici di quest’anno è interessante “Scienza e (in)coscienza”. Questa sezione indaga il dramma psicologico ed etico degli scienziati che, frustrati dall’indifferenza della politica, decidono di uscire dai laboratori per darsi all’attivismo sul campo o alla resistenza civile non violenta.

    In parallelo, la sezione “Made in Italy” mette in fila ben 23 opere capaci di mappare le fragilità del nostro territorio nazionale. Si spazia dai progetti transfrontalieri che analizzano i mutamenti dell’ecosistema alpino fino ad Averno di Filippo Maria Pontiggia, dove il respiro geologico dei Campi Flegrei si fa metafora di una precarietà sociale ed esistenziale.

    Agricoltura rigenerativa e speranza per il domani

    Se l’apertura è un viaggio nella memoria della terra, la chiusura di domenica 7 giugno è un atto di fiducia verso il domani. Il festival si concluderà infatti con l’anteprima italiana di Groundswell di Josh e Rebecca Tickell, proiettato al Festival di Cannes. Narrato dalle voci di star internazionali come Demi Moore e Woody Harrelson, il documentario esplora il movimento globale dell’agricoltura rigenerativa. È la dimostrazione cinematografica che la terra, se curata attraverso pratiche tradizionali e innovative, può smettere di essere la vittima del nostro sistema industriale e diventare la soluzione alla crisi ecologica.

    In un’epoca in cui la disinformazione viaggia veloce, l’appuntamento con CinemAmbiente 2026 a Torino ci ricorda il potere della sala cinematografica e la potenza del cinema come strumento per smuovere le coscienze. Ricordiamo che l’ingresso gratuito a CinemAmbiente (fino a esaurimento posti) è garantito per tutte le proiezioni e gli eventi del festival: un invito aperto a chiunque voglia smettere di girarsi dall’altra parte.

    Per leggere il programma completo, clicca qui. Se invece non vuoi perdere gli eventi organizzati dal Museo Nazionale del Cinema di Torino, leggi l’articolo sulla mostra My Name is Orson Wells.

  • Recensione ‘Ladies First’: il film Netflix sul cambio dei ruoli

    Recensione ‘Ladies First’: il film Netflix sul cambio dei ruoli

    Cosa manca ad un uomo che apparentemente ha tutto? Scoprilo nella recensione di Ladies First della regista inglese Thea Sharrock, disponibile su Netflix a partire dal 22 maggio. Ispirato liberamente al film francese Non sono un uomo facile di Èléonore Pourriat, Ladies First affronta le dinamiche sociali che intercorrono tra uomini e donne, sia nella sfera pubblica che in quella privata. 

    Di cosa parla Ladies First? La trama del film

    Damien ( Sacha Baron Cohen) è un uomo affermato: lavora in una prestigiosa agenzia pubblicitaria, la Atlas, è ricco e tratta le donne come un piacere usa e getta. Tra i suoi colleghi, prevalentemente maschi, vige un forte senso di cameratismo e affiatamento. La sua quotidianità è apparentemente perfetta, almeno fino a quando la Guinness minaccia di recidere il contratto perché nella Atlas non c’è nemmeno una donna dirigente. Alex Fox (Rosamund Pike) è la donna giusta al momento giusto; dopo vent’anni in agenzia pensa di aver finalmente meritato una promozione, solo per poi scoprire che è solo una questione d’immagine e la sua opinione non conta. La resa dei conti quando Damien, a causa di un imprevisto, si ritrova in una dimensione alternativa.

    Il ribaltamento degli stereotipi e dei ruoli di genere

    Ladies First gioca con i ruoli di genere, mostrando un mondo dominato da figure femminili: nelle dimensione speculare in cui viene proiettato il protagonista le donne sono importanti Ceo o componenti di consigli aziendali. Un cambiamento radicale che Damien non può accettare. Gli stereotipi sono completamente ribaltati: gli uomini si occupano della cucina, delle pulizie e di tutti quelle mansioni che di norma sono associate al genere femminile. Anche la madre del protagonista, da sempre dolce, affettuosa e premurosa, diventa una burbera bevitrice di birra che guarda le partite sul divano, acuendo il senso di spaesamento di Damien. 

    È interessante notare come in questa linea storica alternativa il genere femminile incarni i lati che più sono associati alla mascolinità: determinazione e carriera lavorativa sono le parole d’ordine e i maschi sono considerati inadatti a svolgere incarichi rilevanti e sono relegati a ruoli come assistente o maggiordomo. Ulteriore fattore destabilizzante è vedere uomini impegnati in attività come la depilazione, lo shopping di abiti e lingerie e la cura di sé al fine di attirare l’attenzione delle donne di potere per poterle sedurre e cercare l’avanzamento di carriera. 

    Una società matriarcale

    La regista Thea Sharrock riesce nel suo intento di far riflettere lo spettatore proprio perché non inverte solo l’ordinario ma anche i codici estetici. Nel farlo viene proposta una società matriarcale che è una copia carbone di quella patriarcale, con tutti i suoi limiti e difetti: non è un mondo migliore o un alternativa più saggia, sebbene sia funzionale a trasmettere il messaggio del film. 

    Damien deve mettere da parte il suo orgoglio e sottomettersi a questo sistema. Il suo spirito di adattamento e il suo desiderio di fare carriera saranno messi a dura prova da Alex, la sua controparte cinica e affascinante, che incarna i valori di una mascolinità tossica. 

    Ladies First recensione: perché vederlo su Netflix

    Ladies First è una commedia dal sapore agrodolce, che diverte e allo stesso interroga lo spettatore sullo stato della società e su quali direzioni si possano intraprendere per la ricerca delle pari opportunità nel tentativo di portare uguaglianza tra i sessi e nei benefici che ne possono derivare. 

    Se ami le commedie che fanno riflettere leggi anche la recensione di Creature Luminose .

  • Mostra cinema a Torino: ‘A schermo Pieno’ alla Mole Antonelliana

    Mostra cinema a Torino: ‘A schermo Pieno’ alla Mole Antonelliana

    i distributori di benzina raccontano la nostra storia: l’Italia del Novecento alla Mole

    La nuova mostra di cinema allestita presso il piano accoglienza della Mole Antonelliana è un viaggio nel Novecento attraverso il cinema italiano, capace di trasformare spazi apparentemente anonimi in testimoni delle nostre trasformazioni profonde. È il caso delle stazioni di servizio AGIP, veri e propri avamposti di modernità che hanno punteggiato le strade di un’Italia che cambiava passo. A questo suggestivo incrocio tra architettura, costume e memoria collettiva è dedicata una nuova e attesa mostra di cinema a Torino: A SCHERMO PIENO. Eni nel cinema italiano. Curata da Sergio Toffetti, l’esposizione è ospitata dal 21 maggio al 24 agosto 2026 al Museo Nazionale del Cinema, all’interno della splendida cornice della Mole Antonelliana.

    Attraverso foto di scena, bozzetti, sequenze e spot pubblicitari, il percorso espositivo segue un filo cronologico che si snoda attraverso 37 pellicole. Si parte dal bianco e nero drammatico e rurale di Ossessione di Luchino Visconti (1943), passando per le denunce civili de Il caso Mattei di Francesco Rosi (1972), fino ad arrivare alle produzioni del nuovo millennio con lo sguardo di autori come Nanni Moretti, Carlo Verdone ed Edoardo De Angelis. Nel passaggio dalla pellicola in bianco e nero al colore, le aree di sosta si trasformano nei road movies all’italiana in veri e propri teatri sospesi, luoghi di incontri notturni, partenze e trasformazioni personali.


    Dal design d’avanguardia alla memoria collettiva del Paese

    Il cuore pulsante dell’allestimento è la spettacolare ricostruzione della stazione di servizio di Piazzale Accursio a Milano, progettata nel 1953 da Mario Bacciocchi. Quella struttura, con le sue linee aerodinamiche, divenne il simbolo plastico del boom economico. Al suo interno, i visitatori possono perdersi tra filmati d’archivio e disegni tecnici che mostrano come il design industriale – grazie anche al lavoro di Marcello Nizzoli e al celeberrimo marchio del “cane a sei zampe” di Luigi Broggini – abbia ridisegnato il nostro orizzonte visivo.

    Tutti i materiali provengono dall’immenso Archivio Storico di Eni: un patrimonio di ben sei chilometri di documenti e mezzo milione di fotografie che superano la dimensione aziendale per farsi memoria civile e racconto delle comunità. Tra le chicche in mostra spicca anche una storica immagine del 1932 con cui il MoMA di New York presentò per la prima volta una pompa di benzina, riconoscendola come icona di razionalità e progresso.

    Gli appuntamenti al Cinema Massimo e l’accessibilità della mostra

    Un concetto ribadito anche dalle istituzioni locali, che sottolineano come questa iniziativa confermi il ruolo centrale del Piemonte nel panorama culturale cinematografico, capace di usare l’audiovisivo come leva di crescita e valorizzazione del territorio. Per calarsi pienamente in queste atmosfere, l’esperienza si estende infatti sul grande schermo al Cinema Massimo.

    La sera dell’inaugurazione viene proiettato il capolavoro di Dino Risi, Il sorpasso (1962), alla presenza del regista Marco Risi. Il viaggio continua poi dal 15 al 29 giugno con una rassegna dedicata che riproporrà, tra gli altri, classici intramontabili come La dolce vita di Fellini e A ciascuno il suo di Petri. Una menzione speciale va infine all’accessibilità: l’intero percorso è stato progettato secondo i criteri del Design for All, offrendo introduzioni in LIS (Lingua dei Segni Italiana) e testi facilitati.

  • Recensione ‘In the Grey’: il nuovo film action di Guy Ritchie

    Recensione ‘In the Grey’: il nuovo film action di Guy Ritchie

    In the Grey

    2025

    Guy Ritchie

    118 min

    Azione, Guerra

    USA / UK

    Miramax, Ritchie Balthazar

    01 Distribuition

    Jake Gyllenhaal, Henry Cavill, Eiza González

    2025

    Qual è il confine tra giusto e sbagliato? Scoprilo nella recensione di In the Grey, diretto da Guy Ritchie e distribuito da 01 Distribution. Il regista inglese firma un film ad alto tasso di adrenalina, in cui l’azione scorre a fiumi e il recupero crediti diventa una professione affascinante. 

    In the Grey: il team di Rachel

    Rachel Wild (Eiza González) è una donna affascinante e misteriosa il cui lavoro consiste nel recuperare ingenti somme di denaro. Per farlo si avvale della collaborazione di Bronco (Jake Gyllenhaal) e Sid (Henry Cavill), due sicari specializzati rispettivamente in combattimento il primo, in corruzione il secondo. Mentre una parte del team di Rachel si occupa degli aspetti legali e burocratici, Sid e Bronco operano nella zona grigia, cercando di arrivare dove la legge non può. 

    Rachel dà la caccia a Manny Salazar, interpretato da Carlos Bardem, colpevole di aver sottratto un miliardo di dollari a un’agenzia. L’antagonista di turno ha, come ogni cattivo che si rispetti, il controllo di un’isola e delle forze di polizia, oltre a una piccola milizia privata che garantisce la sua sicurezza. Salazar appare come un cattivo riuscito, che con i suoi capricci da miliardario è capace di risultare fastidioso e antipatico allo spettatore. 

    la pianificazione dell’azione

    La maggior parte del film è dedicata ai preparativi che il team di Rachel deve  organizzare per la sicurezza della protagonista, anche soprannominata mamma, durante l’incontro faccia a faccia con Salazar. Potendo contare solo su se stessi in territorio ostile, Sid e Bronco preparano varie strategie di esfiltrazione per poter essere pronti a ogni eventuale scenario. È interessante notare come Ritchie si soffermi su questi momenti, descrivendo ogni azione che avviene a schermo con la voce narrante della protagonista, e mostrando uno spaccato sul lavoro dietro le quinte delle persone che si occupano di queste operazioni. Azioni, strategie, percorsi e mezzi di trasporto sono organizzati con una precisione assoluta, perché ogni minimo errore può essere fatale. 

    In the Grey: un buddy movie adrenalinico

    In the Grey è un film che si concentra sulla zona grigia del mondo “sporco” delle operazioni non ufficiali. Gli schieramenti sono evidenti e c’è una netta dicotomia tra giusto e sbagliato. In questo contesto, il “recupero crediti” non va inteso nel senso classico del termine, ma come il lavoro di specialisti assoldati per riottenere fondi rubati. In ogni caso, In the Grey è un film d’azione che intrattiene grazie all’alto tasso d’adrenalina e a un montaggio serrato; la sua durata scorre piacevole grazie alla complicità del duo Sid/Bronco, che con la loro alchimia e il loro rapporto da buddy movie catalizzano l’attenzione e fungono da “motori” del film.