Autore: Andrea Dall’Armi

  • Lovers Film Festival: le novità della 41 edizione

    Lovers Film Festival: le novità della 41 edizione

    Il Lovers Film Festival, lo storico festival italiano che indaga i temi LGBTQI+ , diretto da Vladimir Luxuria e fondato da Giovanni Minerba e Ottavio Mai, torna a Torino dal 16 al 21 aprile 2026 al Cinema Massimo, la multisala del Museo Nazionale del Cinema. Il Festival trova nel cinema il linguaggio ideale per sviluppare il proprio racconto, portando a Torino opere e autori provenienti da tutto il mondo: storie che attraversano relazioni e identità di genere, offrendo al pubblico sguardi sempre nuovi e plurali sul presente.

    Per il settimo anno Lovers è diretto da Vladimir Luxuria, attivista, scrittrice, personaggio televisivo, attrice, cantante e drammaturga, celebre anche per la sua attività politica. La direttrice artistica sarà affiancata da Angelo Acerbi, vicedirettore artistico e responsabile della selezione e dai selezionatori Elisa Cuter, Alessandro Uccelli e con la collaborazione di Niccolò Gossi.

    La serata inaugurale

    La quarantunesima edizione del Lovers Film Festival si aprirà giovedì 16 aprile, alle 19,30 nell’Aula del Tempio della Mole Antonelliana simbolo della città di Torino e sede del Museo Nazionale Del Cinema con il consueto saluto della madrina d’eccezione Donatella Finocchiaro. Alla serata interverranno anche il sopranista Federico Fiorio, che intonerà alcune arie di Farinelli, accompagnato dal pianista Luigi Trivisano. Il film di apertura sarà il lungometraggio “Maspalomas” di Aitor Arregi, preceduto dal cortometraggio “Mike and the Magazine” di Marcello Paolillo (presente in sala). Sono oltre cinquanta i film in programma, provenienti da ventuno nazioni. Tra questi spiccano anche due titoli fuori concorso: Blue Film di Elliot Tuttle e Strange Journey: the story of Rocky Horror di Linus O’Brien.

    Lovers Film festival: sezioni competitive e ospiti

    Tre le sezioni competitive principali: All The Lovers – Premio Ottavio Mai, concorso internazionale lungometraggi; Real Lovers, concorso internazionale documentari e Future Lovers, concorso internazionale cortometraggi. Le tre giurie saranno presiedute dall’attore Lorenzo Balducci, dal critico Vincenzo Patanè e dall’artista Josefine Yole Signorelli, in arte Fumettibrutti. Gli spettatori avranno la possibilità di dare un voto per ogni categoria principale dei concorsi del festival: All the Lovers, Real Lovers e Future Lovers.

    Nei sei giorni del festival molte personalità del mondo cinematografico, della cultura e dello spettacolo saranno ospiti del Cinema Massimo. Fra gli ospiti cinematografici i protagonisti di Sensualità a Corte Marcello Cesena (Jean Claude), Simona Garbarino (Madre) e Fabrizio Lopresti (Daiana) che riceveranno il premio Adoration Award prima della proiezione di Sensualità A Corte – Il Film di Marcello Cesena (Italia, 2026, 80’) sabato 18 aprile alle 18 in sala 1. Saranno ospiti del festival anche Raúl Tejón, protagonista della serie Machos alfa e del film Who wants to marry an astronaut di David Matamoros che sarà proiettato sabato 18 aprile alle 22,30 in sala 1 e Helen Walsh regista di On the Sea (sabato 18 aprile alle 20 in sala 1) e celebre scrittrice britannica con all’attivo molti premi e riconoscimenti.

  • My Name is Orson Welles: la nuova mostra del Museo Nazionale del Cinema

    My Name is Orson Welles: la nuova mostra del Museo Nazionale del Cinema

    My Name is Orson Welles è la nuova mostra del Museo Nazionale del Cinema, dal 1 aprile al 5 ottobre 2026, dedicata alla figura di Orson Welles. Ideata dalla Cinémathèque française e curata dal suo direttore Frédéric Bonnaud, la mostra vanta materiali provenienti da varie collezioni pubbliche e private e dal Fondo Orson Welles del Museo Nazionale del Cinema, alcuni dei quali mai esposti prima. Il percorso elicoidale ripercorre la vita e la carriera del grande regista attraverso fotografie, documenti d’archivio, disegni, manifesti, materiali audiovisivi e installazioni. L’intento è di mostrare anche i lati meno noti ma altrettanto centrali di questo artista poliedrico attraverso cinque aree tematiche. Quante storie sono racchiuse in una vita?

    Il genio dietro la star

    I materiali in mostra costruiscono un racconto che va oltre la semplice celebrazione dei suoi film più noti. Al centro emerge il processo creativo di Welles, caratterizzato da una continua sperimentazione e da una tensione costante verso il superamento dei limiti imposti dall’industria cinematografica.
    Fin dagli esordi con il film Quarto potere, il regista si distingue per la capacità di innovare il linguaggio cinematografico, imponendo una visione personale e radicale che, insieme a tutte le sue contraddizioni, ne rafforza il fascino e la portata.

    Particolare risalto è stato dato al rapporto tra il cinema di Welles e il tema dell’illusione. Appassionato di magia, il regista concepiva il cinema come un dispositivo capace di trasformare la realtà e sorprendere lo spettatore, in un gioco continuo tra finzione e verità.

    Viene infine sottolineata la dimensione internazionale del suo percorso, con un’attenzione particolare al rapporto con l’Europa, dove Welles trovò nuove opportunità creative lontano dalle logiche hollywoodiane.

    My name is Orson Welles: gli inizi

    Orson Welles nasce il 6 maggio 1915 a Kenosha (Wisconsin), una piccola città del Midwest. Trascorre una parte della sua infanzia a Chicago, allora in piena effervescenza artistica. Privato molto presto della madre (morta nel 1924), è già considerato un genio dall’amico materno e dottore Maurice “Dadda” Bernstein. Il giovane Orson grazie alle sue numerose doti artistiche è popolare tra adulti e bambini. «Bambino prodigio di terza classe», come egli stesso confiderà alla sua amica Jeanne Moreau, è spesso diviso tra il suo vero padre e il suo tutore “Dadda”. In Quarto potere si ritrovano tracce di questi conflitti familiari. Nel 1926 entra alla Todd School for Boys, scuola dove si privilegia l’insegnamento artistico, in particolare il teatro. Qui Orson incontra un nuovo protettore, Roger “Skipper” Hill e diventa ciò che resterà tutta la sua vita, un attore-regista, che già mette in scena opere di Shakespeare.

    Quarto Potere: un debutto “leggendario”

    Secondo i sondaggi annuali della rivista britannica «Sight & Sound», il film Quarto potere è stato per 50 anni il “miglior film del mondo”. È insieme un tentativo e un capolavoro. La RKO Pictures mette un intero studio cinematografico a disposizione di Welles, un debuttante di 24 anni. Le uniche condizioni: rispettare il budget di circa 800.000 dollari (una cifra importante per la RKO) e consegnare un film accettabile come durata e nei tempi previsti.
    Il film esce il 1° maggio 1941 e viene presentato come un enorme successo mediatico. Quarto potere non ottiene tuttavia, il successo commerciale auspicato. L’accoglienza critica è eccezionale negli Stati Uniti, ma il film si scontra contro il boicottaggio della stampa di Hearst e il rifiuto di alcune sale a programmarlo.

    Quarto potere non arriva a pareggiare le spese, il che indebolisce la posizione del regista di fronte ai suoi committenti. Rompicapo, rebus, opera d’arte che si offre in quanto tale, voluta e interpretata da un cineasta demiurgo, il film è il manifesto di un giovane intellettuale dalle idee brillanti, che ha già vissuto mille vite. Welles è un uomo di spettacolo che sconvolge allegramente tutte le regole consolidate della narrazione e della tecnica hollywoodiana.

    My Name is Orson Welles: La fuga da Hollywood

    Sorvegliato dall’FBI che lo considera un simpatizzante comunista, in difficoltà tanto con il fisco quanto con gli Studios dopo una costosa controversia con il produttore di La signora di Shanghai, Welles lascia gli Stati Uniti per l’Europa nel 1947, sperando di trovare una nuova indipendenza e soprattutto di poter girare Cyrano de Bergerac con il produttore Alexander Korda, che nel frattempo gli offre di interpretare il miglior film della sua prolifica e disordinata carriera di attore: Il terzo uomo (1949), girato da Carol Reed tra le rovine e le fogne di Vienna.
    Trionfo di critica e successo commerciale, il film è un pessimo affare per Welles che aveva optato per un compenso elevato anziché una percentuale sugli incassi che lo avrebbe reso milionario. Da quel momento Welles diventa un volto noto nelle produzioni europee e la sua inconfondibile silhouette apparirà innumerevoli volte al cinema e in televisione.

    Orson Welles è una figura a tutto tondo: attore, regista teatrale, direttore di compagnia e voce nota della radio. Famoso fin da giovane per il celebre adattamento de “La Guerra dei Mondi“, che ha terrorizzato gran parte degli Stati Uniti, è stato un’artista unico nel panorama cinematografico, capace di sperimentare non dimenticando mai di essere un “uomo del popolo”. Il suo genio si è spesso scontrato con le fredde logiche produttive di Hollywood, tuttavia i suoi lavori sono ancora oggi considerati capisaldi della storia del cinema.

    Il Museo Nazionale del Cinema di Torino presenta questa nuova affascinate esperienza che esplora la vita e le opere di un’artista poliedrico che ha contribuito alla storia del cinema vivendo molte vite in una.

  • ‘The Last Viking’: un viaggio alla riscoperta di sé

    ‘The Last Viking’: un viaggio alla riscoperta di sé

    Esistono ancora i vichinghi nella società moderna? Anker (Nikolaj Lie Kaas) e Manfred (Mads Mikkelsen) sono i protagonisti di The Last Viking (Den sidste viking). Il regista danese Anders Thomas Jensen dirige un buddy movie che tra ironia tagliente e violenza fa riflettere sui legami familiari. Dopo un’accoglienza positiva ricevuta durante l’82 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, The Last Viking è disponibile al cinema, distribuito da Plaion Pictures

    Anker torna a casa dopo aver scontato quindici anni di carcere per rapina. Impulsivo, rabbioso e incapace di riappacificarsi col passato, la sua figura è in netto contrasto con il fratello Manfred, sereno e pacifico. Quest’ultimo nel corso degli anni ha tenuto segreto il nascondiglio del bottino, tuttavia ha sviluppato anche un disturbo dissociativo della realtà che gli fa credere di essere John Lennon. A fare da paciere tra i due, invano, è la sorella Freja: è stata lei a prendersi cura di Manfred quando Anker era in prigione e cerca sempre di portare equilibrio e buonsenso tra i litigi dei fratelli, portando sulle sue spalle la responsabilità di tenere unita la famiglia. Quello che doveva essere una semplice “missione” di recupero di refurtiva si trasforma in un viaggio interiore alla riscoperta di sè, che va ben oltre i beni materiali. 

    The Last Viking: affrontare il passato

    The Last Viking si interroga su cosa sia il concetto di identità. Siamo noi a scegliere chi siamo o siamo il frutto delle circostanze che ci plasmano? Il regista danese affronta con intelligenza e ironia tagliente la questione, facendo sì che la ricerca del bottino sia un mezzo per scavare nella psiche dei protagonisti lì dove tutto è iniziato: nell’antica magione di famiglia. Le risposte si celano infatti tra i fantasmi del passato: un’infanzia segnata da infelicità, bullismo e un padre violento.

    Photo Credit Rolf Konow

    The Last Viking fa riflettere sulle modalità con cui i due fratelli affrontano il trauma: Manfred ha deciso di frammentare la sua psiche immedesimandosi nei vichinghi della sua fantasia, guerrieri imponenti e coraggiosi, capaci di affrontare qualsiasi sfida. Anker invece ha “semplicemente” rimosso la sua infanzia, perché troppo pesante da sopportare. Nel corso della sua permanenza nella magione di famiglia le epifanie gli ricordano la scomoda verità che ha scelto di dimenticare  portandolo ad affrontare il passato. 

    The Last Viking è un film coinvolgente, affascinate e ironico, che induce ad una riflessione profonda sul tema dell’idendità, personale e percepita. Il vero tesoro è la possibilità di ricostruire un legame spezzato e ridefinire sè stessi. L’apertura e la chiusura del film sono narrate attraverso una descrizione ideale di una società vichinga, in cui i problemi del singolo diventano i problemi di tutti: un’ulteriore spunto di riflessione sulla crudeltà della società moderna.

  • ‘L’ultima missione: Project Hail Mary’ l’odissea spaziale di Ryan Gosling

    ‘L’ultima missione: Project Hail Mary’ l’odissea spaziale di Ryan Gosling

    Siete pronti per un viaggio nello spazio? Il dottor Grace, protagonista de L’ultima missione: Project Hail Mary, sicuramente no. Prodotto da Amazon MGM Studios e distribuito da Sony Pictures, il film è disponibile al cinema. 

    Ryland Grace, interpretato da un bravissimo Ryan Gosling, si sveglia in un’astronave, smarrito e senza avere memoria del motivo della sua presenza  in quel luogo. I suoi due compagni di viaggio sono morti per cause sconosciute e una verità ben peggiore incombe su di lui: è solo. Tra momenti di euforia e disperazione, il protagonista inizia a ricordare la sua vita attraverso dei flashback. Un tranquillo insegnante di una scuola media con un dottorato in biologia molecolare si trova improvvisamente catapultato in una disperata missione per cercare di salvare la vita sulla terra. La scoperta della linea Petrova e degli esseri che la abitano, in seguito chiamati astrofagi, porta ad una sconvolgente rivelazione: il sole è in pericolo e con esso la speranza di sopravvivenza sulla Terra. 

    Project Hail Mary: il valore dell’amicizia

    Strappato alla sua monotona routine quotidiana, il dottor Grace si sente fuori posto: non crede in sé stesso e soprattutto non pensa di essere un uomo coraggioso, adatto ad una missione di questo genere. Tuttavia il destino, o l’universo in questo caso, ha altri piani per lui; quando tutto sembra essere perduto, il protagonista trova un aiuto insperato in Rocky, un alieno eridiano con cui riesce a stringere un’amicizia. Il protagonista scoprirà così che gli astrofagi non minacciano solo la vita sulla Terra ma anche quella di altri pianeti. 

    Ryan Gosling stars as Ryland Grace in PROJECT HAIL MARY, from Amazon MGM Studios.

    Photo credit: Jonathan Olley

    I registi Phil Lord e Christopher Miller ricreano perfettamente le atmosfere spaziali e il disperato viaggio verso l’unico pianeta non minacciato dagli astrofagi. Paura, ansia, speranza e risate si alternano costantemente per tutta la durata del film: Ryan Gosling riesce a reggere con la sua interpretazione il “peso” del film e a rendere unico il suo personaggio. Grace è una figura con cui si riesce ad empatizzare e a cui si vorrebbe dare una mano per riuscire a svolgere un compito all’apparenza impossibile. Per chi saresti disposto a morire è l’unica domanda a cui il protagonista non riesce a trovare una risposta. Senza parenti e amici, trova la sua dimensione quando pensa che tutto sia perduto.Servirà la compagnia di un tenero alieno a ricordargli i valori che gli esseri umani dovrebbero incarnare.

    L’ultima missione: Project Hail Mary è un film che fa riflettere, emoziona e diverte al tempo stesso. È uno specchio della società moderna, immersa nella solitudine, e ci ricorda di quanto siano fondamentali la comunicazione e l’ amicizia. Qualsiasi problema, per quanto sembri insormontabile, si può risolvere insieme. 

  • The Dinosaurs: un documentario affascinante

    The Dinosaurs: un documentario affascinante

    Siete pronti ad intraprendere un viaggio nel tempo in una delle epoche storiche più famose di tutti i tempi? The Dinosaurs è disponibile in streaming su Netflix. Prodotta da Steven Spielberg e narrata da Morgan Freeman, la serie tv è un’opera affascinate e magnetica che racconta l’ascesa e la caduta dei dinosauri. 

    The Dinosaurs è composta da quattro episodi (Ascesa, Conquista, Impero e Caduta) ciascuno dei quali affronta un determinato periodo storico ed evolutivo che ha caratterizzato la storia dei dinosauri. Un viaggio nella storia che dura milioni di anni e che ancora oggi è in grado di stupire, coinvolgere e affascinare. Morgan Freeman conduce con la sua voce questa “gita” nella preistoria, intrattenendo gli spettatori con dettagli e curiosità, descrivendo quanto avviene a schermo. 

    The Dinosaurs: un viaggio nella preistoria

    Il documentario, frutto della collaborazione di Amblin Documentaries e Silverback Films, ricostruisce le varie epoche storiche con accurata straordinaria: il Mesozoico, il Giurassico e il Cretaceo non sono mai sembrati così veri. L’evoluzione dei dinosauri, sopravvissuti al regno dei rettili, non è solo genetica ma anche l’adattabilità ha svolto un ruolo essenziale per permettergli di sopravvivere ad un ambiente in perenne trasformazione. La terra della preistoria era infatti in tumulto: tra spostamento della crosta terrestre, vulcani in eruzione, piogge durate migliaia di anni e improvvisi cambiamenti climatici hanno richiesto mutamenti evolutivi drastici. È incredibile come la vita sia stata comunque in grado di prosperare nonostante queste avversità. 

    The Dinosaurs. Cr. Courtesy of Netflix © 2026

    The Dinosaurs è un’esperienza visiva incredibile: la CGI usata, unita a riprese dal vivo, dà vita ad un mondo pulsante. Le varie creature rappresentate a schermo sono magnifiche e curate fin nei minimi dettagli. Rettili, carnivori ed erbivori si contendono l’egemonia del pianeta ed evolvono insieme ad esso in un eterno ciclo di caccia e sopravvivenza, dove l’equilibrio della natura trova il suo culmine nel leggendario tirannosauro, il predatore definitivo. Le varie epoche storiche determinano anche l’ambientazione degli episodi: si spazia da foreste lussureggianti a catene montuose, da deserti sabbiosi a lande ghiacciate fino al mare. I cambiamenti atmosferici e ambientali determinano di pari passo l’evoluzione di dinosauri e piante. 

    The Dinosaurs è uno splendido documentario, capace di attrarre sia gli appassionati del genere che gli spettatori occasionali. La resa viva mozzafiato, il montaggio e la voce narrante di Morgan Freeman creano un’alchimia da cui è difficile staccarsi. L’unico rimpianto alla fine dei quattro episodi è forse la brevità degli stessi: cinquanta minuti circa ad episodio lasciano il desiderio di vedere di più e di continuare questo viaggio. Un tributo eccezionale alla storia dei dinosauri. 

  • La mattina scrivo- à pied d’œuvre

    La mattina scrivo- à pied d’œuvre

    Quante rinunce facciamo per inseguire i nostri sogni? È la stessa domanda che si pone Paul, il protagonista di La mattina scrivo, l’ultimo film di Valérie Donzelli distribuito in Italia da Teodora Film

    Dopo aver lasciato una promettente carriera nella fotografia per inseguire il sogno di diventare scrittore, Paul, interpretato da Bastien Bouillon, si trova ad un punto fermo. Tre libri pubblicati ma nonostante gli elogi ricevuti dalla critica il successo non arriva. 

    Le richieste dell’editor si fanno più pressanti: il quarto libro dev’essere quello della svolta. Il protagonista si trova così a dover prendere decisioni drastiche nella sua vita. Separato dalla moglie e dai figli, che decidono di lasciare Parigi, Paul lascia la casa lussuosa per trasferirsi in un monolocale. Immerso in questo microcosmo osserva le vite dei passanti e accetta di svolgere lavori umili che trova su una piattaforma online per poter arrivare a fine mese, non potendo contare su solide entrate garantite dai diritti d’autore. Tuttavia l’ispirazione per il libro sembra essere sempre sfuggente. Nel corso della nuova direzione che ha preso la sua vita, Paul si trova a contatto con diversi contesti sociali a lui sconosciuti e che gli aprono gli occhi su spaccati della società che ignorava.

    La mattina scrivo: lo specchio della società

    Il protagonista vive ed è allo stesso tempo voyeur di queste situazioni, tuttavia il suo garbo e il suo essere posato gli permettono di gestire anche le recensioni negative che abbassano il suo punteggio. È in questi contesti che emerge la crisi dell’artista, quando circondato dalla solitudine del suo micro appartamento si chiede quanto ancora dovrà sacrificare “per farcela” o quando potrà nuovamente guadagnare i soldi necessari per poter andare a trovare la sua famiglia. Paul deve anche confrontarsi con i rigidi giudizi dei suoi genitori, che non si capacitano di come abbia potuto abbandonare la stabilità e le generose entrate garantite dal suo precedente impiego per vivere di lavori saltuari e sottopagati. 

    La mattina scrivo è un film intenso e riflessivo, nel quale la regista Valèrie Donzelli mette a nudo le difficoltà di essere uno scrittore nella società odierna. La complessità del mondo dell’editoria, le app per trovare lavoro e i rapporti familiari e i confronti con amici e conoscenti che “ce l’hanno fatta” si amalgamano fluidamente come a formare un quadro in cui rispecchiarsi. La mattina scrivo è un film dolce amaro, che porta ad interrogarsi se effettivamente tutte le rinunce che facciamo siano veramente utili o semplicemente fini a se stesse per appagare l’ambizione personale. Il film è un riflesso intimo e realistico della società ma anche un inno alla resilienza e alla speranza. 

  • Rental Family

    Rental Family

    Distribuito da Searchlight Pictures, il film della regista giapponese Hikari esplora il controverso fenomeno della Rental Family. Un’ agenzia di attori professionisti con sede a Tokyo. Quest’ultimi vengono assunti dalle persone come amici, fratelli, sposi o amanti per simulare situazioni di vita quotidiana o come scappatoia da situazioni scomode. Un fenomeno in voga per superare le barriere e i rigidi pregiudizi che la società giapponese impone ai cittadini. 

    Protagonista della storia è Phillip Vanderploeug, interpretato da un bravissimo Brendan Fraser, un attore americano che vive in Giappone da sette anni. La sua non è la vita che aveva immaginato. Sempre di corsa tra un provino e l’altro, le sue giornate culminano a volte in uno dei bar locali, dove circondato da birra e solitudine pondera la sua esistenza. La svolta nella sua carriera avviene con un ruolo inaspettato: un americano triste per un funerale. Da quel momento entra nella dimensione della Rental Family. Una realtà dove la finzione è messa al servizio del prossimo. 

    Inizialmente riluttante nell’accettare questo lavoro, Phillip scopre un mondo a lui del tutto nuovo: aspetti della società che ignorava, avere uno scopo nelle sue giornate, migliorare la vita delle persone che lo ingaggiano. Presto diventa ben più di una semplice mansione, ma una vocazione. Tuttavia, il confine tra ruolo e realtà si fa sempre più sottile: il suo datore di lavoro impone il distacco emotivo, ma Phillip, con la sua indole gentile, non riesce a non affezionarsi alle persone che aiuta. Il film evidenzia così il conflitto etico tra il dovere professionale e la natura empatica dell’essere umano.

    Rental Family si sofferma sulle contraddizioni della società giapponese, mettendone in mostra pregi e difetti: il rispetto e le buone maniere, tra le persone e negli ambienti di lavoro sono contrapposti alla solitudine, la vera protagonista del film. Quando Phillip rientrando a casa chiude la porta, si ritrova solo. Diventa voyeur nel guardare le vite degli altri condomini, con i loro riti, usanze e abitudini familiari. La sua abitazione rispecchia il cambiamento interiore: si arricchisce di oggetti che gli vengono donati durante i suoi ingaggi, portando ventate di bei ricordi e nostalgia per il suo aiuto, frammenti di vite che ha vissuto. 

    Il protagonista trova così la sua strada, non inseguendo la fama televisiva sperata, ma portando la sua presenza autentica nella vita degli altri. Va contro le direttive aziendali e decide di usare i sentimenti per poter dare un aiuto concreto e non solo di facciata. 

    Rental Family è un film dolce e poetico, che diverte e al contempo fa riflettere sullo stato delle relazioni ai nostri giorni. Una commedia “umana” che ricorda l’importanza dei legami e della fiducia reciproca in una società sempre più immersa nella solitudine. 

  • Il mago del Cremlino

    Il mago del Cremlino

    Il mago del Cremlino è un film di Olivier Assayas che racconta la vita dello spin Doctor personale di Vladimir Putin, Vadim Baranov. Tratto dall’omonimo romanzo di Giuliano da Empoli, il film è distribuito da 01 Distribution.

    Ambientato nei primi anni novanta, poco dopo la caduta dell’URSS, il film segue la storia di Vadim Baranov, un giovane brillante e ambizioso, che cerca la sua via in un paese dominato dal caos. Da artista d’avanguardia a produttore di reality show, il protagonista riuscirà a diventare lo spin doctor di un ex agente del KGB deciso a cambiare il destino del proprio paese: Vladimir Putin. Muovendosi invisibile nel cuore del sistema, Vadim plasma la storia politica della Russia, confondendo i confini tra realtà e menzogna, tra convinzione e propaganda. Solo una persona riesce a sfuggire alle maglie del controllo: Ksenia, la donna di cui è follemente innamorato. 

    Il regista francese Assayas ricrea la storia di Baranov dividendo il film in capitoli, ognuno dei quali è legato ad un momento cruciale della vita del protagonista e del Paese. Il tutto avviene attraverso una conversazione con un professore di Yale che si trova in Russia per il suo anno sabbatico. La narrazione alterna scene di finzione a filmati d’archivio, dalla guerra di Crimea alle dinamiche interne del Cremlino, fondendo passato e presente in modo naturale e avvincente. 

    Sia Paul Dano che Jude Law interpretano magnificamente i loro rispettivi ruoli: Vadim Baranov il primo, Vladimir Putin il secondo. Il protagonista è magnetico, uno stratega silenzioso che muove magistralmente i fili dietro le quinte. Scrive i discorsi, recluta gli alleati e pianifica le apparizioni pubbliche, plasmando l’immagine del futuro leader. La sua capacità di anticipare i tempi e capire il potere dei media lo rende un ingranaggio essenziale della scalata al potere di Putin. 

    Jude Law d’altro canto appare freddo, calcolatore e determinato. I vari ostacoli che si presentano sulla sua strada vengono pian piano rimossi e anche gli oligarchi, da sempre i “veri” detentori del potere, si devono presto abituare ai nuovi equilibri, in cui il denaro non garantisce più l’incolumità come un tempo. I valori di libertà e democrazia sembrano essere incarnati dal solo personaggio di Ksenia, interpretata da Alicia Vikander. La sua figura rappresenta un faro che guida il protagonista lontano dal mondo costruito sulla manipolazione e sul controllo che si va creando. 

    Il mago del Cremlino è un film in cui passato e presente si fondono, esattamente come accade con realtà e finzione. Si crea così una narrazione intrigante e intensa, che illumina i retroscena della politica ed evidenzia la sottile linea tra verità e inganno. Il regista francese Olivier Assayas  riesce a raccontare un complesso periodo storico in maniera interessante e disinvolta , coinvolgendo lo spettatore in un viaggio nel tempo. 

  • First Light: intervista al regista James j. Robinson

    First Light: intervista al regista James j. Robinson

    All’International Film Festival Rotterdam ho avuto l’opportunità di intervistare James J. Robinson, regista di First Light.


    Andrea: Complimenti per il film James. Ho notato come tu abbia messo in relazione fiducia, ricchezza e moralità. Avevi in mente una critica sociale specifica oppure volevi raccontare qualcosa di più universale?

    James: Non volevo essere troppo esplicito o forzare un’intenzione precisa. Spesso è una trappola in cui cadono i giovani registi: spiegare tutto in modo troppo evidente. Per me sarebbe stato il modo sbagliato di raccontare questa storia.
    Quello che volevo fare era dipingere un ritratto onesto di una comunità nelle Filippine. Molti dei personaggi sono ispirati a persone reali che conosco: figure che, in un certo senso, sono degli archetipi. Esistono in tante storie diverse, in epoche e luoghi differenti: persone che tradiscono la fiducia, altre che mantengono la grazia, giovani che si pongono domande.

    Questo mondo, pur essendo profondamente filippino, credo sia traducibile ovunque. Il mio valore, forse, sta proprio nel mio essere sia australiano sia filippino: vivere tra due culture mi permette di vedere non tanto le differenze, ma i punti di contatto. Le dinamiche tra ricchi e poveri, tra fiducia e sfiducia, sono universali.

    Andrea: Qual è allora il ruolo della comunità? Nel film appare curiosa, presente, ma anche silenziosa. In certi momenti sembra quasi legittimare ciò che accade.

    James: Quando parliamo di comunità, c’è un concetto fondamentale nella cultura filippina: Kapwa. È un termine indigeno che indica l’idea di relazione profonda con l’altro, di cura e responsabilità reciproca. È un concetto che potrebbe esistere in qualunque religione: nel cattolicesimo, nell’islam, ovunque.Tornare a questo fondamento e rappresentarlo nel film era molto importante per me.

    Riguardo al finale, durante la première europea qualcuno mi ha chiesto perché i personaggi non reagissero con la violenza di fronte a un’ingiustizia così evidente. È una domanda che mi accompagna da sempre. La mia risposta è più vicina al pensiero taoista e buddhista che a qualsiasi altra filosofia.

    Viviamo in un mondo che rende difficile non essere arrabbiati. Anch’io ho vissuto negli Stati Uniti per sette anni e ho provato quella rabbia, il desiderio di reagire. Ma la storia ci insegna che nulla di buono nasce dalla violenza e dal rispondere all’oppressore con gli stessi strumenti.
    Quello che cercavo di suggerire è che la giustizia per Angelo non passa attraverso l’uccisione, la violenza o la strumentalizzazione della religione. La vera domanda è: come si spezza il ciclo della violenza? Non ho una risposta definitiva, ma è una domanda che attraversa migliaia di anni di storia umana e che continuo a esplorare.


    Andrea: Perché hai scelto di raccontare la crisi di Sorella Yolanda come un processo lento e interiore, invece che come un conflitto esplicito?

    James: Avevo la responsabilità di essere fedele ai miei personaggi. Sorella Yolanda è nata con la storia e dovevo onorarla. La sua è una vita vissuta in convento: il suo sguardo sul mondo non può che essere meditativo, lento.
    Questo mi ha permesso di lavorare sul tempo, che per me è una forma di resistenza. Viviamo in un’epoca di attenzione frammentata, e raccontare una storia lenta, graziosa, significa rispettare il pubblico e fidarsi della sua capacità di ascolto.

    Una crisi che mette in discussione un’intera vita non può nascere da un singolo evento improvviso: deve essere graduale.

    Andrea: Quanto la tua vita personale ha influenzato il personaggio di Sorella Yolanda?

    James: Tutto, davvero. I registi scrivono ciò che conoscono. In un certo senso questa è anche la mia storia, raccontata attraverso metafore. Il rapporto di Sorella Yolanda con il cattolicesimo è stato, in parte, anche il mio. Crescere con simboli e testi religiosi imposti porta inevitabilmente a un momento di interrogazione, e farsi domande è una cosa sana. Tutti i personaggi del film provengono da persone che ho incontrato nella mia vita, e l’arco narrativo principale è il mio, tradotto in forme diverse.

    C’è una scena che amo molto, il dialogo tra Sorella Yolanda e la Madre superiora, in cui emerge la paura che le persone siano buone solo in cambio di una promessa di salvezza. Anche dopo tutto ciò che scopre, Yolanda conserva la compassione, ma resta la paura. Ed è proprio questa la sua forza: scegliere la fiducia pur sapendo quanto il mondo possa essere crudele.

    Prima dell’arrivo del cattolicesimo nelle Filippine, esisteva una concezione più naturale della morte e dei cicli della vita. Con la religione coloniale è cambiato anche il significato dell’essere “buoni”, spesso legato a una ricompensa. Questa, per me, è una grande ipocrisia: essere gentili dovrebbe avere valore in sé, non come mezzo per ottenere qualcosa.

    Andrea: Nel tuo film non giudichi i personaggi e non c’è una netta distinzione tra bene e male. È una scelta consapevole?

    James: Sì. Non penso che il mio ruolo sia dire alle persone cosa pensare. Il mio compito è presentare una situazione che le spinga a interrogarsi. Se inizi a dire “questo è giusto” o “questo è sbagliato”, rischi di diventare egocentrico.
    Io posso solo osservare il mondo e cercare di ricrearlo in una forma narrativa. Siamo su questo pianeta per capire chi siamo, non per trovare una verità valida per tutti, ma ciò che è giusto o sbagliato per ciascuno di noi. Con Sorella Yolanda mi interessava capire dove lei traccia quella linea, non dove la traccia l’umanità intera.

    Andrea: Un’ultima domanda: l’immagine del film è straordinaria. La composizione di alcune scene è quasi geometrica. Viene dal tuo background fotografico?

    James: Assolutamente sì. La fotografia mi ha insegnato che si può raccontare una storia in una sola immagine. Registi come Wes Anderson lo fanno benissimo. Amo il fuoco profondo, che permette allo spettatore di vedere tutto il frame e decidere dove guardare.
    Oggi il cinema usa spesso una messa a fuoco molto selettiva, ma io voglio offrire al pubblico un’immagine da osservare e su cui riflettere. Questo è il mio approccio alla cinematografia.

  • First Light

    First Light

    Presentato durante l’edizione 2026 dell’International Film Festival Rotterdam, First Light è l’opera prima del regista James J. Robinson.
    Il film segue la storia di Sorella Yolanda (Ruby Ruiz), una suora che conduce la sua esistenza con profonda dedizione ai propri voti. Durante una delle sue visite assistenziali in ospedale, è chiamata a dare l’ultima benedizione a un ragazzo morente, Angelo, coinvolto in un grave incidente nel cantiere per la costruzione dell’autostrada, considerata fondamentale per lo sviluppo della comunità.

    Da quel momento la protagonista attraversa un periodo di crisi, iniziando a indagare sulla morte del ragazzo. Per farlo si confronta con il sacerdote della chiesa locale e con la ricca moglie del proprietario del cantiere. Nel tentativo di comprendere i meccanismi che regolano il potere, Sorella Yolanda è costretta ad affrontare i molteplici dubbi che attraversano la sua mente, mettendo progressivamente in discussione le proprie credenze.

    First Light ha un ritmo compassato ed esplora, attraverso la quotidianità della protagonista, la vita della comunità. Il film mette in evidenza le difficoltà della vita in convento e la fatica nel reperire i fondi necessari per i lavori di manutenzione, così come il lavoro di cura e il ruolo assistenziale che Sorella Yolanda svolge con passione e devozione.
    Quando il suo microcosmo viene sconvolto, la protagonista non cede alla disperazione, ma si adopera per trovare risposte alle sue domande. Davvero non si poteva fare nulla per salvare il ragazzo?

    Nel suo percorso di ricerca della verità, Sorella Yolanda condivide dubbi e incertezze con il padre di Angelo, distrutto dalla perdita e lasciato solo nel proprio dolore, senza sapere esattamente cosa sia accaduto al figlio. I membri chiave della comunità vengono introdotti gradualmente, man mano che la protagonista si reca da loro per cercare risposte. Tuttavia, le sue domande non ottengono mai ciò che sperava.

    I giochi di potere che emergono scuotono profondamente Sorella Yolanda, al punto da metterla di fronte a una crisi che coinvolge persino la sua fede e la sua vita in convento. James J. Robinson, nel suo esordio alla regia, non emette giudizi espliciti, ma si limita a osservare. In assenza di una netta dicotomia tra giusto e sbagliato, il film si muove nelle zone grigie che caratterizzano la vita quotidiana, dove il confine delle scelte è stabilito più dalla percezione della realtà che da un codice morale assoluto.

    Una menzione particolare va alla fotografia, che offre immagini di paesaggi e dettagli di grande suggestione. La composizione visiva risulta equilibrata e armonica, contribuendo a immergere lo spettatore nelle sensazioni e nelle emozioni del racconto.