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  • Twist & Shoot Mister Suzuki: intervista al  regista Yves Montmayeur

    Twist & Shoot Mister Suzuki: intervista al regista Yves Montmayeur

    Genio visionario, maestro del B-movie e icona inimitabile del cinema giapponese degli anni ’60: Seijun Suzuki continua ad affascinare ed influenzare generazioni di cinefili. In questa intervista esclusiva per Moviex.it, il regista di “Twist & Shoot Mister Suzuki” racconta la genesi di un progetto nato da incontri fortuiti, pura passione per il Giappone e una preziosa collaborazione con lo storico studio Nikkatsu. Presentato fuori concorso a Venezia 83.

    E’ corretto definire il suo film come docufilm? È un’opera molto particolare, soprattutto per chi non conosce la figura di Seijun Suzuki. Come è nata l’idea e perché ha scelto di concentrarsi proprio su di lui?

    Sì, la definizione “docufilm” va benissimo. Innanzitutto, nasce tutto da una mia grande passione per la cultura e per il cinema giapponese. Ho già realizzato cinque o sei documentari sul cinema nipponico, ma questo è il primo dedicato a un autore scomparso; di solito mi occupo di registi ancora in vita, come Takeshi Kitano o Takashi Miike. Ho scelto Suzuki-san perché è un maestro fondamentale, un autore con una cifra stilistica assolutamente autentica.

    La prima volta che ho visto un suo film è stato a metà degli anni ’90 su VHS — probabilmente un’edizione britannica, dato che persino in Francia non era facile reperire le sue opere. Poco dopo ho assistito a una sua piccola retrospettiva al Rotterdam Film Festival, intorno al 1995, credo la prima vera retrospettiva su Suzuki in Europa. Rimasi letteralmente folgorato dal suo linguaggio visivo e da un processo realizzativo visceralmente creativo, totalmente fuori dagli schemi.

    Da quel momento ho tenuto sempre a mente la speranza di poterlo incontrare. L’occasione si è presentata nel 2001, quando sono stato invitato al Festival del Cinema di Gijón, in Spagna. Poco prima di partire ho controllato la lista degli ospiti e ho letto il suo nome: “Seijun Suzuki in Spagna? È pazzesco!”. Ho preso al volo la mia telecamera DV sperando di poter fare un’intervista, ed è andata bene. È stato il mio primo approccio con lui: una persona straordinariamente umile, simpatica e con la battuta sempre pronta.

    Due anni dopo sono andato in Giappone e l’ho rincontrato per una nuova intervista. In quell’occasione ho conosciuto anche il suo attore feticcio, Jo Shishido, e il suo storico scenografo. Avevo tra le mani del materiale eccezionale e l’idea di realizzare un documentario strutturato prendeva sempre più forma, superando di gran lunga la dimensione di un semplice servizio televisivo.

    Tuttavia, c’era un grande ostacolo: per fare un documentario sul cinema servono le clip dei film, e la negoziazione dei diritti con gli studios giapponesi è sempre stata estremamente complessa ed onerosa. Ho dovuto quindi mettere il progetto in stand-by.

    La svolta è arrivata quando ho incontrato i dirigenti della Nikkatsu, lo storico studio che ha prodotto le sue opere più importanti negli anni ’60. Stavano lavorando al restauro dei suoi capolavori in vista di una ridistribuzione europea in sala e in Blu-ray. Parlando con il produttore è emersa la volontà comune di realizzare un documentario, pur scontrandoci con un budget ridotto che non avrebbe mai coperto il costo delle licenze visive.

    Alla fine abbiamo trovato l’accordo perfetto: la Nikkatsu ci ha concesso l’uso gratuito di qualsiasi clip e l’accesso illimitato al loro meraviglioso archivio fotografico d’epoca come contributo diretto alla produzione. È stato l’elemento decisivo che ha permesso a questo progetto di diventare finalmente realtà.

    La collaborazione con Nikkatsu e la riscoperta degli archivi

    E’ stato difficile scoprire la documentazione negli archivi?

    Non ci sono molti archivi video su Seijun Suzuki relativi agli anni ’60, il suo periodo “pop art”. All’epoca non c’erano molte interviste, eventi o festival registrati come oggi. Sono comunque riuscito a recuperare un’intervista realizzata da un giornalista giapponese, che ho inserito nel film.

    Il vero punto di forza è stato l’archivio fotografico della Nikkatsu, la più antica casa di produzione cinematografica del Giappone. Possiedono una quantità enorme di foto di scena di rara bellezza: scatti in bianco e nero incredibilmente artistici, realizzati direttamente sui set dell’epoca. Questo materiale mi ha aiutato enormemente nella costruzione della narrazione. Ero davvero entusiasta di poter fare questo documentario per contribuire a far scoprire chi fosse Suzuki: il vero poeta del suo lavoro.

    Il ruolo delle donne nel cinema di Suzuki: riscatto e potere

    Nel documentario emerge un rapporto particolare tra Suzuki e le donne, spesso ritratte come prostitute. Qual è il suo approccio nei confronti di queste figure?

    Bisogna contestualizzare il cinema giapponese del secondo dopoguerra, tra gli anni ’50 e ’60. Nei film di genere di quel periodo, il personaggio della prostituta era diffusissimo ed era parte integrante del dramma. Non accadeva solo al cinema, ma anche nei romanzi dell’epoca e persino nelle opere dei grandi maestri classici come Kenji Mizoguchi.

    La ragione è storica: dopo la Seconda Guerra Mondiale il Giappone era in rovina, c’era una povertà estrema e la gente lottava per sopravvivere. Molte donne furono costrette a prostituirsi, soprattutto con l’occupazione militare americana. Possiamo vedere chiaramente questo spaccato nel film Gate of Flesh.

    Tuttavia, nei film di Suzuki queste donne diventano personaggi straordinariamente forti. Pur vivendo in condizioni estreme, mostrano un vero potere sugli uomini, impongono le proprie regole e sovvertono le dinamiche convenzionali. Questa forza si nota persino attraverso la scelta dei costumi e i colori sgargianti con cui vengono vestite.

    L’approccio di Suzuki è in un certo senso molto femminista: le sue protagoniste sembrano affermare “Siamo prostitute, ma allo stesso tempo lottiamo per i nostri diritti”. Nel docufilm ho inserito una clip molto divertente in cui le prostitute entrano in conflitto tra loro e iniziano a discutere quasi di politica e democrazia. È un dettaglio unico e davvero originale.

    Saori, il kimono Taishō e l’action painting iniziale

    A proposito di donne, perché ha scelto di inserire la performer Saori nel progetto?

    Nel 2018 ho realizzato un documentario intitolato “Variazione, Variazione Kawase” sulla regista Naomi Kawase, una delle autrici contemporanee più importanti. In quel lavoro chiedevo a diverse artiste di riflettere su come la propria arte si connettesse al cinema della Kawase. Durante il casting conobbi Saori: un’artista, ballerina e pittrice che crea opere mediante una sorta di action painting, lavorando persino con elementi scenici di forte impatto.

    Quando ho ideato la sequenza di apertura di Twist & Shoot Mister Suzuki, volevo evitare la presenza di una figura maschile tradizionale e ho preferito una figura femminile dinamica, capace di evocare lo spirito giocoso e visivo di Suzuki.

    Ricordando il suo volto e la sua passione per i vestiti d’epoca, le ho proposto una performance in due fasi: prima avrebbe interpretato una donna misteriosa che interagisce con l’universo maschile in tono giocoso; poi avrebbe dipinto il titolo del film in stile action painting.

    Le ho chiesto di indossare un kimono non tradizionale, bensì risalente al periodo Taishō (gli anni ’20), un’epoca storica caratterizzata dall’affascinante fusione tra tradizione e modernità, abbinandolo a un taglio di capelli e dettagli in pelle d’ispirazione retrò. Saori ha collaborato con un designer di kimono, apportando tantissime idee. È stata fantastica: abbiamo girato l’intera sequenza di apertura in appena due o tre ore. È stato un vero processo “da B-movie”, esattamente nello stile produttivo di Suzuki!

    Tra finzione, realtà e montaggio serrato

    Quanti mesi ha richiesto l’intero processo di produzione del documentario? E’ stato difficile?

    A causa del budget limitato, le riprese si sono svolte molto velocemente, ma sono abituato a questo ritmo: per questo mi definisco affettuosamente un regista da “B-documentary”!

    Abbiamo girato per circa dieci giorni a Tokyo, seguiti dalle riprese a Parigi per l’intervista con un giornalista francese. Il lavoro più lungo ed impegnativo è stato senza dubbio il montaggio, durato circa sei settimane: un tempo molto ristretto, soprattutto considerando che tutto il materiale audio era in lingua giapponese.

    È stato un processo intenso, ma lavorare a questi ritmi serrati trasmette un’energia particolare al film: si avvertono l’elettricità e la tensione del momento, esattamente come accadeva nei film di Suzuki-san.

    Per te e il tuo cast, è stata una buona esperienza?

    Assolutamente sì! Ciò che amo fare nei miei lavori è sfumare i confini tra documentario e finzione. Mi piace spiazzare il pubblico, fare in modo che lo spettatore si chieda se ciò che sta guardando sia una messa in scena o la cruda realtà del documentario. Confondere questi livelli narrativi è l’aspetto più affascinante del mio lavoro.


  • Rider: intervista a Roan Johnson e Davide Pavanello

    Rider: intervista a Roan Johnson e Davide Pavanello

    Presentato come film di chiusura della SIC durante la Mostra del Cinema di Venezia, Rider unisce la musica al cinema d’autore. In quest’intervista i registi Roan Johnson e Davide Pavanello ci raccontano i retroscena della loro opera.

    La musica come motore narrativo

    C’è qualcosa che lei avrebbe voluto realizzare e che invece effettivamente poi hai spiegato non si poteva fare?

    Roan In realtà no. Siamo riusciti a fare anzi di più di quello che ci aspettavamo. La musica è una cosa seria, chi la vede da fuori sembra che sia una cosa così, a me la musica fatta male imbarazza proprio, mi sento fisicamente male quando la sento. Ed era un rischio molto grave. Infatti abbiamo parlato e approfondito, siamo stati tantissimo insieme, abbiamo scritto un sacco di cose, siamo partiti dal punto più difficile. Una delle canzoni parte da dialoghi in rima, il suono di un frigo diventa un metronomo, poi arriva la musica, c’è la voce narrante, poi diventa un pre-ritornello e poi esplode il ritornello. Tutto in due minuti e mezzo. Se riusciamo a fare questo…

    Dal rumore del frigo che è un rumore diegetico, ma che poi diventa il beat… arriva la cassa… Insomma, quella canzone ci ha fatto capire che questa storia si poteva raccontare anche con la musica. E poi siamo tornati indietro, abbiamo cominciato a scrivere, ne abbiamo scritte sette o otto e poi abbiamo scritto la sceneggiatura.

    Rider: i paradossi sociali

    Riguardo le tematiche, riferito anche prima agli attori, qui abbiamo delle forti dicotomie: un giovane che vive un disagio quotidiano e invece una ragazza che ha comunque un futuro più incanalato. Come avete unito questa dicotomia, questi due mondi?

    Roan Intanto da un punto di vista narrativo abbiamo creato una sorta di incidente iniziale, che è questo strano risucchio… Intanto siamo in una notte molto particolare, siamo nell’ultima notte dell’anno dove appunto succedono spesso cose particolari e il protagonista viene risucchiato in un ambiente che normalmente non è il suo. E poi c’è questo incontro-scontro con questa ragazza, perché poi il film è anche effettivamente una storia d’amore. Ci sembrava interessante, come noi abbiamo unito questi due mondi della musica e del cinema, unire dei mondi che apparentemente sono distanti; non abbiamo mai voluto dare un senso di vittimismo, né entrare in tematiche sociali.

    Comunque ci siamo incontrati appena dopo la pandemia.In quel periodo io invidiavo i rider, perché erano gli unici liberi, erano gli unici che stavano fuori, che andavano in giro mentre noi eravamo chiusi nelle case. Volevamo fare un film e un album che parla di contraddizioni e paradossi: il primo paradosso è nel titolo. “Rider” nell’immaginario è una cosa molto umile, ma è una parola che significa “cavaliere” ed è per questo motivo che abbiamo voluto renderlo anche visivamente con il cavallo bianco.

    Volevo approfondire l’idea che avete accennato al tema della violenza, è volutamente lasciato sospeso senza approfondire?

    Roan L’abbiamo lasciato sospeso perché sono cose che succedono, succedono molto più spesso di quanto pensiamo. Non abbiamo voluto indagare troppo quella questione, anzi in realtà è proprio il centro della fine del nostro film, no? Quando Sami fa i conti, prima di entrare in carcere, le persone che gli vogliono bene: il suo amico Amir, Mia, i suoi genitori, si scusa per aver fatto quello che in realtà non voleva fare. È stato un errore, una scelta fatta d’istinto che l’ha portato in una strada molto brutta e pericolosa. L’amarezza di fondo per me racchiudeva tante sensazioni di questo film.

    Davide Sì, anche perché c’è una contraddizione. Intanto è una questione che ogni tanto balza agli onori di cronaca, ma quante volte non viene fuori invece una cosa del genere? Ed è una delle contraddizioni e dei paradossi del nostro tempo: una società che si è molto modernizzata, ma su alcuni comportamenti invece rimane ancora ancorata a istinti primitivi di prevaricazione. Allo stesso tempo, in qualche modo, Sami è un eroe, ma diventa allo stesso tempo carnefice. Ed è una cosa che spesso succede nella realtà: non si è tutti bianchi e neri, spesso si è grigi, spesso si è bianchi e neri insieme.

    Anche la scelta cromatica che avete fatto di mettere insieme tutti i personaggi vestiti di nero e il cavallo bianco è molto bella.

    Roan È legata molto alla prima canzone, c’è stata questa intuizione di chiamarla Tutte Noir, quindi tutto è nero come la notte, ma sono anche le tute noir, le tute nere dei rider. Quando abbiamo pensato a quest’idea, la canzone poi è scaturita da sè e l’abbiamo seguita anche nei titoli di coda: se guardi c’è un bianco e nero, bianco e nero. Il film è di Roan e Dade, l’album è di Dade e Roan, c’è sempre questo binomio che ritorna.

    La scelta del cast

    È stato un cast molto complicato da gestire?

    Davide  Sì, molto! [ride] Cioè no, da gestire no. Da gestire no perché tutta gente fantastica. Lorenzo, Kaze, Margherita che già conoscevamo ovviamente, ma anche per esempio Johnny Marsiglia… Da gestire zero. Da comporre, è stato complicato, perché poi tutti gli attori venivano sottoposti poveracci a due provini: uno con me per la recitazione e uno con lui per il canto! Spesso anche insieme, perché dovevamo decidere insieme. Però tutti si sono veramente divertiti.

    Avremmo potuto fare delle scelte molto più modaiole, andare sul ragazzino di vent’anni con un nome forte della musica attuale, o arrivare a personalità molto più pop. La verità è che quando abbiamo scritto i personaggi, erano loro. Quando scrivevamo io ho detto: ” Il tassista è Ensi, punto. Non ce n’è un altro che può fare questa cosa bene come lui”. Stessa cosa per Claudio. E poi in quella canzone Ensi e Claudia Levante sono entrambi cresciuti a Torino come me, ma sono tutti e due siciliani, tutti e due si sono trasferiti a Milano e hanno fatto una famiglia a Milano. Quindi quella canzone andava raccontata in quel modo tuttavia comporla è stato un po’ macchinoso.

    Roan Quando abbiamo avuto gli attori sul set non riuscivamo a immaginarne altri. È stato veramente bello. Poi abbiamo trovato comunque dei talenti;

    Davide Quando ho visto Lorenzo, l’ho messo subito sotto torchio perché davanti al microfono è diverso che davanti alla camera, c’è proprio un’emissione diversa, una presenza diversa… Quando l’ho visto ho detto: “Ferma tutto, sei tu. Fine.” E’ un grande appassionato di rap e di musica, ha una voce pazzesca tra l’altro, che abbiamo sfruttato molto poco, un po’ mi dispiace perché melodicamente ha estensioni gigantesche. Però la storia ci ha fatto scrivere queste canzoni, quando l’ho visto nel provino musicale non ho avuto dubbi.

    Il punto di rottura è l’incontro con questo dissoluto viveur come l’avete sviluppato? Lo volevate proprio così ?

    Roan No, non volevamo indugiare troppo in questo. Non volevamo entrare dentro quel gorgo iniziare a trattare una tematica difficilissima e paradossale perchè i punti più importanti arrivano più in là. Ci piaceva che ci fosse, perché era importante, ma anche perché è l’attualità. La cosa che ci sembrava interessante è che era un personaggio che irretisce il nostro protagonista in maniera non lineare: gli dà una mancia generosa che però allo stesso tempo è in qualche modo manipolatoria. Perché se offri una mancia di venti euro è tanto, ma se ne offriuna da cento è come se mi aspettassi qualcosa da te. Poi lo invita a rimanere alla festa… Abbiamo tentato anche lì di costruire un personaggio spennellandolo, ma con tutte delle contraddizioni e dei paradossi che mostrasssero la verità di quel tipo.

    Le sfide produttive

    Quanto è durato questo lavoro?

    Davide  È durato tanto. Ieri in un momento di malinconia ho preso la nostra chat e sono andato a scorrere fino all’inizio. Me lo ricordo, era il 30 maggio del 2021 quando ci siamo detti: “Facciamo questa pazzia? Dai, facciamola”. Da lì in poi abbiamo ovviamente ragionato.

    Roan “Proviamo a vedere se si può fare”, non ci credevamo neanche un po’ all’inizio! All’inizio lui (Davide) mi ha messo tutti questi paletti sulla musica, perché diceva “meglio non farla che fare una roba mezza brutta, mezza così”. Quindi ho detto “vabbè, non c’è niente da fare”. Poi io sono tornato da lui dopo un anno…

    All’inizio grandi pause, poi c’è stata un’accelerata. Ma devo dire che ci sono stati due elementi secondo me che ci hanno fatto arrivare a fare il film, anzi un terzo che non abbiamo mai detto ed è un peccato: il primo è che lui ha avuto una persistenza nei momenti in cui andavamo dai produttori e gli spiegavamo cosa volevamo fare e loro: “Ma che cosa volete fare? Cos’è questa roba?”. Lui ha detto: “Dobbiamo fare un teaser a Torino, ora ci penso io”.

    E abbiamo girato un teaser! E a quel punto andavamo dai produttori e dicevano: “Ah, figghissimo! Fatelo subito, però noi i soldi non li mettiamo!”. E il secondo è che eravamo veramente con le percentuali al 2-3% di riuscire a fare tutto questo, ma noi ci divertivamo talmente tanto a farlo… Sono quei progetti artistici dove non pensi dove arriverai, ma lo fai perché è talmente “ganzo” farlo che lo fai. Se non ci fossimo riusciti avremmo fatto uscire un album!

    Il terzo, che non abbiamo mai detto, è che abbiamo trovato dei produttori — Movimento, Red Joint e I Motion — che non solo hanno capito…

    Davide Due mesi prima, con la data già fissata dello shooting, cambiamo tutti i dialoghi e facciamoli tutti in rima!

    Roan Ho pensato “I produttori diranno: ‘Raga, questo no!’”. Perché poi ogni volta… ad esempio alla ragazza dobbiamo farla un po’ veloci, leggeri, una sola macchina, io non so più girare con una macchina sola, quindi inizio a dire: “Allora piano sequenza, piano sequenza”. E loro: “Vabbè”. E io: “Poi mi hanno detto che va bene!”. Poi dialoghi in rima: “Vabbè”. Devo dire che i dialoghi in rima non sarebbero mai passati se Johnny Marsiglia non avesse letto i dialoghi in rima. Mandavamo i vocali con Johnny che leggeva e hanno detto: “Vabbè, ci sta”. Lì veramente si può dire giovani, inconsci e trasandati!

    Il ruolo di Film Commission Torino Piemonte

    Il ruolo di Film Commission Torino Piemonte quanto è stato importante?

    Davide Molto! Molto, perché ci ha messo a disposizione grandissime risorse, hanno capito subito il progetto,gli sono molto grato. Ci hanno dato una troupe bellissima, ci siamo trovati super bene: scenografa torinese, costumi torinesi… tutto fatto quasi interamente a Torino, tranne un paio di giorni a Milano. È stata veramente fondamentale.

    Roan Spezziamo un’altra lancia sulla Film Commission: io sono venuto a farci I primi della lista, il mio primo lungometraggio. La Torino Film Commission ha dato l’esempio a tutto il resto d’Italia. Se ora abbiamo tutte queste Film Commission, è perché la primissima ha lavorato veramente bene. Girare a Torino è stato un bonus incredibile, si gira benissimo.

  • Venezia 83: Sabu racconta Arrested Memory

    Venezia 83: Sabu racconta Arrested Memory

    Durante la Mostra Internazionale del Cinema di Venezia ho intervistato il maestro giapponese Sabu. Tutti i retroscena di Arrested Memory: dalla genesi di una sceneggiatura lunga vent’anni al significato del judo e del colore, fino al profondo lavoro attoriale svolto con la star taiwanese Ethan Juan. Presentato a Venezia 83.

    La nascita di Arrested Memory

    La sceneggiatura di questo film è nata vent’anni fa. Com’è nata l’idea iniziale e qual è il suo approccio alla recitazione e all’improvvisazione sul set?

    Vent’anni fa c’era la tendenza a raccontare storie di poliziotti violenti o corrotti, una figura a cui il pubblico era ormai abituato. Il mio stile cerca sempre di rompere la routine e i concetti predeterminati, quindi ho voluto inserire un elemento di rottura: cosa succederebbe se un poliziotto perdesse la memoria e diventasse una persona del tutto “pura”? Da questa premessa è partita la storia.

    Per quanto riguarda il lavoro con gli attori, chiedo sempre di attenersi rigorosamente al copione. Non amo l’improvvisazione perché ritengo che l’umorismo funzioni solo se nasce da un presupposto di forte tensione e serietà. Più la situazione è vissuta in modo drammatico e teso dai personaggi, più l’effetto comico risulta incisivo ed efficace per lo spettatore.

    Il colore ha una forte valenza narrativa nel film. In particolare, la transizione e il contrasto tra il rosso e il bianco sembrano accompagnare la trasformazione interiore del protagonista. Come ha sviluppato questo linguaggio visivo?

    Nel 2017 ho girato in Taiwan il film Mr. Long e sono rimasto affascinato dalle tonalità dei templi e delle lanterne: il rosso mi è sembrato subito il colore simbolo di quel luogo. Quando ho deciso di ambientare qui questa storia, volevo che il rosso fosse la tonalità dominante.

    Trattandosi di una sceneggiatura scritta vent’anni fa, volevo inoltre creare un’atmosfera temporale sospesa, mixando la moda anni ’70 con elementi contemporanei. Taiwan si presta benissimo a questa fusione: camminando per strada si passa da scorci nostalgici degli anni ’70 e ’80 a quartieri modernissimi. Per quanto riguarda il bianco, è un colore che rappresenta la purezza, ma anche il benessere e il prestigio sociale. Il vestito bianco che indossa il protagonista appartiene in realtà a un ricco uomo d’affari giapponese. Il contrasto tra la purezza del bianco e l’energia del rosso diventa così il motore visivo del racconto.

    Oltre L’action movie: Il judo e la memoria corporea in Arrested Memory

    Rispetto alle attese per un classico film d’azione, la pellicola si rivela un’opera molto intima incentrata sull’elaborazione del lutto e sulla ricerca di sé. Come ha impostato questo equilibrio?

    L’idea di partenza era quella di un poliziesco d’azione, ma la narrazione si è poi spostata sull’introspezione. Per le scene di combattimento abbiamo scelto il judo, un’arte marziale difensiva che non prende quasi mai l’iniziativa, ma sfrutta la forza dell’avversario per neutralizzarlo. Questo concetto si adatta alla figura del poliziotto, il cui ruolo primario è difendere e proteggere gli altri.

    Inoltre, il judo si basa sulla memoria muscolare: anche quando la mente perde i ricordi, il corpo continua a ricordare i gesti assimilati nel tempo. Il linguaggio del corpo diventa lo strumento fondamentale che aiuta il protagonista a riscoprire la propria identità. L’azione è stata quindi subordinata alla storia e all’interpretazione drammatica.

    Ritiene che la perdita della memoria possa offrire una forma di libertà, specialmente per chi svolge un lavoro pericoloso e violento?

    Sì, credo che perdere la memoria possa regalare una vera libertà. Da adulti siamo costantemente oppressi dalle responsabilità quotidiane, dalle aspettative della società, dal lavoro e dai legami personali. Tutti questi elementi esterni finiscono per erigere barriere che ci allontanano da ciò che siamo davvero. Una volta azzerati questi condizionamenti, ci si ritrova liberi di tornare alla propria natura più autentica.

    Le sfide sul set e la scelta di Ethan Juan

    C’è stata una scena particolarmente complessa da realizzare sul piano tecnico o logistico?

    La sfida più grande si è presentata durante le riprese nella villa del ricco uomo d’affari giapponese, quando siamo stati sorpresi da un tifone. Il meteo è peggiorato rapidamente rendendo la situazione pericolosa e mettendo a rischio i nostri tempi di lavorazione già molto ristretti. Abbiamo dovuto riadattare il piano di riprese al maltempo per riuscire a portare a casa la scena.

    Ethan Juan offre un’interpretazione straordinaria. Cosa la ha convinta che fosse l’attore giusto per questo ruolo?

    Ethan è una grande star in Taiwan e possiede un talento straordinario nei ruoli drammatici e intensi. Poiché la comicità di questa storia funziona solo se recitata con estrema serietà, cercavo un attore capace di sostenere una forte tensione drammatica. Quando ci siamo incontrati dopo la lettura della sceneggiatura, Ethan mi ha detto: “Questo film non è affatto una commedia”. Aveva compreso esattamente la direzione che volevo dare al progetto, dimostrando di essere l’interprete ideale.

  • Venezia 83: il trauma e il Western femminista nell’intervista su Un détour par Diane

    Venezia 83: il trauma e il Western femminista nell’intervista su Un détour par Diane

    Durante l’83 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, i registi Ann Sirot e Raphaëlle Balboni raccontano come trasformare un segreto di famiglia in una storia di rinascita, tra un metodo di scrittura immersivo e la sovversione dei cliché del dramma d’autore. Un detour par Diane ha vinto il premio Miglior Film Premio Orizzonti.

    Il metodo creativo

    Ho amato molto il film. Mi piacerebbe capire come avete diviso il processo creativo, come avete costruito il personaggio di Diane e da dove è nata l’esigenza di raccontare questa storia.

    Il nostro è un processo di scrittura molto particolare. Scegliamo gli interpreti nelle fasi iniziali, prima ancora di aver terminato la sceneggiatura. Individuiamo subito alcune scene chiave e iniziamo a provarle con gli attori: li osserviamo, studiamo il modo in cui interagiscono e reagiscono tra loro, e usiamo queste informazioni per scrivere il resto del film. Per Un détour par Diane abbiamo iniziato le prime prove nel 2020 prima di girare. È un andirivieni continuo tra scrittura, prove, riprese di test e montaggio: in questo modo creiamo una bozza visiva del film prima ancora di battete il primo ciak ufficiale. Ci permette di riadattare la storia alla realtà delle persone e dei luoghi con cui lavoriamo, rendendo tutto biologico e organico.

    Il racconto del trauma

    Il trauma subito dalla madre di Diane avviene tre anni prima della sua nascita. Quanto era importante per voi raccontare come un segreto del genere si rifletta sul rapporto madre-figlia e sul comportamento di chi non era ancora nato?

    È il cuore del film: mostrare come qualcosa di invisibile e segreto possa essere estremamente presente. Un trauma taciuto modella il modo di comportarsi delle persone, condiziona le relazioni e plasma persino la personalità di chi all’epoca non era ancora al mondo. È come versare del colorante blu in una sorgente sotterranea: l’acqua che uscirà in superficie sarà inevitabilmente tinta. Volevamo mostrare che ciò che viene nascosto sotto il tappeto spesso esercita un potere ancora più forte sulla vita rispetto a ciò che viene detto ad alta voce.

    Nel film non c’è giudizio: la madre vuole mantenere il segreto, la figlia vuole urlarlo al mondo. Secondo voi, abbiamo il diritto di rivelare il segreto di qualcun altro?

    È il grande dilemma morale di questa storia. Ci si trova divisi tra due responsabilità: proteggere la persona che è stata ferita e, allo stesso tempo, evitare che chi ha commesso la violenza continui a proteggersi dietro quel silenzio. Il segreto è una catena condivisa tra la vittima e lo stupratore. Rispettare il silenzio della vittima finisce purtroppo per tutelare anche il colpevole. È questo il conflitto che dilania Diane dall’interno.

    Un retour par Diane intervista: il dilemma morale

    Questo conflitto si riflette anche sul corpo di Diane e sulla sua sessualità: desidera gli uomini, ma contemporaneamente li respinge.

    È una relazione profondamente conflittuale. Diane è eterosessuale, cerca l’amore e l’intimità fisica con gli uomini, ma al tempo stesso percepisce un senso di oppressione e di repulsione inconscia legato a quello che è successo a sua madre. Il film racconta anche questa spaccatura emotiva che riguarda l’intimo di moltissime donne.

    Perché avete scelto il genere Western per inscenare questa storia?

    Solitamente racconti di questo tipo prendono la forma del dramma da camera, con un’atmosfera ovattata, intima, fatta di sussurri e silenzi attorno al tema dello stupro. Volevamo rompere questa convenzione. Il Western è storicamente un genere maschile e virile: trasformarlo in un “Western femminista” significa trattare la guarigione e la resa dei conti come una grande avventura, una lotta in campo aperto. Nei Western c’è sempre un passato irrisolto da affrontare per fare giustizia; noi abbiamo preso quella struttura e l’abbiamo applicata alla risposta contro la violenza.

    La frase finale del film parla di una “dolce vendetta”, legata alla gentilezza. Pensate che il perdono sia possibile?

    No, non credo che il perdono sia possibile in questi casi. Ma crediamo fermamente che ci sia un modo per andare avanti. La “dolce vendetta” di Diane non è il perdono, ma la capacità di costruire qualcosa di buono ed umano anche all’interno di un contesto atroce. È un invito a ripartire. Il film si chiude con un treno che parte verso un nuovo inizio, verso un mondo migliore dove anche gli uomini sono invitati a salire a bordo.