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  • Intervista a Michelle Zhou: Il coraggio di Little Big Things a Venezia 83

    Intervista a Michelle Zhou: Il coraggio di Little Big Things a Venezia 83

    Presentato nella sezione Orizzonti all’83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, Little Big Things è un’opera intima autobiografica. In questa intervista esclusiva, la regista Michelle Zhou svela i retroscena del film, dalle pressioni del Capodanno Lunare nella gelida Harbin fino all’accettazione del proprio coming out.

    L’ispirazione autobiografica

    Complimenti per il film, mi è piaciuto davvero molto. Il titolo mi ha incuriosito fin da subito: quali sono stati gli spunti e le motivazioni che ti hanno spinta a realizzare quest’opera?

    Grazie! L’ispirazione nasce direttamente da eventi reali della mia vita. Sono cresciuta nel nord-est della Cina, ad Harbin, vicino ai confini con la Russia e la Corea del Nord, in una terra dove l’inverno è lunghissimo e rigido. Nella nostra cultura l’amore e le aspettative familiari sono due elementi praticamente inseparabili: quando nascono dei problemi, la tendenza naturale è rimanere in silenzio per preservare l’armonia della casa.

    Quando si è presentata la mia personale situazione di coming out con la mia compagna — che è anche la mia socia in affari — eravamo terrorizzate all’idea di affrontare i miei genitori. Da un lato c’era la voglia di condividere la propria felicità, dall’altro il terrore di perdere l’affetto della famiglia. Alla fine abbiamo iniziato con una bugia e sono tornata a casa con lei. Ma quando la verità è emersa, l’intera famiglia è crollata: è stata una notte di isteria collettiva in cui io non ero solo una spettatrice, ma parte attiva del dramma. Da quel caos mi è sorta una domanda spontanea: perché mentiamo proprio alle persone che amiamo pur di restare loro vicini? Da lì è nata la spinta per scrivere il film: volevo catturare quel momento preciso in cui, pur non essendo d’accordo su nulla, si cerca comunque un modo per andare avanti.

    Lo scontro generazionale nella Cina di oggi

    Nel film si percepisce fortemente quanto i genitori pretendano che i figli vivano la vita che loro hanno programmato. Quanto c’è di reale in questa rappresentazione?

    È esattamente così, rispecchia la realtà al cento per cento. I nostri genitori appartengono alla generazione degli anni ’60: hanno lavorato duro, messo da parte soldi e ci hanno mandato a studiare all’estero, negli Stati Uniti o in Europa. Tuttavia, quando siamo tornati a casa, si aspettavano che fossimo gli stessi figli su cui avevano “investito”, mentre noi eravamo inevitabilmente cambiati. C’è una radice culturale profonda legata al Confucianesimo che spinge i genitori asiatici a voler decidere il percorso dei figli. Oggi però ci troviamo di fronte allo scontro tra due ideologie opposte: l’esperienza di chi ha vissuto in Occidente e la mentalità tradizionale di chi è rimasto. È uno shock culturale enorme, ed è per questo che il vecchio modello familiare oggi non funziona più.

    Una figura paterna inedita e l’uso del cantonese

    Uno degli elementi più interessanti è la figura del padre. Spesso nel cinema si vede la madre più accomodante e il padre assente o rigido, mentre qui i ruoli sembrano quasi invertiti. Come hai costruito questo personaggio e l’intesa con la protagonista?

    Non volevo il classico padre assente da copione. Volevo un padre presente, che non avesse altra scelta se non quella di restare e affrontare la situazione. Nel film tra lui e la figlia c’è una complicità speciale: entrambi sono cresciuti a Guangzhou, per cui parlano tra loro in cantonese, mentre con la madre si parla in mandarino. Questo crea uno strato di intimità linguistica molto particolare. La figlia gli confida dei segreti anche senza bisogno di troppe parole. Quando la madre va fuori di testa e rifiuta completamente la realtà, è proprio il padre a dover fare da ponte e da mediatore tra la figlia e il resto della famiglia.

    un approccio da documentario per raccontare Harbin

    Anche gli ambienti giocano un ruolo fondamentale: a volte le case sembrano un rifugio sicuro, altre volte una vera e propria prigione. Come avete lavorato con il direttore della fotografia per dare forma a questo contrasto?

    Regista: Il mio direttore della fotografia viene dal sud della Cina e non era mai stato al nord, mentre io mancavo da Harbin da tantissimo tempo. In un certo senso eravamo entrambi due “stranieri” alle prese con la scoperta della città. Non volevo mostrare Harbin come la solita metropoli desolata e grigia dei vecchi film di genere; volevo restituire l’immagine di una città moderna, viva, colorata, ma con un’anima vintage. Abbiamo scelto di girare quasi tutto il film con la macchina a mano, tranne un paio di scene, per adottare un approccio quasi documentaristico. È stato un lavoro immenso, abbiamo accumulato circa 70 ore di girato.

    Il film lavora molto anche sui momenti di silenzio, che a volte pesano più delle parole…

    Ti ringrazio per aver notato questo aspetto. Se ci fai caso, all’inizio ad Harbin tutti sono estremamente socievoli e chiacchieroni nel quartiere. Poi, a mano a mano che la tensione sale, cala il silenzio. Nella nostra cultura, quando il conflitto diventa viscerale, la reazione immediata è smettere di parlare. Il silenzio può diventare una forma di violenza o un muro protettivo. Il film è anche un’esplorazione di questa dinamica: mostrare perché continuiamo a comportarci così invece di esprimere ciò che proviamo.

    Le pressioni del capodanno cinese

    Nel complesso, il tema della famiglia emerge sia come protezione che come ostacolo. Come si posizionano i vari personaggi rispetto a questo “rifugio”?

    La famiglia è il collante che tiene insieme la protagonista, ma gli altri personaggi attorno a lei vivono realtà diverse. La sua compagna, ad esempio, non ha una casa a cui tornare ed è per questo che è sempre emotivamente sulla difensiva e fatica a comunicare. Il ragazzo, d’altra parte, vive isolato mentre la madre si è ritirata in un tempio a meditare. La protagonista vive quasi “immersa nel miele” di una struttura familiare protettiva senza rendersene conto, finché non rischia di perderla e finché non si confronta con le solitudini altrui. Spesso non ci rendiamo conto di quello che abbiamo finché non lo stiamo per perdere.

    Il finale lascia un senso di speranza. Pensi che la protagonista e la sua famiglia possano mai fare davvero pace?

    Quella finale è una tregua temporanea. In un lasso di tempo così breve è impossibile superare del tutto un trauma del genere: guarire una ferita familiare richiede tempo e la riconciliazione non avviene dall’oggi al domani. Il padre fa un piccolo passo avanti verso la comprensione, la figlia fa un passo per affermare la propria identità. Ma la cosa più importante è la presenza della compagna che la aspetta alla fine: che si tratti di un ragazzo, di una ragazza o di una persona transgender, la vera speranza sta nel sapere che là fuori c’è qualcuno ad aspettarti e ad accoglierti.

    Un’ultima domanda: perché scegliere proprio il Capodanno Lunare come momento cruciale per la cena in famiglia?

    Perché il Capodanno Lunare è il momento culminante della tradizione cinese, ma è anche il momento in cui saltano tutti i confini personali! Durante questa festività, parenti e familiari si sentono legittimati a farti le domande più intime e invadenti: “Quando ti sposi?”, “Quando fai un figlio?”, “Quanto guadagni?”. In qualsiasi altro giorno dell’anno eviteresti persino di rispondere al telefono, ma durante il Capodanno tutti si sentono in diritto di farlo.

  • Venezia 83: intervista al regista di oasis

    Venezia 83: intervista al regista di oasis

    A Venezia 83 ho avuto la possibilità di intervistare Jannis Lenz regista del film Oasis, presentato nella sezione Orizzonti. L’assenza di dialogo tra adulti e giovani nell’era delle chat room.

    Dalla realtà allo schermo: l’ispirazione dietro Oasis

    Il film racconta in modo nuovo il divario tra generazioni: da una parte le figure adulte in questo caso insegnanti e genitori, dall’altra i giovani. Com’è nata questa idea?

    Principalmente dall’osservazione. I miei ultimi lavori erano documentari, quindi c’è un approccio realistico. Questo film unisce i miei ricordi adolescenziali a ciò che osservo oggi da adulto. C’è un’enorme mancanza di comunicazione tra generazioni, amplificata dal mondo digitale: i genitori spesso non hanno idea di cosa facciano i figli nelle chat room, e i giovani non comunicano con i genitori. È una situazione molto complessa.

    Le location sembrano molto autentiche. Avete girato interamente in Germania? 

    Sì, in diverse zone. In gran parte nel sud della Germania, molto vicino a dove sono cresciuto. Per dire, le scene del coro sono state girate nella mia ex scuola elementare! Altre riprese sono state fatte vicino a Stoccarda, dove ci sono delle famose caserme americane. Non abbiamo inventato nulla, è un contesto specifico di quell’area. In totale abbiamo girato 24 giorni: 19 a Stoccarda e 5 nei boschi vicino al confine belga.

    È stato difficile trovare i giovani attori protagonisti? 

    Il casting è durato tantissimo, circa un anno. Abbiamo provato con moltissimi ragazzi in diversi contesti per trovare la giusta chimica. Abbiamo iniziato semplicemente parlando con loro per capire se fossero in grado di gestire i temi del film. Abbiamo anche collaborato con uno psicologo e, durante le prove, con una intimacy coordinator per coreografare certe scene. Era fondamentale creare uno spazio sicuro in cui tutti si fidassero l’uno dell’altro.

    Colori, suoni e lavoro di squadra: la costruzione visiva del film

    Il bosco funziona quasi come un “guscio” per questi ragazzi. Ho apprezzato molto anche l’uso dei colori, come il verde nella foresta o il giallo che trasmettono speranza. 

    Sì, abbiamo lavorato intensamente sui colori, in particolare sul giallo per i fiori, le scarpe e i costumi. Volevamo che ogni dipartimento collaborasse organicamente: il direttore della fotografia è anche co-sceneggiatore e il sound designer era sul set e ha curato anche la musica. L’obiettivo era avere una visione condivisa, superando la logica dei dipartimenti stagni.

    Ha già in mente un prossimo progetto? Esplorerà di nuovo temi legati all’identità o alle questioni di genere? 

    Ci sto lavorando, ma è in una fase embrionale. Ci sono molte registe che oggi fanno film fondamentali sulle questioni femminili, ma credo ci sia spazio anche per esplorare le “zone d’ombra” e le dinamiche intermedie tra i generi. Il mio prossimo lavoro si evolverà sicuramente partendo da queste riflessioni.

  • Venezia 83: intervista al regista de La Maison du Vent

    Venezia 83: intervista al regista de La Maison du Vent

    Nel corso della 83 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia abbiamo intervistato il regista del film La Maison du Vent Auguste Bernard Kouemo Yanghu, un dialogo intimo sul nuovo progetto ambientato in Camerun, tra radici e reti di solidarietà femminile. Il film ha vinto il premio speciale della giuria Orizzonti.

    La maison du vent: un viaggio tra la diaspora e il richiamo delle radici

    Innanzitutto complimenti per il film. Le immagini di apertura sono stupende, sembrano quasi dei quadri. La storia è molto intensa: riesce a concentrare tutta la vita dei personaggi in un’unica narrazione. Ci sono la madre anziana, i figli partiti dal Camerun per cercare lavoro e la giovane Sarah, che entra nella vita della donna portando una ventata di energia. Inizialmente c’è diffidenza, poi accoglienza. Come ha sviluppato questa struttura narrativa e visiva?

    Dal punto di vista estetico, l’idea centrale era raccontare il passaggio dalla morte alla vita. All’inizio il tempo sembra quasi congelato, sospeso. Ho lavorato molto anche sul piano sonoro: nella prima parte la madre è trattata quasi come uno spirito, percepiamo i suoni dell’ambiente ma non quelli del suo corpo. Man mano che la storia procede, le do “carne” e sostanza, facendo emergere i suoi rumori corporei.

    Visivamente c’è una sequenza chiave al balcone, in controluce tra fili e cavi: la donna ha la testa tra le stelle, la mente altrove, rivolta ai figli lontani. Tutto il percorso del film consiste nel riportarla sulla terra, alla realtà e alla relazione con il vicino di casa. Spesso il vicino è la prima vera forma di famiglia che abbiamo vicino a noi. Nel film, la protagonista bussa alla sua porta solo quando si sente in pericolo o quando Sarah sta male: è la prima volta che esce dal proprio isolamento e va verso l’altro.

    Qual è il significato della scelta di far costruire una nuova casa nel Paese d’origine? È un modo per riaffondare le radici per il figlio che vive lontano?

    Ci sono due ragioni principali. La prima è una motivazione inespressa da parte dei figli che vivono all’estero: tenere occupata la madre, darle uno scopo e degli obiettivi quotidiani. Mia madre un tempo mi raccontò che alle tre del pomeriggio, quando la collaboratrice domestica andava via, si metteva a dormire perché non aveva più nulla da fare. Questa rivelazione mi fece sentire molto in colpa e mi rese triste.

    La seconda ragione è che la casa rappresenta qualcosa che fissa e trattiene in un luogo: costruire in Camerun significa piantare di nuovo le radici lì, legare la famiglia alla propria terra.

    La maison du vent: la poesia delle tende al vento

    C’è un’immagine molto poetica nel film: quella delle tende che muovono al vento all’interno delle abitazioni. Che valore simbolico hanno?

    Le tende sono fondamentali nell’economia visiva del film. Se ci fate caso, nella casa della madre cambiano colore durante la storia: passano dall’azzurro al rosso, rispecchiando esattamente l’evoluzione degli abiti della protagonista. All’inizio sono tirate e chiuse.

    Ho concepito il movimento delle tende come quello delle onde del mare: si aprono verso un orizzonte e poi si richiudono. Rappresentano la componente poetica e la dolcezza del racconto, ma al tempo stesso evocano l’idea del confinamento e della chiusura. Scandiscono la temporalità della vita quotidiana e il passare del tempo.

    Nel film affronta anche il tema della violenza contro le donne, ad esempio quando Sarah racconta di aver lasciato il marito che le chiedeva indietro la dote, o quando la madre le lava la schiena e nota i segni delle percosse. Quanto era importante per lei inserire questo spaccato?

    È un argomento estremamente duro e doloroso per me. Solo di recente, in Camerun, ci sono stati periodi in cui si è registrata la morte di una donna al giorno per violenza di genere, e dall’inizio dell’anno i femminicidi sono stati più di 140.

    Si fanno molti dibattiti e celebrazioni per l’8 marzo, ma ciò che deve davvero cambiare è la legge. La Costituzione del Camerun attribuisce ancora all’uomo una forma di possesso sulla donna; in certi contesti la legge riconosce persino al marito il diritto di gestire il salario della moglie. A questo si aggiunge la questione della dote: se fosse un semplice gesto simbolico e tradizionale andrebbe bene, ma oggi vengono pretese cifre enormi. È diventata una vera e propria compravendita della donna. Quando sorgono violenze o problemi, la donna spesso non può tornare dalla propria famiglia d’origine proprio perché i parenti non sarebbero in grado di restituire quella dote. È una realtà che va affrontata e cambiata alla radice.

    IL Mutuo Soccorso femminile

    Un’altra scena molto viva è quella del “club delle donne”, in cui le protagoniste si riuniscono e si prestano denaro a vicenda. È una pratica reale?

    Sì, sono le tradizionali ‘tontine‘, riunioni periodiche tra gruppi di donne o nuclei familiari. Lì l’accesso alle banche ordinarie è limitato, quindi queste riunioni funzionano come una forma di microcredito tradizionale, ma soprattutto come una rete di mutuo soccorso.

    In passato queste riunioni non servivano solo a parlare di denaro, ma a scambiarsi supporto umano e solidarietà. Nel film volevo mostrare proprio questa dimensione di alleanza e sostegno reciproco tra donne.

    Il film riesce a intrecciare temi complessi come la solitudine, il distacco, la violenza, l’amore e la morte in un ciclo narrativo di grande dolcezza.

     È esattamente questo l’intento: creare un movimento fluido e umano, proprio come quello delle tende al vento. Una poesia che racconta la vita in tutte le sue sfaccettature.