Presentato Fuori Concorso alla 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, No Paradise if you are killed by a woman è un’ opera intensa e toccante. Diretto da Halkawt Mustafa, il film racconta la drammatica storia di Vyan, una cecchina curda dei Peshmerga che torna nella devastata Mosul per tentare di salvare la sorella minore. Nel corso del Festival abbiamo intervistato l’attrice Avan Jamal, che ci ha parlato dei retroscena di una produzione estrema girata direttamente sulla linea del fronte.
Tra il duro addestramento militare con armi reali, l’impatto emotivo di recitare tra le macerie di Mosul e l’incontro toccante con le vere combattenti Peshmerga, Avan Jamal ci racconta come l’amore e la ricerca della libertà possano diventare la più potente forma di resistenza.
L’attrazione per il ruolo e la preparazione fisica
Il film affronta un tema molto forte ed emotivo. Che cosa ti ha spinta ad accettare questo ruolo e vestire i panni di Vyan?
La storia era così ispiratrice che non ho potuto fare a meno di dire: “Voglio lottare per questo progetto”. Volevo a tutti i costi interpretare una donna curda nei panni di una donna curda. Quando il regista mi ha proposto il ruolo, ho capito immediatamente che dovevo farlo.
Entrare nel personaggio di Vyan non è stato facile, né fisicamente né emotivamente. Ma il cuore di questa storia, per me, parla di amore e sopravvivenza. Vian può sembrare una “dura” perché imbraccia un fucile, ma il vero coraggio non viene dalle armi: viene da dentro. L’amore che prova per sua sorella e la sua profonda umanità la rendono una vera eroina. Il fucile è solo uno strumento dettato dalle circostanze in cui si è trovata a vivere, come accadrebbe a qualsiasi essere umano.
Come si è svolta la tua preparazione fisica? Hai svolto un intenso addestramento militare?
Prima di iniziare le riprese, ho trascorso tra i due e i tre mesi all’interno di una base militare per imparare a sparare e a padroneggiare le tecniche di autodifesa. Ho avuto tre istruttori: un vero cecchino e due addestratori per la difesa personale.
È stato un impegno fisico notevole. Ad esempio, il fucile calibro .50 che si vede nel film era vero: quando siamo andati nella base per provarlo, il generale responsabile ci disse che quell’arma era persino più alta di me e che richiedeva una forza fisica enorme, tanto che in passato aveva persino causato lesioni ad alcuni addestrati. Quando ha saputo che a sparare sarebbe stata una donna, era incredulo! Ma alla fine, dopo l’addestramento, erano tutti molto orgogliosi del risultato.
Oltre all’aspetto fisico, come hai affrontato il peso emotivo e i traumi del personaggio?
L’aspetto emotivo è stato la vera sfida. Dovevo comprendere la profondità dei traumi e del dolore che Vian ha attraversato. Per riuscirci ho cercato molta solitudine. Ho avuto bisogno di stare da sola, supportata da un continuo dialogo con il regista, che mi ha guidata nell’interpretazione e mi ha aiutata a far emergere anche ricordi personali per connettermi al cuore della storia.
Nel film si vede Vian scrivere spesso su un taccuino: era una visione precisa del regista per permetterle di entrare in contatto con le proprie emozioni. Molti aspetti del personaggio emergono nei suoi silenzi e nei suoi sguardi, nella sua lotta interiore contro il dolore.
Avete girato in location reali e persino sulla linea del fronte a Mosul. Che impatto ha avuto su di te trovarsi in quei luoghi?
Ogni location era autentica. Eravamo a Mosul e sulla prima linea del fronte con i Peshmerga, nella terra di nessuno. Ovviamente c’era un margine di pericolo reale.
Sul set ho avuto l’opportunità di incontrare vere combattenti Peshmerga. Vedere che erano donne assolutamente normali — madri, mogli, figlie — mangiare e parlare con loro è stato straordinario. Negli occhi di queste donne ho visto chiaramente il dolore e il trauma, ma allo stesso tempo una determinazione e un coraggio incredibili. Mi dicevano: “Andate e raccontate al mondo quello che stiamo vivendo”. Questo mi ha fatto sentire un’enorme responsabilità nel rendere giustizia alla loro storia.
C’è un legame tra la tua storia personale di vita e le esperienze di migrazione e adattamento del personaggio?
Io stessa vivo in Svezia, ma ho una storia di migrazione. All’età di tre anni mi sono trasferita dal Kurdistan all’Iran, dove ho imparato il persiano. Dopo la caduta di Saddam siamo tornati in Kurdistan e ho dovuto imparare a leggere e scrivere nella mia lingua madre. Successivamente, da adolescente, mi sono trasferita in Svezia, dovendo ricominciare da zero per la quarta volta, imparando una nuova lingua e una nuova cultura. Per questo film, essendo una produzione norvegese, ho dovuto persino imparare l’accento norvegese con un dialogue coach!
Ricominciare da capo ti insegna l’adattamento e la pazienza. Vian è un personaggio straordinario, ma ho cercato di portarle quell’autenticità che deriva dal conoscere cosa significa dover essere forti e ripartire da zero.
Nel film c’è anche una scena in cui canti un brano tradizionale…
Quella era una parte che inizialmente avrei preferito evitare! Poi il regista ha insistito e alla fine si è rivelata una scelta azzeccata. Ha donato un tocco artistico e un’ulteriore sfumatura poetica al racconto. Ho dovuto studiare il brano insieme al generale ed è stato un momento davvero speciale.
Cosa rappresenta per te questo film nel panorama attuale?
Il film celebra le combattenti curde, ma al suo interno parla prima di tutto di amore, famiglia e sopravvivenza. È una storia che unisce il dramma, l’azione e la tensione del thriller a un sapore quasi documentaristico.
Le donne curde combattono da generazioni al fianco dei loro uomini per proteggere la propria terra e i propri cari. Nessuno sceglie di trovarsi in una situazione di guerra, ma quando accade, ci si rimbocca le maniche e si lotta. Questo vale per le combattenti curde così come per qualsiasi altra donna che lotta per la libertà in ogni parte del mondo.
La presentazione a Venezia
Com’è stato presentare l’opera alla Mostra del Cinema di Venezia?
È una sensazione bellissima. Io sono legata a questo progetto da 5 anni, mentre la produzione ci lavora da oltre 7. Dopo un’attesa così lunga, vedere la risposta del pubblico ed essere qui a Venezia è un onore immenso. Sentiamo di essercelo davvero meritato.
Come ti sei avvicinata al ruolo di Viyan e cosa ha significato per te immergerti nella realtà delle combattenti Peshmerga?
Proteggerebbero le loro sorelle fino all’ultimo. È esattamente questo ciò che fanno i Peshmerga: proteggono la propria terra, lottano per la libertà e per i propri cari. Nessuno al mondo dovrebbe mai passare attraverso l’orrore della guerra, né uomini né donne. Purtroppo viviamo in un mondo in cui tutto questo continua ad accadere ovunque, pensiamo ad esempio all’Ucraina. La politica spesso si rivela un gioco sporco: se non ci fosse la guerra, come farebbero certi poteri a fare soldi? E, alla fine, sono sempre gli innocenti a pagarne il prezzo più alto.
Hai avuto la possibilità di incontrare le vere combattenti prima e durante le riprese. Quanto ha influito questo contatto diretto sulla tua interpretazione?
Vedere le vere combattenti direttamente alla base ha cambiato radicalmente la mia prospettiva. Una volta che mi sono seduta con loro a mangiare, a parlare e a condividere la quotidianità, ho capito fino in fondo che prima di essere soldati sono semplicemente esseri umani. Molte di loro non volevano affatto trovarsi lì, non avevano scelta; altre invece lo hanno scelto consapevolmente perché credevano nella libertà, nel diritto di esistere e nella tutela della propria identità.
Cosa ti ha lasciato a livello umano il personaggio di Vyan?
Vyan mi ha insegnato il vero significato del coraggio e fino a che punto ci si possa spingere per proteggere chi si ama. La cosa che mi ha colpito di più è stata verificare come, nonostante tutti i traumi e il dolore devastante vissuti da queste donne nella vita reale, l’amore sia stato sempre più grande e forte della sofferenza.
Il film unisce la cruda realtà storica agli elementi tipici del cinema di genere. Come è stato bilanciato questo rapporto sul set?
Il film si basa rigorosamente su storie vere, ma contiene ovviamente anche elementi di finzione cinematografica per esigenze narrative. In sostanza parla di famiglia, amore, sorellanza e sopravvivenza. Credo che il cinema serva proprio a questo: a raccontare storie reali con linguaggi diversi per far sì che possano raggiungere un pubblico il più ampio possibile.
Qual è il messaggio principale che vorresti arrivasse al pubblico occidentale che vedrà il film?
Spero davvero che il pubblico occidentale non veda le donne curde unicamente come combattenti con un fucile in mano. Siamo persone normali, piene di amore, di dolore e di coraggio. Il mio personaggio non è un’eroina per la pistola che impugna, ma per l’umanità viscerale che conserva dentro di sé.
Quali sono state le sfide maggiori nel girare in una location complessa come Mosul?
La parte fisica è stata incredibilmente dura: ho avuto lividi su tutto il corpo per un mese a forza di strisciare tra le macerie e le pietre di Mosul, e la mia spalla si è fatta male sparando con armi reali durante le scene d’azione. Tuttavia, la sfida principale è stata indubbiamente quella emotiva: connettersi a storie così dolorose e reali richiede un enorme dispendio di energie interiori.
Credi nel valore del cinema come strumento di testimonianza e cambiamento?
Sì. Attraverso il cinema puoi essere un rivoluzionario in modo diverso dal solito. È il mio personale percorso per dare voce a chi spesso non viene ascoltato. Dobbiamo fare di tutto per fermare la guerra e la violenza. Io credo fermamente che, alla fine di tutto, sia sempre l’amore a vincere.



