Genio visionario, maestro del B-movie e icona inimitabile del cinema giapponese degli anni ’60: Seijun Suzuki continua ad affascinare ed influenzare generazioni di cinefili. In questa intervista esclusiva per Moviex.it, il regista di “Twist & Shoot Mister Suzuki” racconta la genesi di un progetto nato da incontri fortuiti, pura passione per il Giappone e una preziosa collaborazione con lo storico studio Nikkatsu. Presentato fuori concorso a Venezia 83.
E’ corretto definire il suo film come docufilm? È un’opera molto particolare, soprattutto per chi non conosce la figura di Seijun Suzuki. Come è nata l’idea e perché ha scelto di concentrarsi proprio su di lui?
Sì, “docufilm” va benissimo. Sì, la definizione “docufilm” va benissimo. Innanzitutto, nasce tutto da una mia grande passione per la cultura e per il cinema giapponese. Ho già realizzato cinque o sei documentari sul cinema nipponico, ma questo è il primo dedicato a un autore scomparso; di solito mi occupo di registi ancora in vita, come Takeshi Kitano o Takashi Miike. Ho scelto Suzuki-san perché è un maestro fondamentale, un autore con una cifra stilistica assolutamente autentica.
La prima volta che ho visto un suo film è stato a metà degli anni ’90 su VHS — probabilmente un’edizione britannica, dato che persino in Francia non era facile reperire le sue opere. Poco dopo ho assistito a una sua piccola retrospettiva al Rotterdam Film Festival, intorno al 1995, credo la prima vera retrospettiva su Suzuki in Europa. Rimasi letteralmente folgorato dal suo linguaggio visivo e da un processo realizzativo visceralmente creativo, totalmente fuori dagli schemi.
Da quel momento ho tenuto sempre a mente la speranza di poterlo incontrare. L’occasione si è presentata nel 2001, quando sono stato invitato al Festival del Cinema di Gijón, in Spagna. Poco prima di partire ho controllato la lista degli ospiti e ho letto il suo nome: “Seijun Suzuki in Spagna? È pazzesco!”. Ho preso al volo la mia telecamera DV sperando di poter fare un’intervista, ed è andata bene. È stato il mio primo approccio con lui: una persona straordinariamente umile, simpatica e con la battuta sempre pronta.
Due anni dopo sono andato in Giappone e l’ho rincontrato per una nuova intervista. In quell’occasione ho conosciuto anche il suo attore feticcio, Jo Shishido, e il suo storico scenografo. Avevo tra le mani del materiale eccezionale e l’idea di realizzare un documentario strutturato prendeva sempre più forma, superando di gran lunga la dimensione di un semplice servizio televisivo.
Tuttavia, c’era un grande ostacolo: per fare un documentario sul cinema servono le clip dei film, e la negoziazione dei diritti con gli studios giapponesi è sempre stata estremamente complessa ed onerosa. Ho dovuto quindi mettere il progetto in stand-by.
La svolta è arrivata quando ho incontrato i dirigenti della Nikkatsu, lo storico studio che ha prodotto le sue opere più importanti negli anni ’60. Stavano lavorando al restauro dei suoi capolavori in vista di una ridistribuzione europea in sala e in Blu-ray. Parlando con il produttore è emersa la volontà comune di realizzare un documentario, pur scontrandoci con un budget ridotto che non avrebbe mai coperto il costo delle licenze visive.
Alla fine abbiamo trovato l’accordo perfetto: la Nikkatsu ci ha concesso l’uso gratuito di qualsiasi clip e l’accesso illimitato al loro meraviglioso archivio fotografico d’epoca come contributo diretto alla produzione. È stato l’elemento decisivo che ha permesso a questo progetto di diventare finalmente realtà.
La collaborazione con Nikkatsu e la riscoperta degli archivi
E’ stato difficile scoprire la documentazione negli archivi?
Non ci sono molti archivi video su Seijun Suzuki relativi agli anni ’60, il suo periodo “pop art”. All’epoca non c’erano molte interviste, eventi o festival registrati come oggi. Sono comunque riuscito a recuperare un’intervista realizzata da un giornalista giapponese, che ho inserito nel film.
Il vero punto di forza è stato l’archivio fotografico della Nikkatsu, la più antica casa di produzione cinematografica del Giappone. Possiedono una quantità enorme di foto di scena di rara bellezza: scatti in bianco e nero incredibilmente artistici, realizzati direttamente sui set dell’epoca. Questo materiale mi ha aiutato enormemente nella costruzione della narrazione. Ero davvero entusiasta di poter fare questo documentario per contribuire a far scoprire chi fosse Suzuki: il vero poeta del suo lavoro.
Il ruolo delle donne nel cinema di Suzuki: riscatto e potere
Nel documentario emerge un rapporto particolare tra Suzuki e le donne, spesso ritratte come prostitute. Qual è il suo approccio nei confronti di queste figure?
Bisogna contestualizzare il cinema giapponese del secondo dopoguerra, tra gli anni ’50 e ’60. Nei film di genere di quel periodo, il personaggio della prostituta era diffusissimo ed era parte integrante del dramma. Non accadeva solo al cinema, ma anche nei romanzi dell’epoca e persino nelle opere dei grandi maestri classici come Kenji Mizoguchi.
La ragione è storica: dopo la Seconda Guerra Mondiale il Giappone era in rovina, c’era una povertà estrema e la gente lottava per sopravvivere. Molte donne furono costrette a prostituirsi, soprattutto con l’occupazione militare americana. Possiamo vedere chiaramente questo spaccato nel film Gate of Flesh.
Tuttavia, nei film di Suzuki queste donne diventano personaggi straordinariamente forti. Pur vivendo in condizioni estreme, mostrano un vero potere sugli uomini, impongono le proprie regole e sovvertono le dinamiche convenzionali. Questa forza si nota persino attraverso la scelta dei costumi e i colori sgargianti con cui vengono vestite.
L’approccio di Suzuki è in un certo senso molto femminista: le sue protagoniste sembrano affermare “Siamo prostitute, ma allo stesso tempo lottiamo per i nostri diritti”. Nel docufilm ho inserito una clip molto divertente in cui le prostitute entrano in conflitto tra loro e iniziano a discutere quasi di politica e democrazia. È un dettaglio unico e davvero originale.
Saori, il kimono Taishō e l’action painting iniziale
A proposito di donne, perché ha scelto di inserire la performer Saori nel progetto?
Nel 2018 ho realizzato un documentario intitolato “Variazione, Variazione Kawase” sulla regista Naomi Kawase, una delle autrici contemporanee più importanti. In quel lavoro chiedevo a diverse artiste di riflettere su come la propria arte si connettesse al cinema della Kawase. Durante il casting conobbi Saori: un’artista, ballerina e pittrice che crea opere mediante una sorta di action painting, lavorando persino con elementi scenici di forte impatto.
Quando ho ideato la sequenza di apertura di Twist & Shoot Mister Suzuki, volevo evitare la presenza di una figura maschile tradizionale e ho preferito una figura femminile dinamica, capace di evocare lo spirito giocoso e visivo di Suzuki.
Ricordando il suo volto e la sua passione per i vestiti d’epoca, le ho proposto una performance in due fasi: prima avrebbe interpretato una donna misteriosa che interagisce con l’universo maschile in tono giocoso; poi avrebbe dipinto il titolo del film in stile action painting.
Le ho chiesto di indossare un kimono non tradizionale, bensì risalente al periodo Taishō (gli anni ’20), un’epoca storica caratterizzata dall’affascinante fusione tra tradizione e modernità, abbinandolo a un taglio di capelli e dettagli in pelle d’ispirazione retrò. Saori ha collaborato con un designer di kimono, apportando tantissime idee. È stata fantastica: abbiamo girato l’intera sequenza di apertura in appena due o tre ore. È stato un vero processo “da B-movie”, esattamente nello stile produttivo di Suzuki!
Tra finzione, realtà e montaggio serrato
Quanti mesi ha richiesto l’intero processo di produzione del documentario? E’ stato difficile?
A causa del budget limitato, le riprese si sono svolte molto velocemente, ma sono abituato a questo ritmo: per questo mi definisco affettuosamente un regista da “B-documentary”!
Abbiamo girato per circa dieci giorni a Tokyo, seguiti dalle riprese a Parigi per l’intervista con un giornalista francese. Il lavoro più lungo ed impegnativo è stato senza dubbio il montaggio, durato circa sei settimane: un tempo molto ristretto, soprattutto considerando che tutto il materiale audio era in lingua giapponese.
È stato un processo intenso, ma lavorare a questi ritmi serrati trasmette un’energia particolare al film: si avvertono l’elettricità e la tensione del momento, esattamente come accadeva nei film di Suzuki-san.
Per te e il tuo cast, è stata una buona esperienza?
Assolutamente sì! Ciò che amo fare nei miei lavori è sfumare i confini tra documentario e finzione. Mi piace spiazzare il pubblico, fare in modo che lo spettatore si chieda se ciò che sta guardando sia una messa in scena o la cruda realtà del documentario. Confondere questi livelli narrativi è l’aspetto più affascinante del mio lavoro.





