Categoria: Festival di Venezia

  • Venezia 83: intervista al regista de La Maison du Vent

    Venezia 83: intervista al regista de La Maison du Vent

    Nel corso della 83 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia abbiamo intervistato il regista del film La Maison du Vent Auguste Bernard Kouemo Yanghu, un dialogo intimo sul nuovo progetto ambientato in Camerun, tra radici e reti di solidarietà femminile. Il film ha vinto il premio speciale della giuria Orizzonti.

    La maison du vent: un viaggio tra la diaspora e il richiamo delle radici

    Innanzitutto complimenti per il film. Le immagini di apertura sono stupende, sembrano quasi dei quadri. La storia è molto intensa: riesce a concentrare tutta la vita dei personaggi in un’unica narrazione. Ci sono la madre anziana, i figli partiti dal Camerun per cercare lavoro e la giovane Sarah, che entra nella vita della donna portando una ventata di energia. Inizialmente c’è diffidenza, poi accoglienza. Come ha sviluppato questa struttura narrativa e visiva?

    Dal punto di vista estetico, l’idea centrale era raccontare il passaggio dalla morte alla vita. All’inizio il tempo sembra quasi congelato, sospeso. Ho lavorato molto anche sul piano sonoro: nella prima parte la madre è trattata quasi come uno spirito, percepiamo i suoni dell’ambiente ma non quelli del suo corpo. Man mano che la storia procede, le do “carne” e sostanza, facendo emergere i suoi rumori corporei.

    Visivamente c’è una sequenza chiave al balcone, in controluce tra fili e cavi: la donna ha la testa tra le stelle, la mente altrove, rivolta ai figli lontani. Tutto il percorso del film consiste nel riportarla sulla terra, alla realtà e alla relazione con il vicino di casa. Spesso il vicino è la prima vera forma di famiglia che abbiamo vicino a noi. Nel film, la protagonista bussa alla sua porta solo quando si sente in pericolo o quando Sarah sta male: è la prima volta che esce dal proprio isolamento e va verso l’altro.

    Qual è il significato della scelta di far costruire una nuova casa nel Paese d’origine? È un modo per riaffondare le radici per il figlio che vive lontano?

    Ci sono due ragioni principali. La prima è una motivazione inespressa da parte dei figli che vivono all’estero: tenere occupata la madre, darle uno scopo e degli obiettivi quotidiani. Mia madre un tempo mi raccontò che alle tre del pomeriggio, quando la collaboratrice domestica andava via, si metteva a dormire perché non aveva più nulla da fare. Questa rivelazione mi fece sentire molto in colpa e mi rese triste.

    La seconda ragione è che la casa rappresenta qualcosa che fissa e trattiene in un luogo: costruire in Camerun significa piantare di nuovo le radici lì, legare la famiglia alla propria terra.

    La maison du vent: la poesia delle tende al vento

    C’è un’immagine molto poetica nel film: quella delle tende che muovono al vento all’interno delle abitazioni. Che valore simbolico hanno?

    Le tende sono fondamentali nell’economia visiva del film. Se ci fate caso, nella casa della madre cambiano colore durante la storia: passano dall’azzurro al rosso, rispecchiando esattamente l’evoluzione degli abiti della protagonista. All’inizio sono tirate e chiuse.

    Ho concepito il movimento delle tende come quello delle onde del mare: si aprono verso un orizzonte e poi si richiudono. Rappresentano la componente poetica e la dolcezza del racconto, ma al tempo stesso evocano l’idea del confinamento e della chiusura. Scandiscono la temporalità della vita quotidiana e il passare del tempo.

    Nel film affronta anche il tema della violenza contro le donne, ad esempio quando Sarah racconta di aver lasciato il marito che le chiedeva indietro la dote, o quando la madre le lava la schiena e nota i segni delle percosse. Quanto era importante per lei inserire questo spaccato?

    È un argomento estremamente duro e doloroso per me. Solo di recente, in Camerun, ci sono stati periodi in cui si è registrata la morte di una donna al giorno per violenza di genere, e dall’inizio dell’anno i femminicidi sono stati più di 140.

    Si fanno molti dibattiti e celebrazioni per l’8 marzo, ma ciò che deve davvero cambiare è la legge. La Costituzione del Camerun attribuisce ancora all’uomo una forma di possesso sulla donna; in certi contesti la legge riconosce persino al marito il diritto di gestire il salario della moglie. A questo si aggiunge la questione della dote: se fosse un semplice gesto simbolico e tradizionale andrebbe bene, ma oggi vengono pretese cifre enormi. È diventata una vera e propria compravendita della donna. Quando sorgono violenze o problemi, la donna spesso non può tornare dalla propria famiglia d’origine proprio perché i parenti non sarebbero in grado di restituire quella dote. È una realtà che va affrontata e cambiata alla radice.

    IL Mutuo Soccorso femminile

    Un’altra scena molto viva è quella del “club delle donne”, in cui le protagoniste si riuniscono e si prestano denaro a vicenda. È una pratica reale?

    Sì, sono le tradizionali ‘tontine‘, riunioni periodiche tra gruppi di donne o nuclei familiari. Lì l’accesso alle banche ordinarie è limitato, quindi queste riunioni funzionano come una forma di microcredito tradizionale, ma soprattutto come una rete di mutuo soccorso.

    In passato queste riunioni non servivano solo a parlare di denaro, ma a scambiarsi supporto umano e solidarietà. Nel film volevo mostrare proprio questa dimensione di alleanza e sostegno reciproco tra donne.

    Il film riesce a intrecciare temi complessi come la solitudine, il distacco, la violenza, l’amore e la morte in un ciclo narrativo di grande dolcezza.

     È esattamente questo l’intento: creare un movimento fluido e umano, proprio come quello delle tende al vento. Una poesia che racconta la vita in tutte le sue sfaccettature.

  • Venezia 83: il trauma e il Western femminista nell’intervista su Un détour par Diane

    Venezia 83: il trauma e il Western femminista nell’intervista su Un détour par Diane

    Durante l’83 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia, i registi Ann Sirot e Raphaëlle Balboni raccontano come trasformare un segreto di famiglia in una storia di rinascita, tra un metodo di scrittura immersivo e la sovversione dei cliché del dramma d’autore. Un detour par Diane ha vinto il premio Miglior Film Premio Orizzonti.

    Il metodo creativo

    Ho amato molto il film. Mi piacerebbe capire come avete diviso il processo creativo, come avete costruito il personaggio di Diane e da dove è nata l’esigenza di raccontare questa storia.

    Il nostro è un processo di scrittura molto particolare. Scegliamo gli interpreti nelle fasi iniziali, prima ancora di aver terminato la sceneggiatura. Individuiamo subito alcune scene chiave e iniziamo a provarle con gli attori: li osserviamo, studiamo il modo in cui interagiscono e reagiscono tra loro, e usiamo queste informazioni per scrivere il resto del film. Per Un détour par Diane abbiamo iniziato le prime prove nel 2020 prima di girare. È un andirivieni continuo tra scrittura, prove, riprese di test e montaggio: in questo modo creiamo una bozza visiva del film prima ancora di battete il primo ciak ufficiale. Ci permette di riadattare la storia alla realtà delle persone e dei luoghi con cui lavoriamo, rendendo tutto biologico e organico.

    Il racconto del trauma

    Il trauma subito dalla madre di Diane avviene tre anni prima della sua nascita. Quanto era importante per voi raccontare come un segreto del genere si rifletta sul rapporto madre-figlia e sul comportamento di chi non era ancora nato?

    È il cuore del film: mostrare come qualcosa di invisibile e segreto possa essere estremamente presente. Un trauma taciuto modella il modo di comportarsi delle persone, condiziona le relazioni e plasma persino la personalità di chi all’epoca non era ancora al mondo. È come versare del colorante blu in una sorgente sotterranea: l’acqua che uscirà in superficie sarà inevitabilmente tinta. Volevamo mostrare che ciò che viene nascosto sotto il tappeto spesso esercita un potere ancora più forte sulla vita rispetto a ciò che viene detto ad alta voce.

    Nel film non c’è giudizio: la madre vuole mantenere il segreto, la figlia vuole urlarlo al mondo. Secondo voi, abbiamo il diritto di rivelare il segreto di qualcun altro?

    È il grande dilemma morale di questa storia. Ci si trova divisi tra due responsabilità: proteggere la persona che è stata ferita e, allo stesso tempo, evitare che chi ha commesso la violenza continui a proteggersi dietro quel silenzio. Il segreto è una catena condivisa tra la vittima e lo stupratore. Rispettare il silenzio della vittima finisce purtroppo per tutelare anche il colpevole. È questo il conflitto che dilania Diane dall’interno.

    Un retour par Diane intervista: il dilemma morale

    Questo conflitto si riflette anche sul corpo di Diane e sulla sua sessualità: desidera gli uomini, ma contemporaneamente li respinge.

    È una relazione profondamente conflittuale. Diane è eterosessuale, cerca l’amore e l’intimità fisica con gli uomini, ma al tempo stesso percepisce un senso di oppressione e di repulsione inconscia legato a quello che è successo a sua madre. Il film racconta anche questa spaccatura emotiva che riguarda l’intimo di moltissime donne.

    Perché avete scelto il genere Western per inscenare questa storia?

    Solitamente racconti di questo tipo prendono la forma del dramma da camera, con un’atmosfera ovattata, intima, fatta di sussurri e silenzi attorno al tema dello stupro. Volevamo rompere questa convenzione. Il Western è storicamente un genere maschile e virile: trasformarlo in un “Western femminista” significa trattare la guarigione e la resa dei conti come una grande avventura, una lotta in campo aperto. Nei Western c’è sempre un passato irrisolto da affrontare per fare giustizia; noi abbiamo preso quella struttura e l’abbiamo applicata alla risposta contro la violenza.

    La frase finale del film parla di una “dolce vendetta”, legata alla gentilezza. Pensate che il perdono sia possibile?

    No, non credo che il perdono sia possibile in questi casi. Ma crediamo fermamente che ci sia un modo per andare avanti. La “dolce vendetta” di Diane non è il perdono, ma la capacità di costruire qualcosa di buono ed umano anche all’interno di un contesto atroce. È un invito a ripartire. Il film si chiude con un treno che parte verso un nuovo inizio, verso un mondo migliore dove anche gli uomini sono invitati a salire a bordo.

  • Da Faletti all’horror con il regista di SAW: la line-up 2026-2027 di Orange Media Group a Venezia 83

    Da Faletti all’horror con il regista di SAW: la line-up 2026-2027 di Orange Media Group a Venezia 83

    All’Hotel Excelsior del Lido, durante l’83 Mostra del Cinema di VeneziaOrange Media Group ha tolto il velo sui progetti in cantiere per il biennio 2026-2027.

    La creative content company guidata dal CEO Andrea Maffini ha messo sul tavolo una line-up che gioca su più tavoli: non solo l’uscita in sala di nuovi lungometraggi, ma un’incursione massiccia nel mondo dei podcast d’autore e del documentario d’impresa, tenendo fede al claim aziendale Your next story.

    Cinema e set aperti: da Under The Rain al candidato Goya L’Hangar Rosso

    Il cuore pulsante della divisione Entertainment (diretta da Marco Luca Cattaneo) rimane la sala cinematografica. Tra i titoli di punta pronti a debuttare spicca Under The Rain, il nuovo film di Fabrizio Maria Cortese (co-prodotto con Rai Cinema e distribuito da Adler). Il film promette un racconto romantico e malinconico sullo sfondo di una Roma notturna, trainato da un cast internazionale guidato da Connie Nielsen, affiancata, tra gli altri, da Francesco Pannofino e Giuseppe Battiston.

    La macchina produttiva di Orange Pictures è attualmente in pieno fermento con diversi set tra chiusure e nuovi ciak:

    • Seghe!: riprese appena concluse per il film di Riccardo Copreni, con un cast di volti emergenti e amatissimi tra cui Matteo Oscar Giuggioli e Caterina Ferioli.
    • Questione di fede: al via a ottobre le riprese del film di Pierluigi Di Lallo con Rocío Muñoz Morales e Gianmarco Tognazzi.
    • Madame Ivette: sempre a firma di Fabrizio Maria Cortese, una co-produzione internazionale che aprirà il set a novembre (con un cast ancora top secret).

    Continua intanto la corsa internazionale de L’Hangar Rosso (Hangar Rojo) di Juan Pablo Sallato. Uscito in Italia con I Wonder Pictures, il film ha appena incassato la designazione ufficiale da parte del Cile per la corsa ai Premi Goya 2027come Miglior Film Iberoamericano. Ottime prospettive anche per Francesca e Giovanni (di Ricky Tognazzi e Simona Izzo), che dopo l’Europa si prepara a sbarcare a New York nel maggio 2027 per l’anniversario della strage di Capaci.

    Il respiro internazionale: in arrivo l’horror Ematica

    Alzando lo sguardo sul 2027, Orange Media Group piazza un colpo decisamente interessante per gli amanti del cinema di genere. Oltre all’adattamento del romanzo Breve storia amorosa dei vasi comunicanti e all’action thriller The Coast, è stata annunciata la produzione esecutiva di Ematica. Il film horror (prodotto per Play x Play Studios e Aperture Entertainment) vedrà dietro la macchina da presa un maestro della tensione come Darren Lynn Bousman, celebre per aver diretto i capitoli II, III e IV della saga di SAW – L’enigmista.

    Non solo sala: l’audio-serie di Io Uccido e l’evoluzione del documentario

    Se le immagini dominano a Venezia, Orange Media Group dimostra di saper lavorare anche in sottrazione visiva. È già disponibile su Audible l’atteso adattamento di Io uccido, basato sul best seller di Giorgio Faletti. Più che un semplice audiolibro, si tratta di una vera e propria audio fiction in otto episodi guidata dalle voci di Marco D’Amore, Filippo Nigro e Barbara Ronchi, con una produzione sonora vicina agli standard della grande serialità thriller.

    Infine, l’area Branded Entertainment (guidata da Simone Spoladori) traccia una nuova via per il documentario. Dopo il passaggio a Cannes di Sangue Bianco (intenso lavoro di Lorenzo Cioglia sulla vita dopo la leucemia), il gruppo ha annunciato per il 2026/2027 due nuovi documentari d’autore: uno dedicato alla grande industria alimentare italiana e uno incentrato su Maire, gruppo in prima linea per la transizione energetica.

    “La line-up che abbiamo presentato oggi racconta chi siamo: una content company che lavora senza smettere di cercare linguaggi nuovi” ha sintetizzato il CEO Andrea Maffini. “Dal film di finzione al documentario, la nostra convinzione è che una buona storia, raccontata bene, lasci sempre un segno. E la storia più importante, quella a cui stiamo lavorando proprio in queste settimane, non l’abbiamo ancora raccontata”.

    In questi giorni è stata presentato anche il Contest per nuovi autori di Officine-IED.

  • Venezia 83: nasce il Contest per Nuovi Autori di Isybank e OffiCine-IED con Sorrentino e Soldini

    Venezia 83: nasce il Contest per Nuovi Autori di Isybank e OffiCine-IED con Sorrentino e Soldini

    Il 7 settembre, durante l’83 Mostra del Cinema di Venezia è stata presentata una delle iniziative più interessanti dedicate al futuro della nostra cinematografia: la prima edizione del Contest Cinematografico per Nuovi Autori, nato dalla sinergia tra Isybank (la banca digitale del gruppo Intesa Sanpaolo), OffiCine-IED e Mastercard.

    L’obiettivo dell’operazione è chiaro: offrire a sceneggiatori e autori under 35 un punto di accesso reale all’industria audiovisiva, superando la logica del semplice premio in denaro per puntare su un percorso strutturato di formazione, tutoraggio e sviluppo produttivo.

    Come funziona il bando under 35: tempistiche e fasi del progetto

    Le iscrizioni apriranno ufficialmente il 15 settembre tramite la piattaforma contest.offi-cine.com. Il bando è riservato a progetti originali articolati su due categorie distinte:

    • Lungometraggio d’autore
    • Cortometraggio d’autore

    Le cinquine dei finalisti verranno svelate in autunno nell’ambito del 44° Torino Film Festival, mentre i vincitori saranno proclamati in un evento dedicato nel mese di dicembre.

    Da gennaio 2027 prenderà poi il via la fase operativa dei laboratori di alta formazione: per la sezione lungometraggi l’obiettivo sarà arrivare a uno script professionale pronto per il mercato e le case di produzione; per i cortometraggi, invece, OffiCine-IED si occuperà direttamente della produzione dell’opera.

    I giurati e i tutor: da Paolo Sorrentino a Carolina Crescentini

    A guidare i ragazzi ci sarà una squadra di professionisti di primo piano del panorama italiano.

    La giuria chiamata a valutare i progetti è composta da Carolina Crescentini, Matteo Oscar Giuggioli, Edoardo Leo, Doriana Leondeff, Bruno Oliviero e Silvio Soldini.

    I laboratori di sviluppo saranno coordinati da Bruno Oliviero, con due supervisori d’eccezione a tutelare il percorso creativo:

    • Paolo Sorrentino per la sezione dedicata ai lungometraggi;
    • Silvio Soldini per il percorso incentrato sui cortometraggi.

    Formazione e industria: le voci dei protagonisti

    Come ha sottolineato Cristina Marchetti, Direttrice di OffiCine-IED e IED Cinema, il contest nasce per “costruire un ponte concreto tra la formazione e la professione”, offrendo agli studenti e ai giovani creativi gli strumenti per trasformare una buona idea in una macchina produttiva funzionante.

    Un concetto ribadito da Silvio Soldini, che ha richiamato l’attenzione sull’importanza della scrittura:

    “Mettere in parole idee e immagini non è una passeggiata, è come fare il progetto di una casa per un architetto. L’affiancamento da parte di chi ha esperienza è un’opportunità preziosa per dare chiarezza a personaggi, dialoghi e strutture.”

    Entusiasta anche il commento di Carolina Crescentini, che evidenzia il valore del ricambio generazionale per tutto il settore:

    “Sostenere le nuove leve è un dovere morale. Il loro sguardo è ancora privo di sovrastrutture e aperto a nuovi immaginari: la loro creatività è un arricchimento anche per chi fa parte delle generazioni precedenti.”

  • Wild Horse Nine Recensione: il film di Martin McDonagh a Venezia 83

    Wild Horse Nine Recensione: il film di Martin McDonagh a Venezia 83

    Wild Horse Nine è un film in concorso alla 83 Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Diretto da Martin McDonagh, il film è ambientato nell’Isola di Pasqua durante gli anni 70’ e sarà distribuito in Italia da Searchlight Pictures. Nel cast John Malkovich, Sam Rockwell, Steve Buscemi e Mariana Di Girolamo.

    Wild Horse Nine: la trama

    Poco prima del colpo di Stato cileno del 1973, gli agenti della CIA Chris e Lee vengono inviati da Santiago all’Isola di Pasqua dal loro capo, MJ.Tra le emblematiche statue dell’isola, mentre i due compagni di lunga data si confrontano con i propri oscuri trascorsi e con le cospirazioni del presente, il legame stretto da Chris con due studentesse ribelli rischia di far prendere una piega imprevista al soggiorno di tutti in questo remoto paradiso.

    un Buddy Movie esilarante e surreale

    John Malcovich offre una delle interpretazioni più riuscite della sua carriera in Wild Horse Nine: un uomo che ha dedicato la sua vita alla CIA e che ha preso parte ad alcune delle azioni più famose, come la Baia dei Porci. Durante la sua permanenza in Cile scopre di essere un malato terminale e chiede al suo fidato amico Lee un ultimo favore: vedere le famose teste, in indigeno Maoi, dell’Isola di Pasqua. Durante il viaggio le sue condizioni di salute unite a perdite di memoria danno vita a situazioni e conversazioni tanto esilaranti quanto surreali.

    Lee (Sam Rockwell) è la fidata spalla di Chris: il suo personaggio è costruito per essere l’amico fidato del protagonista, il suo complice e allo stesso tempo la persona che dovrebbe tenerlo in riga. L’interpretazione dell’attore è davvero riuscita tanto nelle espressioni facciali quanto nei modi improvvisati nel cercare di trattenere la sua spalla dal rivelare informazioni che altrimenti risulterebbero compromettenti. In questo buddy movie la fotografia accompagna con il suo splendore il viaggio di Chris e Lee, addolcendo la storia con paesaggi ricchi di fascino esotico e con cavalli selvaggi liberi dalle redini contrariamente ai due protagonisti. 

    il cinema di Martin McDonagh: tra manipolazioni e rimpianti

    Martin McDonagh con Wild Horse Nine dirige un film esilarante, intelligente e molto profondo, che fa riflettere su come l’intera società possa essere manipolata dalle scelte di pochi individui. 

    Chris e Lee possono sembrare all’apparenza due persone ordinarie ma le loro azioni influenzano e, come accaduto in passato, cambiano la storia. Ed è cosi che le due studentesse con cui il protagonista si confessa diventano la metafora dello spettatore: un agente segreto rivela i retroscena di cosa stia per accadere, tra macchinazioni e complotti, per “aggiustare” un elezione “sbagliata”. 

    Cosa resta di una vita passata a mentire? Solo rimpianti

  • Ink Recensione: il film di Danny Boyle che apre Venezia 83

    Ink Recensione: il film di Danny Boyle che apre Venezia 83

    Ink, diretto dal regista premio Oscar e premio BAFTA Danny Boyle, è il film d’apertura, in prima mondiale in concorso, dell’83 Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica diretta da Alberto Barbera. Scritto dal drammaturgo e sceneggiatore vincitore di diversi premi Olivier James Graham e interpretato da Jack O’Connell, Guy Pearce e Claire Foy, sarà distribuito in Italia da Lucky Red.

    Ink: la nascita del Sun e la rivoluzione del giornalismo

    Il 1969 è l’anno in cui Rupert Murdoch e Larry Lamb lanciarono un quotidiano destinato a cambiare il mondo. Molto prima di Fox News, del clickbait e di Truth Social, decenni prima di Twitter, Facebook, Google e OnlyFans, questi due uomini crearono un nuovo tabloid che, contro ogni previsione, divenne il quotidiano più venduto al mondo. Sfacciato, irriverente, audace: lo spumeggiante Sun ha sfidato l’establishment e ha rifondato il mondo giornalistico dell’era moderna.

    Fleet Street era l’epicentro del giornalismo a Londra. I colossi del settore dettavano le regole e questo equilibrio sembrava destinato a durare per sempre. Ma chi fa questo mestiere sa che il domani bussa sempre alla porta. 

    Visionari contro l’establishment

    Il Daily Mirror era il giornale più letto nel paese, orientato ad informare il cittadino sull’attualità e sulla cronaca estera. Rupert Murdoch in quello stesso periodo acquista il Sun, considerato scadente e in declino per farne un successo, mettendone alla guida Larry Lamb. I due, su cui nessuno avrebbe scommesso, mettono insieme in breve tempo una squadra pronti per conquistare il mercato del giornalismo ponendosi una semplice ma annosa domanda: che cosa vuole la gente? 

    Partendo da questo interrogativo, una banda di visionari e outsider rinnova radicalmente il modo di fare informazione. Superano la staticità dei vecchi giornali lanciando concorsi con gadget in palio e puntando tutto su sport popolari come calcio e boxe, sul corpo femminile e, soprattutto, sulla televisione. Un vero tabù per l’epoca, dato che la stampa considerava la TV un rivale pericoloso da screditare per proteggere le vendite.

    Le interpretazioni di Jack O’Connel e Claire Foy

    Jack O’Connell è bravissimo nell’interpretare Larry Lamb: un uomo ambizioso, deluso e amareggiato per le umiliazioni subite in passato e con un costante desiderio di rivalsa. Il suo ruolo di aggregatore e di guida è stato impareggiabile nel rendere il Sun il giornale più venduto. I suoi punti di vista da outsider si sono spesso scontrati sia con quelli di Murdoch (Guy Pearce), più conservatore e meno incline a pubblicare foto con donne in bikini, sia con quello dell’opinione pubblica e degli altri giornali, che accusavano il Sun di fare informazione scadente. 

    Anche Claire Foy è una figura centrale di Ink: le idee geniali di Jules hanno gettato le basi per il successo futuro e il suo ruolo di “consigliera” di Larry è stato fondamentale per il progetto. Profondamente legata al protagonista, è l’unica capace di farlo ragionare quando l’ambizione prevale sulla ragione. 

    Perchè Ink è una storia di rivalsa

    Ink è una storia di rivalsa che mostra come per raggiungere il successo desiderato vadano stravolti i canoni che fino a quel momento sono stati fissati. Murdoch, considerato dall’alta società inglese come il “pecoraio australiano”, riesce grazie ad una squadra affiatata a stravolgere le regole del gioco, cambiando di fatto e per sempre il mondo giornalistico, gettando le basi dell’informazione attuale. Ma come dice lui stesso, sono solo affari…..  

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